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Asteroide di Marco D’Agostin: un musical da fine del mondo

Ph: Masiar Pasquali

Ph: Masiar Pasquali

Al Piccolo di Milano in prima nazionale, il danzatore veneto balla nel cratere lasciato da un amore. Un esperimento radicale fra teatro, scienza e intimità

Cosa succede se la fine di un amore viene trattata con la stessa precisione scientifica dell’estinzione dei dinosauri? Se a raccontarla è un paleontologo che si mette a danzare, cantare, fuggire dalla scena, lasciandoci al buio o da soli, come dopo un impatto cosmico?
È questo lo scenario (stralunato, intelligente, a tratti esilarante e spesso straniante) che Marco D’Agostin costruisce in “Asteroide”, il suo nuovo lavoro in forma di assolo, presentato in prima nazionale al Piccolo Teatro di Milano.

Dopo i successi di “Best Regards” e “Gli anni”, D’Agostin torna a lavorare su di sé come unico interprete, in una partitura fisica e vocale che fonde divulgazione, musical e coreografia contemporanea. Il risultato è uno spettacolo tanto ambizioso quanto spiazzante: un corpo a corpo con le forme dell’intrattenimento, un gioco serissimo con il genere del musical e con i linguaggi della scena postdrammatica. “Asteroide” è uno spettacolo che ha il coraggio di dichiararsi “scomodo”, e che sembra voler continuamente sfidare lo spettatore: riesci a seguirmi, anche se danzo mentre ti parlo di fossili? Anche se canto l’estinzione come fosse una serenata?

Il punto di partenza è folgorante: l’estinzione dei dinosauri e la controversa ipotesi scientifica – avanzata negli anni ’80 – secondo cui un asteroide avrebbe provocato un’apocalisse istantanea. Un evento impensabile, che cambia tutto in un attimo. Come la fine di un amore. È da questo parallelismo tanto improbabile quanto emotivamente efficace che si sviluppa “Asteroide”: un monologo/conferenza/performance in cui un paleontologo (o qualcosa di simile) racconta – apparentemente – i misteri della geologia e delle ere, ma in realtà scava dentro sé stesso, dentro le rovine di un affetto perduto, cercando forme per dirlo. Non a caso, tutto si regge su un’idea chiave: i sentimenti, come le rocce, si stratificano. Le nostre biografie sono piccole ere geologiche. Ogni amore che finisce lascia uno strato.

Lo spettacolo procede a scosse, a crateri, a vuoti e apparizioni improvvise. D’Agostin domina la scena con il suo corpo flessuoso e ironico, una voce che passa dal recitato all’enfasi musicale con sicurezza e gusto, uno stile che – tra pose plastiche, gesti eccentrici e sguardi buffi – richiama la figura di un Freddy Mercury da laboratorio, dagli accenti tenorili. Lo vediamo in abiti coloniali, poi glitterati, poi nudo di ogni finzione, mentre scivola tra piani di senso apparentemente inconciliabili: il rigore scientifico e l’affondo emotivo, la comicità slapstick e la malinconia esistenziale.

“Asteroide” è, dichiaratamente, un omaggio al musical. Ma non lo fa con spirito celebrativo, piuttosto con tensione dialettica: il musical non viene portato in scena “così com’è”, bensì fatto a pezzi, forzato, sezionato e poi ricucito con mano tremante. D’Agostin – che in conferenza stampa ha raccontato di essersi “riconciliato” con il musical dopo averlo snobbato per anni – lo affronta con amore e diffidenza, con studio approfondito (Bob Fosse, Broadway, “Les parapluies de Cherbourg”, “Dancer in the Dark”) e con una consapevole messa in crisi. È proprio questa ambiguità a rendere lo spettacolo interessante: “Asteroide” non è un musical, ma una riflessione (ironica, filosofica, fisica) sul fatto che tutti – a un certo punto – ci troviamo a cantare e ballare nel bel mezzo della catastrofe.

Le canzoni originali (scritte dallo stesso D’Agostin con il musicista Luca Scapellato) funzionano in modo alterno: alcune colpiscono, altre sembrano più funzioni drammaturgiche che brani da ricordare. Ma la colonna sonora nel suo insieme accompagna bene la metamorfosi dello spettacolo, che passa dal rigore della conferenza al disastro della performance con eleganza sghemba. La voce, curata con l’aiuto di Francesca Della Monica, è veicolo potente di questa trasformazione.

Non tutto, va detto, fila alla perfezione. “Asteroide” è uno spettacolo estremamente denso, ricco di livelli, carico di riferimenti colti (filosofia, ecologia, antropologia, narrativa scientifica), che a tratti si aggroviglia su se stesso. La tensione tra leggerezza e gravità – pur centrale – non sempre è ben calibrata: alcuni passaggi risultano forzati, certi vuoti scenici sembrano più impasse che scelta, e l’ambizione dell’operazione a tratti finisce per frenare il ritmo. Il pubblico gradisce e non si mostra spiazzato: l’alternanza tra musical e solitudine, tra canto e silenzio, tra gioco e trauma, è volutamente instabile, consapevole – diremmo smaniosa – di smarrire la bussola narrativa.

L’intelligenza dello spettacolo resta evidente, così come la qualità della ricerca e la forza del performer: D’Agostin si conferma una delle voci più singolari della scena italiana, capace di abitare lo spazio con intensità e di attraversare i generi senza mai diventare prevedibile.

“Asteroide” è uno spettacolo che riflette sul tempo, sulla perdita, sull’entertainment come forma di sopravvivenza. È un musical anomalo, un esperimento poetico imperfetto, un gioco serio con la fine delle cose. La fine di un amore, la fine del mondo, la fine della scena. In questo senso, la sua apparente disfunzionalità è parte del progetto: “Asteroide” non vuole rassicurare, ma sovvertire.
Come dopo un impatto cosmico, non ci resta che raccogliere le ossa, le canzoni, i ricordi, e provare – strato dopo strato – a ricostruire un significato.

Prossime repliche: 15 giugno a Sarzana (Fisiko Festival); 5 e 6 luglio a Barcellona (Festival Grec); 12 luglio a Civitanova Marche (CivitanovaDanza); 18 luglio a Sansepolcro (Kilowatt Festival).

Asteroide
di e con Marco D’Agostin
suono: Luca Scapellato
canzoni: Marco D’Agostin, Luca Scapellato
scene: Paola Villani, Bots Conspiracy
luci: Paolo Tizianel
costumi: Gianluca Sbicca
con un’incursione testuale di Pier Lorenzo Pisano
assistente alla creazione: Lucia Sauro
ricerca condivisa con: Chiara Bersani, Sara Bonaventura, Nicola Borghesi, Damien Modolo, Lisa Ferlazzo Natoli
movement coach: Marta Ciappina
danze di repertorio: Giulio Santolini, Stefano Bontempi
vocal training: Francesca Della Monica
consulenza scientifica: Enrico Sortino
costruzione elementi scenici: Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
promozione e cura: Damien Modolo
organizzazione e amministrazione: Eleonora Cavallo, Federica Giuliano, Irene Maiolin, Paola Miolano
comunicazione digitale: Alessandro Ieva
Produzione: VAN
in coproduzione con:
Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
Théâtre de la Ville, Paris
Fondazione Teatri di Pistoia
Pôle-Sud CDCN Strasbourg
Festival Aperto / Fondazione I Teatri – Reggio Emilia
Baerum Kulturhus – Dance Southeast-Norway
Snaporazverein
Con il sostegno di:
CCN Ballet de l’Opéra national du Rhin
Centro Nazionale di Produzione della Danza Virgilio Sieni Firenze
AMAT e Civitanova Danza per RAM_Residenze Artistiche Marchigiane
La Contrada – Teatro Stabile di Trieste
Istituto Italiano di Cultura di Oslo / MiC – Direzione Generale

durata: 1h 30’
applausi del pubblico: 5’

Visto a Milano, Piccolo Teatro (Studio Melato), il 3 giugno 2025
Prima nazionale

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