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Androgynous. Lola Arias e River Roux fanno rivivere Anita Berber

Ph: Ute Langkafel

Ph: Ute Langkafel

A distanza di un secolo, l’eredità dell’artista tedesca riverbera tutta la sua intensità sul presente 

Il cartellone 25/26 del Teatro Metastasio di Prato si chiude con “Androgynus. Portrait of a naked dancer”, lavoro della regista e autrice argentina Lola Arias, che esplora da sempre zone marginali della società. Nei suoi lavori passati ha coinvolto veterani di guerra, rifugiati e persone appartenenti alla comunità delle lavoratrici e dei lavoratori del sesso, abbracciando linguaggi eterogenei, come teatro, cinema, letteratura, musica e arti visive.

Il progetto alla base di “Androgynus” è stato concepito dalla stessa Arias e dalla protagonista in scena, River Roux – performer e lap dancer di stanza a Berlino –, «persona androgina che si batte per il diritto all’innovazione performativa dei lavoratori del sesso e per il loro legittimo posto nell’arte».

Al cuore drammaturgico del lavoro sta la figura di Anita Berber, poliedrica artista tedesca di inizio Novecento, la cui avventura su questo pianeta è terminata nel 1928, appena in tempo per evitare di assistere all’ascesa e alla tragedia del nazismo.
Attrice famosa del cinema muto, ballerina di successo e modella, prima donna ad esibirsi nuda, ebbe una vita avventurosa e drammatica, con ben tre matrimoni e svariate amanti, dichiarando pubblicamente la sua bisessualità. Fu tossicomane, alcolizzata e morì di consunzione determinata da tubercolosi.

Il racconto delle vicende biografiche dell’artista tedesca è affidato a River Roux.
Con lei in scena ci sono anche Bishop Black e Dieter Rita Scholl. Il primo è un artista performativo britannico, con un breve passato nel cinema porno. Il secondo è un attore, cantante e performer settantatreenne tedesco, già attivista e protagonista della scena underground berlinese, con una lunga carriera cinematografica e teatrale alle spalle.

Ph: Ute Langkafel

River Roux, il corpo disegnato da sinuosi tatuaggi, ripercorre le orme di Anita Berber e della sua brevissima esistenza aprendo uno squarcio sulla Berlino degli anni ’20. Nonostante sia morta a soli 29 anni, la sua eredità, costellata e costruita attraverso performance cariche di ambiguità di genere, erotismo e orrore, continua infatti a riverberare sul nostro presente.
Le vicende dalla Berber sono intrecciate, in “Androgynus”, con le biografie dei tre artisti in scena, nel tentativo di far emergere «il ruolo della controcultura nella creazione di spazi di cura, dissenso e sopravvivenza collettiva in tempi di crisi».

La raffinata scenografia, formata da Irene Ip, a tratti ammaliante, rimanda agli interni di un night club. Qui rivive la scandalosa figura della protagonista attraverso fotografie, spezzoni di film, ritagli di articoli di giornale e rapporti di polizia di allora.
Ma la figura dell’attrice tedesca e la sua intensa biografia fanno emergere, di rimando, interrogativi sul nostro presente, sul valore e la “durata” dell’arte, su cosa potrà rimanere in futuro di tutto ciò che creiamo e qualifichiamo come “artistico”.

Fitto di riferimenti e riflessioni com’è, lo spettacolo risulta tuttavia troppo spesso verboso, rischiando talvolta di risultare ripetitivo se non didascalico. Inoltre, dei protagonisti, l’unico che riesce a regalare qualche momento di teatro – se così possiamo dire – è Dieter Rita Scholl, grazie alla sua intensità, alla forza scenica e al suo mestiere: porta con sé una carica che agli altri due sembra mancare.

La drammaturgia risulta così troppo ridondante ed esplicativa, e certo non è aiutata dalla protagonista, che non sembra avere spalle sufficientemente larghe per dare verità alla storia, relegandosi al ruolo di mera narratrice. In questa prima nazionale pratese, il pubblico dimostra comunque di apprezzare la messinscena.
Il lavoro meriterebbe una riflessione approfondita, stando ben attenti a non incorrere nel rischio di confondere l’involucro con il contenuto, ipnotizzati, ammaliati e travolti dagli effetti visivi, da una scenografia di grande impatto e soprattutto, per quanto riguarda la materia, dal vissuto dei protagonisti in scena, il cui racconto non sempre si dimostra così necessario allo sviluppo drammaturgico dello spettacolo, al cui centro rimane la riflessione sulla “marginalità” e la rivendicazione della queerness anche sul palco.

Ph: Ute Langkafel

Androgynous. Portrait of a naked dancer
testo e regia Lola Arias
concept Lola Arias, River Roux
interpretato da River Roux, Bishop Black, Dieter Rita Scholl
musica dal vivo Katharina Ernst
drammaturgia Bibiana Mendes
ricerca River Roux, Bibiana Mendes
scene Irene Ip
macchinista Andrés Dwyer
video Stefan Korsinsky | Expander Films
costumi Tutia Schaad
coreografia Colette Sadler
luci Arndt Sellentin, Irene Ip, Catalina Fernandez
composizione musicale Katharina Ernst, Damián Noguera
tecnico del suono Ignacio Villa
direzione tecnica Catalina Fernandez
produzione, tournée e distribuzione | Lola Arias Company Laura Nicolas
prodotto da Maxim-Gorki Theater
coprodotto da Lola Arias Company

applausi del pubblico: 4’

Visto a Prato, Teatro Fabbricone, il 10 aprile 2026
Prima nazionale

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