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La nostra sperimentazione in periferia. Intervista a Chiara Crupi e Nicola Danesi De Luca

Chiara Crupi e Nicola Danesi De Luca (ph: Benedetta Massi)

Chiara Crupi e Nicola Danesi De Luca (ph: Benedetta Massi)

A Tor Bella Monaca, a Roma, si è chiuso Anomalie Circus Fest 25. L’obiettivo? “Crescere con la comunità”

Ventidue compagnie da Italia, Argentina, Francia, Belgio, Spagna, con cinque prime nazionali, hanno invaso la periferia di Roma per Anomalie Circus Fest promosso dal Kollatino Underground. Un festival visionario, fatto di poche parole, che prende vita da circo, teatro fisico, musica e acrobatica, con un’attenzione sempre rivolta all’ecologia e alle pratiche partecipative. Un festival dell’immaginazione verso mondi possibili, in cui adulti e bambini possono “giocare” insieme lasciandosi guidare e coinvolgere dagli artisti, anche al di là dello spettacolo in senso stretto, attraverso laboratori creativi, corsi e podcast.
Il pubblico diventa protagonista tanto quanto lo spettacolo. E l’arte si fa portavoce di socialità, comunità, condivisione. Il tutto nel contesto periferico e spesso dimenticato dalle politiche sociali del quartiere di Tor Bella Monaca, in cui da anni diverse realtà associative hanno dato vita ad un parco ricco di strutture ludiche e d’incontro.
Portare artisti di fama internazionale nelle periferie è l’atto culturale e ideologico compiuto da Kollatino Underground, in cui viene decentrato il rapporto luogo/qualità e l’abituale spettatore di teatro deve spostarsi verso la periferia. E in una delle serate di questa edizione è proprio Chiara Crupi (che con Nicola Danesi De Luca condivide la direzione artistica di Anomalie) a sottolineare come il festival sia “la dimostrazione che il denaro pubblico viene utilizzato realmente per il bene pubblico”.

Ci sono spettacoli che si potrebbero situare in una confluenza tra codici teatrali e circensi, tra la “Sala Baskèt” e la “Grand Place”, come i direttori artistici affettuosamente hanno battezzato i due spazi scenici di Anomalie: un campo da basket e lo spiazzo davanti al Cubo Libro, la libreria autogestita che supporta il festival.
La sera del 12 settembre inizia con l’arguto lavoro di Lannutti & Corbo, “To Play or Not to Play”. Si tratta di una serie di scene trainate da un interrogativo, giocato per lo più in chiave scherzosa, sul senso della vita: “C’è chi dice che il senso della vita è…” recita l’esordio di ogni scena.
Acrobatica, illusionismo, monologo o breve duetto teatrale, trasformismo, interazione col pubblico si susseguono, cuciti insieme a vista dalla frase tormentone che si diceva, scenicamente costruiti attorno ad un siparietto che consente alcuni piccoli cambi e la collocazione fuori scena dell’attrezzeria.

Segue un piccolo gioiello, un teatro in scatola Lambe Lambe che ricorda, nel dispositivo, il magico comò delle “Boxes” di Unterwasser, e nei temi marini la roulotte dalla Compagnia Samovar con la loro “Officina oceanografica sentimentale”. Si tratta di “Brigitte et le petit bal perdu” di Nadia Addis. Quattro finestre si aprono in un micro-teatro magico di marionette, in cui una vecchina siede in poltrona e sogna il passato. Con un’illuminazione e un’animazione studiate e il sapiente scivolamento fra tecniche diverse, Addis cattura gli occhi affacciati sul piccolo mondo e ci culla per dieci minuti che si vorrebbe non finissero.

Nadia Addis (ph: Emanuela Mercanti)

Ma il lavoro forte della serata è “Davaii” del duo Dacirc, composto da Sasha Agranov e Pablo Domichovsky, due clown dal viso struccato ma tutt’altro che pulito.
Musicista uno, lanciatore di coltelli e acrobata l’altro, fin da subito collocabili in un milieu tzigano che sembra chiamare in causa ora il punk di Gogol Bordello, ora l’antiestetica truce e stracciona di “Brutti, sporchi e cattivi”, con un filo di kitsch post-sovietico, parlano in un grammelot impastato di russo, italiano, spagnolo.
I due porgono omaggio all’altarino in memoria della bianca babuška, contrabbassista di fila di una qualche filarmonica russa, di cui per errore pugnalano a morte lo strumento, e ne celebrano le esequie.
Si litigano e si giocano ai dadi una bevanda che dev’essere senz’altro vodka, sguainano un violoncello, polverizzano un violino, tentano di ingollare porzioni enormi di spaghetti, spaventano il pubblico e lo travolgono letteralmente nelle risate. Per la chiarezza degli intenti teatrali, per la perfetta pulizia del segno rappresentativo (paradossale: una pulizia della sporcizia, tra vecchissime vestaglie polverose, calzini leopardati, manate di gelatina per capelli, spuntini a base di cerume) sono senz’altro la proposta che riesce ad esercitare l’appeal più diretto e insieme più raffinato ai molti spettatori. Forse perché i personaggi stessi, pur nella loro smagliante sozzura e nel loro egoismo straccione mostrano un candore e un’umanità infantile per cui non si può non provare tenerezza e, in definitiva, affetto: Danesi De Luca li definisce una irresistibile “anomalia nel panorama contemporaneo, perfetti per Anomalie”.

Davaii del duo Dacirc (ph: Emanuela Mercanti)

Del resto Anomalie è il festival della fantasia, in cui il patto tra performer e pubblico è quello di immaginare insieme, di co-creare. Chi riscopre il potere della fantasia accetta il patto, partecipa al gioco e si gusta lo spettacolo. E in questa edizione abbiamo assistito a tante cose “solo” immaginate: un fidanzato fatto di chips, una bimba volante senza ali, una sfera invisibile e magica, due campioni del motociclismo acrobatico… In particolare, di fantasia condivisa ne abbiamo avuta tanta il penultimo giorno di festival.
Ad aprire la serata “Ci penso io”, di e con Andrea Scarimbolo, giocoliere visionario con grandissime abilità relazionali col pubblico di ogni età, tanto da far partecipare all’intera esibizione bambini e adulti. Una scelta non semplice, per chi come lui gioca con il fuoco. Mentre Giorgia Dell’Uomo, con la sua delicata clownerie, in cui il teatro e l’espressività si mescolano allo stupore del circo, ha presentato uno spettacolo inaspettato, in cui le chips di mais prendono vita per costruire storie: d’amore, di rifiuto, di fallimento e di vittoria. Uno spettacolo apparentemente semplice ma con un profondo senso poetico.
A chiudere la serata in maniera effervescente, sorprendente ed esplosiva la performance, unica e originale, del duo Circo Pacco in “Winner. The big jump”, con la parodia degli stuntman di un motor show pieno di acrobazie su motocicli, gag dirompenti, esplosioni di fuochi d’artificio e salti nel cerchio infuocato, il tutto a suon di musica elettronica gestita direttamente dai due artisti in scena. Tutti elementi che hanno non solo raggiunto il pieno coinvolgimento del pubblico, ma hanno creato una sorta di gioco reciproco in cui gli spettatori si sono trasformati in veri e propri tifosi dei due protagonisti. Una sintonia perfetta, rara e preziosa, quella creata da Alessandro Galletti e Francesco Garuti, più volte incontrati nei festival di circo contemporaneo.

Circo Pacco (ph: Emanuela Mercanti)

Calato il sipario sull’ultimo spettacolo, a Nicola Danesi De Luca e a Chiara Crupi, organizzatori della rassegna, indirizziamo una sorta di consuntivo proiettato in avanti.

Parlando di piazza Mengaroni, ci avete raccontato che “è un luogo privo di ipocrisia, dove vige la legge del più forte e nel quale da estraneo è difficile conquistare anche solo il diritto ad essere ospitato”. Com’è andata nel corso delle settimane di festival? Avete dovuto dimostrare di essere “i più forti” o avete trovato altre strategie?
Nicola Danesi De Luca: Anomalie è solo al suo secondo anno a Tor Bella Monaca, questo vuol dire che il quartiere, la piazza, la comunità ci sta ancora annusando per capire se gli piacciamo. È ovvio che non possiamo e non vogliamo imporci come degli ospiti d’obbligo, calati dall’alto dalle istituzioni e dalle logiche amministrative di un bando. Altrettanto ovvio è che, se una manifestazione pensata per la comunità non piace alla comunità, quella manifestazione non ha nessun motivo per continuare a restare. Quindi diciamo che quest’anno, come il precedente, il nostro principale obiettivo per noi era farci accettare presentandoci per quello che vogliamo essere, un circo, una festa, un’occasione rara.
Direi quasi che è un gioco di seduzione e di rispetto degli spazi e delle prerogative della comunità di famiglie, ragazzi e bambini che quella piazza la vivono tutto l’anno, e giustamente la sentono territorio loro.
Le strategie sono fondamentalmente due: tanta pazienza e disponibilità nel rispettare le dinamiche, gli orari, le priorità di quella comunità, e la scelta di spettacoli che abbiano la forza di catturare l’attenzione.
Ci siamo riusciti, sì, la maggior parte della comunità era contenta, grazie anche all’imprescindibile complicità, all’aiuto, all’incoraggiamento costante di Claudia Bernabucci e Francesca Petrucci del Cubo Libro, che si dedicano da quasi vent’anni a quella piazza e sono riuscite a rendere Largo Mengaroni un luogo della comunità.

Chiara Crupi: Anomalie ha potuto dimostrare solo che la piazza si presidia con i sorrisi, le risate e gli applausi. La strategia messa in campo è stata la consapevolezza di tessere relazioni con gli abitanti ed il territorio, offrendo – e allo stesso tempo restituendo – arte, bellezza e stupore. La gioia di bambinə e adultə, che non sono abituati alla meraviglia che suscita lo spettacolo dal vivo nei loro cortili, è il miglior antidoto al degrado e alla criminalità che tristemente invadono le aree periferiche. Nel villaggio dell’anomalia che portiamo vige la legge della gentilezza e vince chi gioca ed azzarda con la felicità.

Questo è il secondo anno di un progetto triennale. Passare e riuscire a rimanere sono due cose diverse, lo sa bene chi ha scelto di essere “instabile e vagante” nel corso degli anni. Cosa vi ha spinto a cercare una forma di stabilità, e come vi immaginate di “stare” per tre anni a Tor Bella Monaca, dopo l’esperienza appena conclusa?
Nicola Danesi De Luca: Un circo per definizione arriva e riparte, è nomade. Nei 19 anni di Anomalie ci siamo spostati varie volte, rimanendo però sempre in periferia ed in quartieri lontani dalla normale programmazione del centro di Roma.
Tor Bella Monaca e Largo Mengaroni, grazie soprattutto al lavoro del Cubo Libro, ci sono sembrati da subito un luogo giusto dove fermarsi e provare a mettere radici. Il circo cerca continuamente un pubblico, l’esistenza di una comunità che non veda l’ora di festeggiare il suo arrivo. A Largo Mengaroni ci è sembrato che questa comunità, forte, magari ancora ruvida e diffidente ma comunque sincera, ci sia e che meriti la bellezza che siamo convinti di poter regalare.
Quindi noi ci immaginiamo di restare non tre anni ma magari dieci, di essere sempre più belli e sempre più amati, attesi e festeggiati…
Come detto siamo solo all’inizio qui, il percorso di seduzione è ancora lungo, ma sentire già quest’anno persone chiederci quando torneremo o commentare gli spettacoli, magari anche dicendo che quelli dell’anno passato erano più belli, vuol dire che un piccolo posto nella storia, nell’immaginario, nella vita del quartiere, Anomalie se lo sta conquistando.

Chiara Crupi: Anomalie nasce da un luogo che dava stabilità agli artisti, offrendo loro una casa dell’arte per provare e creare, grazie al recupero di un enorme seminterrato occupato nei pressi della via Collatina, a Roma, il Kollatino Underground.
Le periferie diventano così terreno fertile di sperimentazione, dove dal 2007 il festival ha abitato Casale Caletto, poi Parco Meda, il Casale Alba al Parco di Aguzzano, fino ad approdare nel 2017 al Parco delle Canapiglie di Torre Maura e, dal 2024, a Largo Ferruccio Mengaroni, nel cuore di Tor Bella Monaca. Questa scelta di spostarsi, di restare in ascolto dei luoghi e delle persone, ha dato vita a un percorso artistico che esplora poetiche partecipative e nuove estetiche per raccontare l’immaginario delle periferie. Non solo arte, ma anche un’indagine su inclusione ed esclusione, sulle barriere culturali, sociali e geografiche che limitano l’accesso alla bellezza.

Cosa avete in cuore di approfondire qui?
Nicola Danesi De Luca: Il naturale percorso di approfondimento di un festival come il nostro sarebbe riuscire ad essere presenti anche durante l’anno, magari supportando un percorso di formazione, una piccola scuola di circo, perché no?! Questo sarebbe davvero il successo più bello: che un giorno uno dei bambini di quella piazza diventasse lui stesso un artista di circo. Vedremo se riusciremo a trovare le forze e le necessarie complicità per arrivarci, tra qualche anno.

Chiara Crupi: In un triennio, grazie alle associazioni Cubo Libro e el Che, che vivono questi quartieri e li trasformano in case di cultura, formazione e socialità, diventa possibile offrire bellezza, costruire processi artistici e laboratoriali che insegnano a partecipare, a prendersi cura delle proprie piazze e, attraverso di esse, della propria vita.
Il formato #spazioagito, co-creato con la onlus Crocevia, documenta da 15 edizioni l’impatto dell’arte e dello spettacolo nell’abitare strade, parchi e piazze dove è carente l’offerta culturale. Il laboratorio di teatro e piccolo circo punta ad essere un appuntamento mensile per la piazza Mengaroni e a coinvolgere nella prossima edizione del festival i partecipanti. Crescere con la comunità, questo è l’obiettivo.

Cos’ha apprezzato maggiormente delle vostre proposte il pubblico? I laboratori sono riusciti ad attrarre partecipanti?
Nicola Danesi De Luca: I laboratori hanno avuto il loro pubblico costante, attento e curioso, fatto di bambini che sono riusciti tutti i giorni per qualche ora a lasciar perdere cellulari e distrazioni e dedicarsi a un’attività fisica e di gruppo. Molti complimenti vanno a chi anche quest’anno è riuscito a farsi voler bene e con delicatezza e semplicità a incuriosirli e farli mettere in gioco.

Gli spettatori di questa piazza hanno un carattere particolare?
Nicola Danesi De Luca: Credo che il pubblico, anche se non abituato ed “educato” allo spettacolo dal vivo, cominci a riconoscere lo sforzo che sempre abbiamo fatto per portare spettacoli di qualità, sinceri e diretti, come gli spettacoli di circo devono essere. Credo che sia proprio la sincerità l’elemento che cominciano ad apprezzare.
Gli spettacoli che ospitiamo ci rappresentano, parlano di noi e ci sono testimoni, e credo che il pubblico di Tor Bella Monaca cominci a capire che non siamo dei fanfaroni o dei faciloni, ma che ci teniamo davvero, e che gli spettacoli che portiamo sono spettacoli che innanzitutto piacciono a noi.

Mi sembra che una delle forme in cui Anomalie prende parola nei confronti del pubblico sia lo stupore: le grandi creature sui trampoli, le esibizioni di prestanza e abilità, ma anche il piccolo fuoco dei gesti minimi, la magia tra le dita o dentro una scatola, le apparizioni, le illusioni che spiazzano. Cosa può aprire lo stupore nel pensiero degli altri?
Il circo è storicamente il luogo dello stupore, della magia, dello strano e del diverso.
E’ per elezione il luogo dell’anomalia. La ricerca che ogni anno facciamo è di spettacoli che possano innanzitutto stupire anche noi.
Certo l’abilità, la destrezza, la comicità sono le prime armi del circo e continuano ad essere apprezzate ed amate dal pubblico. Ma quello che davvero vorremmo è che il nostro “circo” sia vissuto dallo spettatore come un luogo magico, un’occasione per toccare ed essere toccati dalla stranezza della vita, una bolla protetta nella quale sentire, prima ancora che capire, che nell’esistenza c’è un lato magico.
Perché questo accada abbiamo bisogno di spettacoli che, al di là dell’abilità e della destrezza, sappiano creare atmosfere, mondi nuovi e bizzarri, microcosmi di magia.
La convinzione e la speranza è che questi incontri con le anomalie, appunto, possano seminare dubbi, piccole crepe nel grigio o nella assurda insensatezza del mondo contemporaneo, produrre nel pubblico, anche il più semplice, delle risonanze, facendo scoprire la bellezza e la magia insita nell’essere vivi.
E’ una visione un po’ naïf, da sognatori, ma chi altri poteva portare un festival di circo a Tor Bella Monaca se non dei sognatori un po’ naïves?

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