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Antonio Ruz interroga la “Norma” – e ci interroga

Norma (ph: Juan Carlos Toledo)

Norma (ph: Juan Carlos Toledo)

Al 40° Festival Madrid en Danza, lo spettacolo del celebre coreografo spagnolo

Cosa significa essere “normali”? Cosa definisce il confine tra ciò che è norma e ciò che se ne discosta, tra appartenenza e deviazione, tra bellezza e grottesco, tra l’umano e il costruito?

Con “Norma”, Antonio Ruz si addentra in queste pieghe, scuotendo i contorni delle convenzioni fino a renderle instabili, sfocate. E se l’intento del coreografo spagnolo è quello di instillare nel pubblico, in più momenti, la domanda “cos’è normale?”, l’obiettivo viene senz’altro raggiunto.

All’interno della programmazione del 40° Festival Madrid en Danza, nella gremita Sala Verde del Teatros del Canal, “Norma” si apre nel buio totale. Un nero denso, abitato solo dalle prime note eteree e monumentali della Casta Diva belliniana, colonna sonora tra le più abusate nella storia della pubblicità e del cinema per rappresentare un ideale di bellezza eterna, qui invece svuotata del suo cliché, in attesa di essere reinvestita di nuovi sensi.

Alla riapertura del sipario, però, l’aspettativa viene disinnescata. Quinte di velluto rosso, doppie sul fondale a creare un corridoio, incorniciano un palcoscenico vuoto, dove la sola figura visibile è quella immobile di Manuel Martín. Alto, scultoreo, virile, capelli scuri e barba intensa, è vestito con jeans e un corsetto a fantasia bianco e nero: una visione che mescola virilità e decostruzione dell’archetipo, una silenziosa dichiarazione d’intenti.

A quel punto la scena si frattura. Altri quattro performer irrompono tagliando lo spazio in diagonale, a passo deciso, tra il provocatorio e il teatrale. Corpi differenti, ibridi, complessi. Corpi fuori catalogo. C’è chi esibisce peli e seni, chi sfoggia linee androgine, chi abita una fisicità densa e potente, chi si rifugia nella leggerezza di movenze diafane. Emerge così un collage corporeo volutamente dissonante, che rompe l’omogeneità per affermare un’estetica della pluralità. Un inno alla disidentificazione. Alla libertà di essere — o forse meglio — di dis-essere.

Ruz gioca, non senza ironia, con i molteplici significati del titolo. “Norma” è la sacerdotessa tragica di Bellini, donna votata al sacrificio, ma anche la regola, la convenzione sociale, la griglia invisibile che plasma gesti, pensieri, identità. E poi normale, quell’aggettivo così apparentemente innocuo, eppure carico di imposizioni, aspettative, esclusioni, capace di essere tagliente per l’effetto che riesce a creare, quello dell’a-normale.

La musica della Norma belliniana si scompone progressivamente, contaminata da suoni elettronici, distorsioni, pulsazioni sintetiche che la trasformano in un paesaggio sonoro post-umano. Merito di Aire, dj e sound designer, capace di stratificare l’ascolto in livelli mobili, tra classico e techno, analogico e digitale, onirico e meccanico.

I corpi dei cinque bravissimi danzatori – tra cui spiccano l’eclettico Chelis Quinza e l’androgino Carlos Carvento, la magnetica Alicia Narejos e l’esperta Begoña Quiñones – si muovono tra geometrie spezzate e vibrazioni tribali, disallineandosi e poi ritrovandosi, attraversando uno spettro ampio di stati: la natura come archetipo, la società come impalcatura, l’individuo come campo di battaglia.

In un momento, si trasformano in creature pre-umane (o pre-definite?), danzatori-animali che si rincorrono, si annusano, si toccano come in un rituale primordiale. In un altro, imitano pecore: l’immagine è potente, paradossale, tra il comico e l’amaro, e mette in discussione la tendenza all’omologazione persino all’interno dei movimenti che si vogliono alternativi.

Perché anche la ribellione può diventare costume, e la dichiarazione di identità, una recita sospesa.

A rendere ancora più articolata e in qualche modo filosofica l’indagine sulla normalità, arrivano frammenti testuali di Gregorio Apesteguía, tratti da “De la interacción sujeto-mundo” e “Manual para seres vivos”: inserti filosofici che si intrecciano con la coreografia, proponendo una riflessione sull’identità come relazione, come processo, come tensione tra autenticità e conformismo, tra desiderio e vincolo. “L’uscita sta in te. Cercala in silenzio”, invita Chelis Quinza, come a suggerire che il segreto per ritrovare la propria identità non risieda nell’esternazione, ma in un ritorno interiore, in un regresso più che in una dichiarazione.

Il momento più lirico arriva in chiusura, come un sussurro che sigilla il cerchio. Chelis Quinza, completamente nudo, siede al pianoforte, di spalle al pubblico. Le sue dita sfiorano i tasti con lentezza, quasi a cercare le note in un dialogo interiore. Sopra lo strumento, Alicia Narejos — maschera sul volto — è inizialmente immobile, poi scivola giù in una danza lenta, fragile, lontana. I suoi movimenti sembrano guidati da fili invisibili, come quelli di una marionetta abitata da un’anima. È un epilogo intimo e struggente, che per un attimo sospende il tempo, restituendo alla scena un respiro rarefatto, profondamente poetico.

Cos’è dunque normale? Nulla. Tutto. Forse la risposta non è tanto nel trovare una definizione, quanto nell’aver accettato, almeno per la durata di uno spettacolo, di non cercarne alcuna.

Norma
Regia e coreografia: Antonio Ruz
Drammaturgia: Rosabel Huguet
Costumi, scenografia e produzione: Roberto Martínez
Progetto illuminotecnico: Olga García – AAI
Musica: Aire
Testi: estratti dai libri “De la interacción sujeto-mundo” e “Manual para seres vivos”, di Gregorio Aspeteguía
Interpreti: Begoña Quiñones, Chelís Quinzá, Carlos Carvento, Alicia Narejos e Manuel Martín
Assistente alla coreografia: Elia López
Coordinatore tecnico: Tomás Charte
Produzione: Paola Villegas / Gabriel Blanco – Spectare
Assistente di produzione: Andrea Méndez
Foto e video: Juan Carlos Toledo
Con il supporto di IMAE Córdoba, Teatro Central di Siviglia, Tanzbiennale Heidelberg e Teatros del Canal di Madrid

Durata: ‘60
Applausi del pubblico: 1’ 20’’

Visto a Madrid, Sala Verde del Teatros del Canal, l’11 maggio 2025

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