
Mi trovo per la prima volta ad assistere a uno spettacolo in compagnia di due colleghi di redazione, Simone Pacini e la fantomatica Kiara Copek. Ci diamo appuntamento nel foyer e subito si prendono accordi su come gestire la critica. Io spingo per un vero e proprio pezzo a tripla firma; finirò per occuparmene io, ma insisto che gli altri due mi mandino qualche riga di commento da inserire nella recensione. Già dalle prime battute il pubblico ride e Kiara rimane seria, si gira verso di me e dice in tono acido: «Che c’è da ridere?». Via via che lo spettacolo va avanti, però, la vedo sorridere e addirittura, verso la fine, ride a denti stretti e sussultando sulla sedia. Si vergogna la Copek, ma Rezza diverte anche lei.
“7 14 21 28” è il nono spettacolo della compagnia Rezza/Mastrella, uno spettacolo “(mai) scritto”, ci avverte il programma. Di mio avevo assistito solo a “Fotofinish” (2004) e conoscevo la produzione televisiva di Antonio Rezza. Conoscevo poi l’intervista fatta da KLP, nella quale i due autori parlavano di come il loro teatro non sia fatto per dare messaggi, di come in esso in fondo ci sia ben poco da capire. In risposta all’impellente bisogno degli spettatori di trovare qualcosa di comprensibile a cui aggrapparsi, Rezza rispondeva: «Non mi piace il pubblico perché annulla la speranza di liberarsi dalla comprensione, questo è sbagliato». E Flavia Mastrella aggiungeva: «Non si tratta più di capire, è una questione di vivere e vedere. Uno deve stare lì senza pensare a dover capire. Che devi capire? La vita la subisci». C’era poi la polemica rivolta al teatro di narrazione, che “ruba” al fatto di cronaca circostanze, presenze e nomi e ne fa spettacolo, quando il teatro secondo Rezza/Mastrella dovrebbe essere solo fantasia. Fantasia che vive continuamente il pericolo di non manifestarsi, proprio per la mancanza di spazi e di possibilità offerte dallo Stato. Il paragone era con quegli equilibristi al circo: quando c’è la rete non è un grande evento, è quando la rete manca che il pubblico si emoziona, perché percepisce il pericolo. Anche non essere sovvenzionati è un pericolo, una minaccia d’estinzione. Eppure il pubblico, concludeva Rezza, non lo saprà mai. In qualche modo la magia sta lì.
Quindi, riassumendo: un teatro indipendente che sia espressione di una forza spirituale e che non parli d’attualità (nei confronti della quale l’unica via che evita la strumentalizzazione è quella che ti porta a “tacere”), che metta insieme un mondo immaginifico assolutamente non comprensibile, una fantasia tutta da subire. Questo il manifesto. Di certo chiaro, anche senza bisogno di chiamare in causa una schiera di “ismi” per definirlo.
Non era a caso, allora, la metafora dell’equilibrista: Antonio Rezza occupa la scena come un clown, usa tutto lo spazio, divide l’azione in entrate e quadri, monta una performance sudata, scalpitante, forsennata, arrabbiata, senza alcun accenno di risparmiarsi. In scena con lui soltanto attrezzi: un’altalena, una corda che si srotola, una rumorosissima pedana dondolante, vari tagli di lycra e di tulle per prendere forma in un bislacco circo di figura. Muto (e sempre più spesso nudo) Ivan Bellavista fa da contrappunto alla solitudine. Il resto è puro fisico e sinapsi impazzite. Il filo c’è: anche se non è di carattere logico, ed è un filo che si annoda spesso sulla presenza ingombrante di Rezza, sul suo corpo lungo e glabro, sulla sua faccia di gomma, sulla sua versatile chioma riccioluta, che diviene anch’essa oggetto di scena. Sul maltrattamento di tutto questo. E sul maltrattamento del pubblico.
Prima di parlare di quest’ultimo atteggiamento, una riflessione va al fatto che, per quanto assurdi, incomprensibili (in quell’accezione da loro così ben specificata), forsennati, irriverenti, anarchici e fuori onda, Flavia Mastrella e Antonio Rezza desiderino essere, il legame con l’attualità resta ed è forte. A volte la performance è davvero separata, esiste fine a se stessa, viene servita talmente al dente da tenere l’attenzione del pubblico lunghi minuti fissa a seguire un bislacco matrimonio osservato da quattro punti di vista. Non è facile nemmeno rendere godibile il gioco a campana in cui a ogni posizione occupata sul palco corrisponde un numero che rappresenta l’età del personaggio descritto: Rezza salta da una all’altra elencando le varie parentele, creando e disfando storie senza perdere mai un colpo. Rapisce anche il breve equivoco semantico tra “è bona l’acqua è bona” come affermazione e “è bona l’acqua è bona?”
Sono tre esempi di scene riuscite proprio perché semplici e assolutamente staccate da qualsiasi logica e contestualizzazione. È un cerchio totalmente teatrale. La traccia evidente di quel teatro che Rezza e Mastrella sognano. Peccato che troppo spesso, tra queste ruote, si piazzino due bastoni fatali: la ricaduta nell’attualità e il rapporto con il pubblico.
La prima tendenza, soprattutto se identificata con la nemesi programmatica della compagnia, dovrebbe essere tenuta costantemente fuori, cacciata a pedate. E invece si parla di educazione, si parla di votazioni, di leader politici, di preti pedofili, di alienazione da fabbrica e di tagli alla Cultura. E sono le scene meno riuscite, quelle che ti danno di gomito per provocarti la risata. Quelle autoreferenziali, che ridono di se stesse.
E qui torna quel rapporto malato con il pubblico: Rezza detesta che si tenti di capire. Ma allora a che serve dilatare una gag per provocare la risata? Allora perché offendersi perché il pubblico non contribuisce al ritmo dello spettacolo?
È davvero giusto sederci in platea e, durante gli applausi, sentirci maltrattati da un performer insoddisfatto delle nostre reazioni? Lo sarebbe se ci venisse accordato, in partenza, il rispetto dovuto a chi entra e assiste per partecipare. Ma non quando sappiamo di non essere stimati fin dal principio. Ecco perché, nella scheda sottostante, la sezione “applausi del pubblico” ha un minutaggio reale e uno effettivo.
Eppure in qualche modo c’è un che di affascinante, in questo personaggio ora repellente, ora provocante. Di certo un grande rispetto per il seguito che è riuscito a crearsi. La pensa così anche Kiara Copek, che alla fine sentenzierà: “Non so se Rezza ci sia o ci faccia, ho visto solo questo spettacolo ed è poco per giudicarlo, ma gli riconosco l’abilità di essersi costruito un pubblico di affezionati masochisti che amano sentirsi maltrattati da lui a teatro, un po’ come con i clown al circo. Dal canto mio credo che sia divertente, ma nemmeno così tanto, una comicità molto televisiva, in termini di battute ed argomenti, senza scarto teatrale, senza poesia, senza metafore, una gag dietro l’altra incollate nemmeno tanto bene sotto forma di spettacolo. Una comicità televisiva con tempi teatrali però, che forse non funziona né a teatro né in televisione, forse una comicità nuova (se proprio vogliamo dirne bene) per la quale ancora non è stato inventato il contenitore giusto”.
7 14 21 28
(mai) scritto da Antonio Rezza
produzione: Compagnia Rezza Mastrella – Teatri 91 – FondazioneTPE
regia: Flavia Mastrella e Antonio Rezza
interpreti: Antonio Rezza, Ivan Bellavista
habitat: Flavia Mastrella
assistente alla creazione: Massimo Camilli
disegno luci: Maria Pastore
durata: 1h 40’
applausi del pubblico: 6’ 22” (effettivi 3’ 09”)
Visto a Roma, Teatro Vascello, il 18 dicembre 2009
