Oltre 200 eventi in 13 quartieri per un festival che fa della città il suo palco. E Stratagemmi incorona “Umanə” di Camilla Violante Scheller
Dal 30 maggio all’8 giugno 2025, la città di Milano si è trasformata in un palcoscenico diffuso grazie alla settima edizione del FringeMI Festival, che ha confermato il suo ruolo di osservatorio privilegiato del teatro indipendente italiano. Con circa 8.000 spettatori, 216 eventi, 65 palchi distribuiti in 13 quartieri e, per la prima volta, 22 spettacoli del programma ufficiale a pagamento, il festival ha registrato un’adesione entusiasta e trasversale.
Il premio del pubblico è andato a “A volo d’angelo” di Federica Cottini (anche regista) con Michelangelo Canzi, mentre la rivista Stratagemmi ha assegnato il suo riconoscimento a “Umanə” di Camilla Violante Scheller, lodandone la forza rituale, l’ibridazione dei linguaggi e la capacità di interpellare lo spettatore contemporaneo senza compromessi.
Ci è piaciuto, in occasione del Fringe, attraversare Milano come spettatori privilegiati, soprattutto perché è sempre stata un’ottima occasione per trovare luoghi particolari dove accrescere il nostro bagaglio di visioni con nuove performance e spettacoli inusitati. E spesso siamo stati anche fortunati: nel nostro girovagare abbiamo assistito allo spettacolo vincitore, il più votato dalla giuria popolare, formata dal pubblico che invade i luoghi del FringeMI e che avrà dunque poi la possibilità di essere programmato nella prossima stagione al Teatro dell’Elfo.
La fortuna inaspettata ci è capitata al limitare della città, allo Spazio Polline di Villapizzone, con una creazione che abbiamo amato anche noi in modo particolare: “A volo d’angelo” è uno spettacolo emozionante, scritto con perizia dalla giovane Federica Cottini, che tratta di una guerra troppo presto dimenticata, quella dei Balcani.
Il racconto è guidato da Michelangelo Canzi, davvero bravo e cangiante nei suoi modi narrativi, che impersona una guida turistica che, in modo inaspettato, ha la capacità di non spiegarla quella guerra, di non denunciarla ma, senza retorica, di entrarvi dentro anche con ironia, per riconsegnarcene tutto l’orrore, riuscendo ad aprire una crepa emozionale nello spettatore. E così, il tuffo, il volo d’angelo dal ponte di Mostar, diventa la metafora di un orrore che il teatro è capace di far rivivere in tutta la sua tragedia.
Poco dopo ci siamo spostati per altri due spettacoli alla Cascina Cuccagna, luogo perduto nel tempo a due passi dal centro di Milano, vicino a piazzale Lodi, da sempre uno dei nostri preferiti. Anche per questa edizione della kermesse teatrale abbiamo deciso di tornarvi. E ci siamo così imbattuti in due monologhi di indubbio valore: “Quando diventerò piccolo” di Sergio Beercock e “Agrumi” di e con Claudia de Candia.
Sergio Beercock, in “Quando diventerò piccolo”, con il prezioso aiuto di Bruno Tognolini, la cui poesia ci onoriamo di conoscere e praticare da quarant’anni, offre un sentito omaggio alla prima infanzia, a quel periodo meraviglioso della vita in cui tutto è iniziato, quando abbiamo imparato a crescere e a trasformarci in ciò che siamo. L’artista ci guida a riconoscere il bambino nascosto dentro di noi, per mezzo di parole, versi e ricordi, costruendo atmosfere con il live electronics. In continua relazione con gli spettatori, stimola sempre nuove domande e suggestioni.
Il secondo spettacolo, “Agrumi”, di e con Claudia de Candia, con la regia di Umberto Terruso, ha ancora al centro un bambino, che deve nascere e nascerà. In scena c’è la sua mamma, Claudia, che ci accompagna in questo percorso che di solito ci viene presentato come meraviglioso e appassionante. Eppure lo spettacolo, in modo tragicamente ironico, sfata questo mito, narrandocene i dolori, le fatiche, i vizi e i tic delle persone attorno, soprattutto se vi è un marito inetto, una suocera possessiva, una madre ansiosa, e dentro sé un’antica ferita mai rimarginata. Ma alla fine, come deve essere, sarà l’amore a vincere: l’affetto per un essere che forse si ama ancor di più perché nato per mezzo del dolore e che dev’essere accompagnato alla vita. Claudia de Candia, attraverso le sue cangianti emozioni che si accavallano in scena, è capace di ridonarci, in modo vivo e palpitante, questo percorso di vita.
Eccoci poi in zona Dergano, vicino a piazzale Maciachini, dove prospera una birreria che non per niente si chiama La Ribalta. Curiosamente anche in “Tecniche di lavoro di gruppo”, con la regia di Ariele Celeste Soresina, un giovane artista comasco, Pietro Cerchiello, che seguiamo con interesse fin dai suoi primi passi, ci parla di crescita esperienziale. Scandito da una voce preadolescenziale, percorriamo il percorso didattico di un anno intero di una classe di scuola media in cui tiene un corso di teatro. Con grande forza inventiva, a volte parossistica, ma sempre profondamente esemplare, ci viene trasmesso il suo rapporto con i giovanissimi alunni di quella classe: Hamin, Giulia, Nikita, Adriano, diventano così cento modi di vedere il mondo, cento modi con cui rapportarsi e con cui crescere insieme. Uscendo dalla memoria di Pietro, quella sua lontana esperienza che lo ha formato ha la capacità di diventare specchio variegato di come si compone il mondo che ci circonda.
Alla Chiesetta del Parco Trotter, abbiamo avuto modo di vedere due spettacoli molto diversi tra loro ma entrambi meritevoli. Il primo, “Belly Button” della compagnia Crack24, è uno spettacolo interattivo che esplora le dinamiche relazionali all’interno della famiglia, primo nucleo sociale. Il focus sulle relazioni disfunzionali padre-figlia è trattato con equilibrio, attraversando alcuni cliché ma trovando un risultato godibile e ben costruito, grazie alle ottime interpretazioni di Agnese Mercati, Carola Rubino, Elia Tapognani ed Erica Landolfi. Il finale, amaro, riflette sull’assenza di comunità, suggerendo che la crisi collettiva inizia proprio da quella prima cellula che spesso fallisce nel sostenersi.
Il secondo, “Show Me Your Macarena” del collettivo Straight Out The Box, con Erica Fitz, Stefano Callovi, John Maher e Nathan Doyle, è una breve commedia distopica in lingua inglese. In un mondo dove l’omologazione è necessaria, la narrazione – tra sarcasmo e minimalismo – tocca il tema dell’orientamento sessuale, senza eccessi, ma con una costruzione essenziale e lucida. Un lavoro che si distingue per misura e ironia.
L’ultimo spettacolo del nostro FringeMI di quest’anno è stato “20 Grammi” di Gioia Battista e Nicola Ciaffoni, una produzione Caraboa Teatro a cui abbiamo assistito in un altro posto assai particolare, il Mare Culturale Urbano (a San Siro). Lo spettacolo gioca in modo esilarante e parossistico sul cambiamento climatico, argomento sfruttato in modo quasi sempre didascalico dal teatro contemporaneo. Per sfuggire a questa trappola, Ciaffoni ce ne racconta i vari aspetti dovuti all’incuranza dell’essere umano, in cinque modi stilistici diversi, con un semplice cambio di vestito: dal rap, alla stand-up comedy, al poetry slam, fino all’immedesimazione in una bottiglia, e perfino in un frammento senza parole, producendosi in una performance dai contorni godibilmente inusuali.
