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Alessandra Ferraro e Pako Graziani: il paesaggio protagonista della scena. Bilancio di un’edizione di Attraversamenti Multipli

Dance Invasion (ph: Carolina Farina)

Dance Invasion (ph: Carolina Farina)

Dopo la conclusione della tappa romana al Parco di Torre del Fiscale, il festival ideato da Margine Operativo si prepara all’ultimo appuntamento dell’edizione 2026: il 3 e 4 luglio a Toffia (Rieti), con due giornate dedicate alle nuove generazioni di spettatori

A festival concluso rimangono sempre alcune immagini. Non necessariamente gli spettacoli nella loro interezza, ma dettagli, luci, corpi, passaggi. È da queste tracce che prende forma il bilancio della ventiseiesima edizione di Attraversamenti Multipli, che dall’11 al 20 giugno ha trasformato ancora una volta il Parco di Torre del Fiscale in uno spazio dove arti performative, natura urbana e comunità hanno condiviso lo stesso orizzonte.

Guardando le immagini che il festival lascia dietro di sé, viene spontaneo pensare ai paesaggi ideali di Claude Lorrain o alle architetture in rovina di Giovanni Paolo Pannini: luoghi in cui la presenza umana dialoga con la memoria delle pietre e con la vastità dello spazio. Ma viene in mente anche l’Impressionismo, e in particolare Monet, per quella capacità della luce di trasformare continuamente la percezione delle cose. A Torre del Fiscale gli spettacoli non apparivano mai identici a sé stessi: il tramonto sugli acquedotti, le ombre che avanzavano sull’erba, il passaggio improvviso di una persona o di un bambino modificavano la scena tanto quanto il gesto degli artisti.

Non è un caso che molte delle cronache dedicate al festival abbiano sottolineato proprio questa dimensione: il paesaggio che entra nell’opera, la contamina e talvolta sembra quasi contendersi l’attenzione con essa. Una coesistenza concreta, non dichiarata soltanto come tema curatoriale, ma sperimentata nello spazio e nel tempo dell’esperienza.
Ne parliamo con Alessandra Ferraro e Pako Graziani, direttori artistici del festival.

Fuori Fuoco (ph: Carolina Farina)

Se doveste scegliere un’immagine simbolo di questa edizione, quale sarebbe?
Più che una singola immagine sarebbe una sequenza di immagini del percorso di quest’anno, una sequenza multiforme formata da diversi frammenti di emozioni. Ci sono stati diversi momenti in cui si è creata quella strana alchimia dell’esperienza condivisa tra artisti, pubblico e paesaggio, momenti collettivi in cui azione artistica, comunità degli spettatori, paesaggio e performer delineano delle linee orizzontali d’incontro, dove si è creata una reale coesistenza. Ne possiamo citare alcuni, ma non sono gli unici. Come nella performance “Fuori Fuoco” di Carlo Massari, un corpo danzante immerso nella luce del crepuscolo, ma non rassicurante; nello spettacolo itinerante “Dance Invasion” dei Poetic Punkers, che ha attraversato tutto il Parco di Torre del Fiscale e si è concluso con una danza collettiva; nelle aperture sceniche/azioni performative collettive presentate alla fine dei due laboratori proposti dal festival, ovvero “Farsi corpo_sesto movimento”, e la mappatura urbana attraverso i corpi proposta da Alessandro Carboni con “Unleashing Ghosts From Urban Darkness”, nel percorso dello spettacolo “Just Walking” di Campsirago Residenza, che ha sconfinato nello spazio urbano del quartiere Quadraro; nella danza concentrica e ipnotica dello spettacolo “Plutone”, proposta da Elisabetta Consonni; nella dinamica partecipativa e complice creata da “Say Something” della compagnia francese MF; oppure in “Nata vicino ai fantasmi. Nata Tempesta tempesta” di Giorgina Pi, un diario in cuffia da ascoltare immersi nella natura mentre il sole tramonta, dove sfuma il confine tra voci, corpi e paesaggio.

Just walking (ph: Carolina Farina)

In questa edizione il paesaggio è sembrato diventare un vero co-autore delle opere.
Attraversamenti Multipli, nel suo percorso, ha sempre instaurato una relazione e un dialogo con gli spazi, i paesaggi e le geografie umane con cui ha interagito. E anche in questa edizione il paesaggio, i suoi echi, i suoi rumori, il suo pulsare sono co-autori delle opere. Il Parco di Torre del Fiscale è un luogo con una grande forza simbolica e poetica: è ricco di resti storici, tra cui sei acquedotti romani e uno rinascimentale, la maestosa Torre del Fiscale, una torre medievale, e poi la città contemporanea che lo circonda, la linea ferroviaria, gli aerei in arrivo o in decollo dall’aeroporto di Ciampino. È un luogo che contiene molti mondi.
Per ogni performance bisogna trovare e gestire un equilibrio tra l’azione artistica e il paesaggio. Un equilibrio che si trova attraverso una modalità molto artigianale di ascolto del luogo, di prove nello spazio, di dialogo con le compagnie e di scelta condivisa dello spazio dove proporre lo spettacolo. Un lungo lavorio ci porta alla definizione degli orari in cui presentare le performance: proponendo un festival in una dimensione aperta, gli orari sono un elemento importante, perché a ogni orario corrisponde una diversa dimensione luminosa – dalla luce del giorno al tramonto, dal crepuscolo alla notte – e cambia la percezione degli spazi e dell’ambiente. Ogni giornata del festival è iniziata con performance accompagnate dalla luce naturale, per poi spostarsi nella dimensione del tramonto, del crepuscolo e infine della notte.

Potremmo parlare di “meticciato”?
Amiamo molto la parola meticciato, grazie per averla proposta. Abbiamo sempre cercato di costruire il festival come uno spazio di contaminazione e di coesistenza, tra esperienze e sperimentazioni artistiche diverse e tra differenti pubblici. Ci è sempre interessato riuscire a intercettare un pubblico trasversale e dialogare con queste differenze. Il tema della diversità degli spettatori è centrale nella proposta di un festival che abita spazi pubblici, luoghi di vita attraversati da persone differenti per background culturale, età, provenienza… Abbiamo sempre cercato di intercettare, oltre al pubblico che frequenta la scena artistica contemporanea, anche il “nuovo” pubblico e il non pubblico. Siamo convinti che la coesistenza passi attraverso la possibilità di tessere relazioni tra le differenze.

Che cosa vi ha sorpreso maggiormente?
Il festival continua a sorprenderci. Ed è questo, per noi, l’aspetto più straordinario, dopo 26 anni di percorso. L’elemento che continua a sorprenderci è l’inatteso e l’imprevedibile che si generano abitando con azioni artistiche un luogo di vita. Questi elementi non previsti entrano all’interno dell’azione performativa creando echi inattesi e profondi, costruendo ponti tra arte e vita: è qualcosa che continua a sorprenderci, ad affascinarci e ad emozionarci. Ad esempio, durante la performance “Dead River” di Michelle Scappa, pensata con una visione prospettica basata sulla lontananza degli spettatori dalla danzatrice in azione, improvvisamente nell’ampio campo dove si svolgeva la performance è comparsa una bambina, che è rimasta sul ciglio dell’azione. Sembrava qualcosa di costruito, tanto era perfetto l’equilibrio creato da quella presenza.

Dead River (ph: Carolina Farina)

In un momento storico segnato da conflitti, crisi ambientali e difficoltà del sistema culturale, quale ruolo può avere un festival come il vostro?
Per noi costruire il festival è sempre stata un’azione politica, un lavoro di costruzione di mondi complessi. Per fare questo il festival svolge diverse funzioni – artistica, sociale, politica, ecologica – e queste, interagendo tra loro, costituiscono il corpo multiforme di Attraversamenti. Senza un approccio multiplo sarebbe difficile costruire un dialogo con lo spazio pubblico e con le persone che lo vivono.
Riguardo al futuro del festival, siamo molto interessati a continuare a sviluppare la ricerca sulla sostenibilità ambientale e sociale nell’universo delle performing art e, nella prossima edizione, vorremmo focalizzarci maggiormente sulle azioni performative nomadi nel corpo della città, che attraversano spazi diversi della metropoli di Roma costruendo percorsi artistici, temporali, relazionali e spaziali inconsueti.

Il viaggio, però, non è ancora finito.
Da qualche anno Attraversamenti Multipli propone due tappe a Toffia (Rieti), un piccolo borgo medievale. Per noi è interessante passare da una dimensione estesa e metropolitana agli spazi raccolti di un paese medievale dove è in atto un processo di ripopolamento e di rigenerazione. Ci interessa creare dialoghi con spazi portatori di storie.
Attraversamenti Multipli propone a Toffia due giornate – il 3 e il 4 luglio – che si sviluppano dialogando con gli spazi del centro storico e fanno parte della sezione del festival dedicata alle nuove generazioni di spettatori: i kids.
Portiamo due spettacoli che intrecciano il circo contemporaneo con il teatro: “A ruota libera” di Roberto Sblattero/Circo Madera (3 luglio) e l’anteprima nazionale dello spettacolo della compagnia Madame Rebiné “The Final Match Point” (4 luglio). Proporre, nell’ultima tappa del viaggio di questa edizione, una nuova creazione artistica ci sembra il modo migliore per continuare ad avere lo sguardo rivolto al futuro e ai nuovi percorsi.

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