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“All about Adam” di Giuliano Scarpinato. Sulle macerie di un’identità in crisi

All about Adam (ph: Margherita Caprilli)

All about Adam (ph: Margherita Caprilli)

Cristian Cucco protagonista allo spazio performativo ed espositivo Dello Scompiglio

Un uomo, in un angolo del palcoscenico, attende. Ha il nero assoluto intorno, del fondale e delle quinte, mentre sotto i suoi piedi, una polvere bianca che potrebbe essere cenere, detriti, il residuo di qualcosa che è stato e che ora è in frantumi. Inizia a muoversi, ma il suo corpo non racconta una storia lineare, lascia tracce sulla polvere, disegnando figure come pennellate astratte su una tela espressionista.
“All About Adam”, la performance di Giuliano Scarpinato, non offre risposte immediate: è un viaggio dentro la costruzione e la decostruzione della mascolinità, sospeso tra memoria, immaginario e crisi di identità.

La performance chiude la rassegna dei vincitori del bando promosso dall’associazione culturale Dello Scompiglio, dedicato alla voce nelle sue molteplici sfumature, sia letterali che metaforiche. Un ciclo di dieci appuntamenti che ha esplorato le arti performative negli spazi della tenuta.
Si muove inizialmente in silenzio il danzatore Cristian Cucco, in una solitudine che rimanda al primo uomo, alla scoperta del sé, alla nascita. Il movimento è fragile, incerto, il corpo sembra esplorare lo spazio per la prima volta, quasi inesperto, come se fosse davvero il primo uomo, Adamo, muovendosi tra le macerie di una storia ancora da scrivere. I passi esitanti, le cadute, i gesti frastagliati tracciano un’idea di mascolinità ancora informe, in bilico tra nascita e perdita, enfatizzato anche dall’espressività del viso.
Poi, il silenzio si spezza.

Dalla polvere emergono voci. Non voci qualunque, ma quelle di uomini che per decenni hanno incarnato un’idea precisa e dominante di virilità: politici, sportivi, personaggi dello spettacolo. È un coro di maschi alfa, di modelli imposti e interiorizzati, di potere (e abuso, di potere) e affermazione che sembrano schiacciare il danzatore, che cerca di reagire, adattarsi, contrastare. Intanto, dal fondo, nasce un’altra presenza sonora: una pulsazione elettronica, lineare, persistente. Non è solo musica, è un battito, un respiro, forse la voce muta del danzatore che tenta di farsi spazio tra quelle che lo sovrastano, ed è con questa, che il corpo è in sintonia. Il ritmo accelera, le voci si moltiplicano, arrivano da ogni direzione, come un bombardamento di modelli imposti. Il corpo in scena è travolto, strattonato dalle parole, mentre la musica cresce, cerca un varco, tenta di imporsi. È un conflitto tra suono e movimento, tra imposizione e resistenza, tra passato e riscrittura.

C’è anche un riferimento a Simone de Beauvoir, al concetto di identità costruita e non innata, applicato questa volta alla mascolinità (dal secondo sesso al secondo maschio?). De Beauvoir scrive: “Donna non si nasce, lo si diventa”, riferendosi al fatto che il femminile non è un’essenza naturale, ma una costruzione sociale e culturale. Se trasliamo questa riflessione sulla mascolinità, “All About Adam” sembra suggerire che anche l’uomo non nasce tale, ma lo diventa attraverso codici, modelli e narrazioni imposte. È come se il protagonista dovesse attraversare la storia della virilità, subendone il peso, per poi cercare di ridefinire se stesso. Ma c’è una differenza cruciale rispetto al percorso delineato da de Beauvoir per la donna: se il femminile è stato tradizionalmente “l’altro”, in opposizione al soggetto dominante maschile, oggi anche la mascolinità vive una fase di ridefinizione e di crisi.
Negli ultimi decenni, il modello del “maschio alfa”, dominante e assertivo, si è progressivamente incrinato, mettendo in crisi certezze che sembravano incrollabili. L’Adamo di Scarpinato è un uomo che non può più rifugiarsi in un’identità prestabilita: deve attraversare una frattura, un’ibridazione, una perdita di riferimenti che lo costringe a ricostruirsi. Ma forse questa ricostruzione è ancora incompleta.

In “All About Adam” il corpo non è solo presenza scenica, ma un archivio di memorie, un territorio di trasformazioni. La danza diventa un linguaggio che parla di identità in frantumi e di ricostruzione, un processo mai lineare, spesso doloroso. Il movimento si fa testimone di un’esplorazione interiore: dall’incertezza iniziale, dalla fragilità dell’Adamo primordiale, fino alla tempesta di suoni e parole che lo assediano. Il corpo attraversa il peso della storia e della società, subisce, si contrae, cade. Ma poi qualcosa cambia. I movimenti diventano più decisi, più sicuri. Non c’è più esitazione, non c’è più frantumazione. Ha riacquistato un’identità? O forse ha solo imparato a navigare tra quelle che lo precedono, che lo attraversano? Un occhio di bue disegna spazi concentrici, come stanze di un sé ipotetico in cui il danzatore si muove, entrando e uscendo, sperimentando nuove possibilità, nuovi equilibri. È un rito di passaggio, un test della propria esistenza nel mondo. Poi, di colpo, il buio.
Nessuna risoluzione, nessuna affermazione definitiva. Solo una sospensione.

Eppure, proprio in questo momento di apparente risoluzione, la narrazione si fa improvvisamente più sfuggente. Dopo una costruzione lenta e stratificata, che lascia sedimentare immagini e tensioni, la chiusura sembra contrarsi in pochi istanti, lasciando la sensazione di un passaggio troppo brusco, quasi incompleto.
Forse è una scelta intenzionale, un modo per restituire scenicamente l’impossibilità di una risposta definitiva, per lasciare lo spettatore in quello stesso stato di incertezza che attraversa il protagonista. Eppure, il desiderio di uno sviluppo più approfondito rimane. La danza suggerisce un cambiamento, ma non lo elabora fino in fondo; il percorso di trasformazione sembra appena avviato quando lo spettacolo si arresta, quasi troppo in fretta. La brevità della performance contribuisce a questa incertezza: tutto accade in un tempo concentrato, lasciando la sensazione di un’evoluzione interrotta, di un viaggio appena intrapreso e già sospeso. Cosa succede dopo?
L’impressione è che il viaggio dell’identità non si sia concluso, ma si sia semplicemente interrotto. Ciò che resta è una domanda inevasa, lasciata allo spettatore: cosa significa, oggi, essere uomo?
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All about Adam
Emilia Romagna Teatro ERT
Giuliano Scarpinato
ideazione, regia Giuliano Scarpinato
con Cristian Cucco
ambiente sonoro, luci Giacomo Agnifili
consulenza alla drammaturgia della danza Alessandro Sciarroni
costume Federico Firoldi
foto Margherita Caprilli, Antonio Ficai
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale – focus CARNE
in collaborazione con Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse
curatela e diffusione Natascia Sollecito Mascetti
progetto vincitore bando di residenze “Toscana Terra Accogliente” (attraversamenti residenziali: Straligut Teatro – Siena, Giallomare Minimal Teatro – Empoli, centro di residenza della Toscana Armunia / Capotrave Kilowatt
si ringrazia Fattoria Vittadini

durata: 35’

Visto a Vorno (LU), SPE spazio performatico ed espositivo – Dello Scompiglio, il 22 febbraio 2025

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