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L’Amleto di Leonardo Lidi apre in grande la stagione dello Stabile di Torino

Amleto (ph: Luigi De Palma)

Amleto (ph: Luigi De Palma)

Convince l’adattamento di Diego Pleuteri con un cast tutto all’altezza della tragedia shakesperiana

Universalmente riconosciuto come l’archetipo della “tragedia per eccellenza” – per la profondità psicologica dei personaggi, l’universalità del tema e la sua intramontabile risonanza nel corso dei secoli – l’“Amleto” di William Shakespeare, qui tradotto e adattato da Diego Pleuteri, ha inaugurato la 70^ stagione del Teatro Stabile di Torino.

La regia di Leonardo Lidi si inserisce con coerenza e crescente maturità nel suo percorso autoriale, fondato sin dagli esordi sulla sinergia profonda con l’intera squadra di professionisti con cui lavora – interpreti, scenografi, costumisti, curatori dei movimenti scenici e staff tecnico – e sulla valorizzazione di un approccio corale e distintivo alla creazione scenica.

Un pesante sipario color bianco latte separa la platea dal palcoscenico. Da quest’ultimo si estende una passerella, anch’essa bianca, che si protende in equilibrio apparentemente instabile verso le prime file. Simile a un trampolino sospeso nel vuoto, questo elemento scenico funge da trait d’union tra proscenio e pubblico, evocando al contempo tensione e fragilità.
Quando il sipario si apre, il bianco diventa ancor più accecante: un bianco gelido, freddo, come quello della notte in cui, nei pressi del castello di Elsinore, al giovane Amleto si palesa lo spettro del vecchio re, suo padre.
La scena (firmata da Nicolas Bovey), con chiaro intento metateatrale, riflette a specchio quella della platea, riproducendo una cavea: bianche le gradinate, su cui siedono sparsi qua e là gli attori prima di rivelarsi personaggi, accanto ad alcune teste di manichino rivestite di parrucche; bianco anche lo spazio scenico emisferico antistante.
In tal modo, la finzione di cui si nutre il teatro è dichiarata.

Il principe Amleto (Mario Pirrello), vestito con un improbabile abito da scolaretto che stride con il suo fisico cresciuto e reso artificiosamente abbondante, incarna la figura dell’adult baby – fragile, insicuro -, di cui adotta movenze, timbri vocali, espressioni a volte giocose, a volte lamentose.
Diventato orfano di padre, non tollera l’idea di dover spartire l’amore della madre con un altro uomo (per di più uno zio, il fratello del defunto), che invece ha fretta di celebrare le nozze inique. Amleto, indispettito, vorrebbe che fosse rispettato il tempo del lutto: piange, si lamenta come un bambino capriccioso, fino a quando l’amico Orazio (l’unico con cui si senta veramente al sicuro) lo accompagna a conoscere la verità.
A questo punto, non è più la gelosia infantile a morderlo, ma un sentimento travolgente, inaspettato, molto più grande di lui: un improvviso richiamo alla responsabilità, come si conviene a un uomo adulto, una prova gigantesca che lo terrorizza, per la quale dubita di essere pronto, e che lo condurrà alla follia, o alla sua simulazione, o a entrambe.

In mezzo al bianco abbagliante spicca l’abito rosso di Claudio (Nicola Pannelli), lo zio fratricida, metaforicamente e impunemente rivestito del sangue di cui si è macchiato. Anche quando, in uno dei monologhi più intensi scritti da Shakespeare, cerca il pentimento, trasuda falsità, piacere perverso e irrimediabile per il male compiuto, come un cinico Joker da fumetto.
Gertrude (Ilaria Fasini), a lungo miope di fronte al misfatto, appare fragile e incapace di dare conforto al figlio. Pur amandolo, non è in grado di leggerne i tormenti interiori, che invece travolgono Ofelia (la bravissima Giuliana Vigogna) al punto da farle perdere la ragione e condurla al suicidio. Nelle sue ultime parole, come in quelle dell’Amleto finale, riconducibili alla follia, si coglie una vicinanza al vero che gli altri personaggi non riescono a percepire.

Rosencrantz e Guildenstern – che in questo spettacolo vestono i panni di due donne o di due transessuali, poco importa – rappresentano le piacevoli tentazioni erotiche del giovane Amleto, ormai prive di appeal per lui, chiamato ad affrontare un compito spaventosamente serio. Tanto che, nel momento in cui decide di condannarli a morte, scoperti loro malgrado sprovveduti e traditori, non prova alcun turbamento.

Lo stratagemma di cui Amleto si serve per denunciare il delitto e smascherare il colpevole è, come noto, la messa in scena di una pièce, grazie alla collaborazione di una compagnia di attori girovaghi capitata a corte. Quale occasione migliore, se non questa, per Lidi per abbattere del tutto la quarta parete e invitare due ignari spettatori a salire sul palco e interpretare il vecchio Amleto e Gertrude?
Ancora una volta, il regista sembra volerci dire che è soltanto accettando la finzione e smascherandola che l’arte scenica recupera il suo valore critico e necessario: più si dichiara il finto, più ci si avvicina al vero.

Amleto (ph: Luigi De Palma)

Abilissimi nel passare con naturalezza da un personaggio all’altro, con cambi d’abito perlopiù svolti in scena, i tre attori che vestono i panni di Polonio e del becchino (Rosario Lisma), di Orazio e di Guildenstern (Christian La Rosa) e Laerte e Rosencrantz (Alfonso de Vreese), assegnano loro di volta in volta voci, movenze e sensibilità distinte.

Incantevoli i costumi di Aurora Damanti che, all’insegna dell’essenzialità e lontano da ogni intenzione realistica, disegnano con grazia ed eleganza personaggi da fiera, così come l’utilizzo dei burattini per evocare lo spettro e il secondo becchino.

Lunghi e convinti applausi salutano la fine dello spettacolo, suggellando il successo di un lavoro maturo, coerente e profondamente consapevole. Un percorso riuscitissimo, che coniuga bellezza e verità, lacrime e sorrisi per un omaggio all’arte della finzione.
Leonardo Lidi firma un Amleto che non cerca di attualizzare forzatamente il testo, ma lo attraversa con rispetto e lucidità, restituendone la potenza tragica attraverso una visione scenica essenziale, simbolica e perturbante. Un allestimento che interroga lo spettatore, lo coinvolge e lo mette a nudo davanti alle sue fragilità, di fronte all’“esser-Re o non esser-Re”.

In scena a Torino fino al 26 ottobre.

AMLETO
di William Shakespeare
traduzione e adattamento Diego Pleuteri
con (in o.a.) Alfonso De Vreese, Ilaria Falini, Christian La Rosa, Rosario Lisma, Nicola Pannelli, Mario Pirrello, Giuliana Vigogna
regia Leonardo Lidi
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Aurora Damanti
suono Claudio Tortorici
cura movimenti scenici Riccardo Micheletti
puppets Damiano Augusto Zigrino e Silvia Fancelli
Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

Durata: 2h
Applausi del pubblico: 4’

Visto a Torino, Teatro Carignano, il 12 ottobre 2025

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