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“Art” di Michele Riondino: l’arte di stare in equilibrio sul bianco

Art (ph: Maurizio Greco)

Art (ph: Maurizio Greco)

Con Michele Sinisi e Daniele Parisi, Yasmina Reza alla prova dell’alchimia. Attori veri per un quadro che, per ora, non vibra fino in fondo

“Art” è uno dei testi più emblematici della drammaturgia francese contemporanea. Scritto da Yasmina Reza alla fine degli anni Ottanta, è diventato rapidamente un classico: tradotto in decine di lingue, rappresentato ovunque, affidato nel tempo ad attori e registi diversissimi. Un testo solo in apparenza leggero, che utilizza l’arte contemporanea come dispositivo per interrogare i rapporti umani, il bisogno di riconoscimento, la fragilità delle amicizie maschili.

È a questo testo che Michele Riondino mette mano, dirigendolo e interpretandolo insieme a Daniele Parisi e Michele Sinisi. La vicenda è ridotta all’osso: un quadro bianco acquistato a prezzo esorbitante diventa il detonatore di un conflitto fra tre amici. Più che l’opera in sé, conta ciò che essa smuove. Un sistema di giudizi, alleanze, risentimenti e paure che emergono progressivamente sotto il peso delle parole.

“Art” è una macchina drammaturgica di estrema precisione. Vive di ritmo, di scambi rapidi, di una crudeltà trattenuta che può esplodere in qualsiasi momento. Quando funziona davvero, non concede tregua allo spettatore. In questa versione il ritmo c’è, la partitura è rispettata, gli scambi sono accurati. Eppure qualcosa resta leggermente attenuato. Non per mancanza di qualità, ma per assenza di veri guizzi.

Michele Riondino interpreta Marc, l’amico che giudica, che misura, che si sente superiore. Il suo Marc è controllato, lucido, nervoso quanto basta. La sufficienza è ben costruita, la postura morale è chiara. Sembra ancora trattenuta, come se il personaggio non arrivasse in fondo alla propria cattiveria. La parola colpisce senza affondare.

Michele Sinisi è Serge, il proprietario del celebre quadro bianco. È colpito, ferito, reattivo. Difende la sua scelta come si difende un’identità. Il suo è forse il personaggio più esposto e quello che rischia di più. Ha scatti, rabbia, orgoglio. Funziona. Anche qui, l’imprevisto resta sotto controllo, e il personaggio non viene spinto fino al punto di rottura.

Daniele Parisi interpreta Yvan, l’amico accomodante, quello che non prende posizione, che cerca alleanze per poi ritrarsi. Il suo Yvan è fragile, bisognoso di approvazione, schiacciato dagli eventi, dal matrimonio imminente, da una vita che sembra sempre sul punto di sfuggirgli di mano. È il perno instabile del triangolo, quello che impedisce la chiusura definitiva del conflitto. Il triangolo non si chiude mai davvero, perché Yvan disinnesca il climax invece di portarlo allo scontro finale.

Ed è proprio qui uno dei nodi dello spettacolo. “Art” vive di continue rinegoziazioni di potere, di alleanze che si formano e si disfano, di manipolazioni sottili, di ricatti emotivi. Tutto questo è presente, leggibile, ben articolato. Ma ancora non deflagra. Le risate arrivano, sì. Sono spesso risate isteriche, disarmate, a tratti imbarazzate, talvolta conniventi. Manca giusto quel momento in cui il pubblico sobbalzi, quel silenzio che pesi più di una battuta riuscita.

Il confronto con altre versioni è inevitabile. Nel tempo “Art” ha dimostrato di potersi rinnovare senza tradirsi, trovando ogni volta una propria necessità. Qui la sensazione è che quella necessità non sia ancora pienamente emersa. Al debutto nella sua Taranto, Riondino si muove come una jazz session, in cui ogni attore porta il proprio modo di stare in scena, il proprio tempo, la propria musicalità. L’alchimia e la stima reciproca sono evidenti e sincere. Il lavoro sta cercando il rodaggio per dare verve a un testo che, per sua natura, è un corpo a corpo continuo.

Art (ph: Maurizio Greco)

La scenografia di Vito G. Zito è elegante ed essenziale. Bianca, attraversata solo dai colori degli abiti. L’azzurro di Serge, assertivo. Il rossiccio di Marc, più acceso. Il bianco slavato di Yvan, coerente con la sua inconsistenza. Il cognac bevuto di tanto in tanto diventa un gesto rituale. Il quadro, ogni volta che entra in scena, è accompagnato da un accenno di percussioni, segno semplice e intelligente. Lo spazio suggerisce un retrobottega, una profondità nascosta, un dietro le quinte delle relazioni.

Resta una domanda. È un teatro necessario? In che modo dialoga con il pubblico di oggi? Porta un valore aggiunto rispetto alle molte versioni che lo hanno preceduto? Scava davvero nel testo di Reza o si limita a una solida esecuzione?

Non diremmo che questo “Art” deluda. Sarebbe ingeneroso. È uno spettacolo ben recitato, intelligente, curato. Ma resta la sensazione di un’occasione solo parzialmente sfruttata. Yasmina Reza ha sempre dichiarato di scrivere solo per attori veri, perché senza densità, senza sottotesto, senza perfidia non resta nulla di una commedia. Qui gli attori veri ci sono. Quella perfidia, però, non è ancora pienamente affiorata.

Forse crescerà. Forse troverà col tempo un’urgenza più netta. Per ora resta un “Art” elegante, corretto, piacevole. Fa sorridere, fa riflettere. Ma “Art”, quando è davvero “Art”, dovrebbe farci male. Almeno un po’.

Da oggi a domenica a Bari, al Teatro Piccinni, per poi proseguire la tournée in giro per l’Italia.

ART
di Yasmina Reza
traduzione di Federica Di Lella e Lorenza Di Lella
regia di Michele Riondino
con Michele Riondino, Daniele Parisi, Michele Sinisi
scene Vito G. Zito
costumi Silvia Segoloni
disegno luci Cristian Zucaro
aiuto regia Maria Federica Bianchi
produzione Pierfrancesco Pisani e Isabella Borettini
per Infinito e Argot Produzioni
in coproduzione con Teatro Stabile d’Abruzzo
e Fondazione Sipario Toscana Onlus – La Città del Teatro

durata: 1h 10’
applausi del pubblico: 2’

Visto a Taranto, Teatro Fusco, l’8 gennaio 2026
Prima nazionale

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