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Inseguendo significati da Barokthegreat a Daniele Albanese. Quando la ricerca è ‘troppa’

Barok|Daniele Albanese

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Daniele Albanese
Daniele Albanese (photo: inteatro.it)

Ci sono spettacoli che minano l’autostima di chi vi assiste. Una carrellata di nomi, di credits, di referenze, di anticipazioni, di presentazioni pompose e, di conseguenza, di aspettative destinate a risolversi, qualche volta, in un nulla di fatto.

E allora lì ad interrogarsi sulle proprie “doti”: mi è forse sfuggito qualcosa? Non mi sono preparato abbastanza? Dovevo documentarmi meglio e ricostruire a ritroso tutto il curriculum dei performer dato che, evidentemente, dalla cartella stampa non ho saputo trarne granché? Mi sto scontrando con un mio limite culturale, o peggio, esistenziale? Allora forse non sono nemmeno degno di scrivere su una rivista…

Bah’. La verità è, forse, che certe pretese spettacolari, anche se sviscerate ed interrogate da tutti i punti di vista, non hanno davvero nulla da raccontare. Rimangono esibizioni fini a se stesse e pronte ad essere dimenticate. Poco male, mi verrebbe da dire, nel senso che fa parte delle regole del gioco. È un azzardo da correre quando si fa ricerca, quando si sceglie di presentare uno studio invece che uno spettacolo completo e rodato.

È insomma un nobilissimo rischio che tutti quelli che lavorano onestamente, senza cercare di vendere fuffa, devono correre, coerentemente e lucidamente. Ma il rischio ovviamente comporta delle conseguenze, come quella di deludere o fallire. Soprattutto se c’è la sensazione che di aria fritta ce ne sia davvero molta.

L’InteatroFest di Polverigi (AN) è un festival di arti performative dalla storia più che consolidata, visto che dal 1977 si pone come coraggiosa vetrina di arte contemporanea, come cantiere aperto e residenza creativa, fornendo a compagnie provenienti da tutto il mondo supporto, appoggio e, qualche volta, un alibi.

Lì, in una full-immersion di due giorni, fagocito cinque spettacoli di diverso genere, animata dalla solita curiosità vorace: uno mi travolge, uno mi titilla, uno mi stimola, tutti mi “danno” qualcosa. Il merito è, in parte, anche della personale predisposizione, che ha reso il mio sguardo (un mix di occhi-orecchie-pelle-pori-cervello e cuore) disponibile. Insomma, tutti gli spettacoli dell’InteatroFest hanno un loro perché. Eccetto due, che trovo, senza giri di parole o moti di pietismo, inutili.

Allora provo a cambiare le carte in tavola, perché se Maometto non va alla montagna, dopotutto è la montagna che va da Maometto. Se queste esibizioni non mi hanno restituito davvero nulla, penso, allora forse sono io che devo fare uno sforzo in più per arrivare a “prendere” qualcosa da loro, tanto più che gli spettacoli in questione sono proprio quelli su devo scrivere.
Non mi è mai capitato – o quasi mai – di non riuscire a cogliere uno straccio di senso, di necessità, di urgenza (parola molto amata dai teatranti), di godimento o suggestione da uno spettacolo. Eppure stavolta niente di niente, solo noia mortale. Mi confronto anche con la Maria che, con le idee molto più chiare delle mie, liquida le sue sensazioni a riguardo con una sarcastica “fucilata nei coglioni”.

Gli spettacoli in questione sono, ahimè non posso esimermi, “Andless” e “Barok”.
Il primo è di e con Daniele Albanese. Il “performer coinvolgente e provocatorio – cito dalla brochure del festival –  ci fa dono di un assolo che, sulle note di Bach, si interroga sulla natura stessa dello spettacolo, sul suo indissolubile legame con il tempo e con la vita”.
A parte il fatto che più che Bach a fare da colonna sonora è il rumore di una moka prossima a sputare caffè, ma va bene lo stesso, mi chiedo: in che cosa consiste la ricerca fatta attorno all’interrogativo annunciato nel  programma? Cosa avrebbe dovuto indagare l’interprete e cosa lo ha spinto ad esibirsi di fronte ad un pubblico pagante? Come possiamo noi, poveri mortali, riconoscere lo spirito alto della sua ricerca se questa non ha il benché minimo corrispettivo nel lavoro presentato? Senza voler essere didascalici poi, Dio ce ne scampi.
Ma al di là della pertinenza o meno rispetto a quanto anticipato nella brochure, che tutt’al più comporta delle aspettative deluse, non trovo nemmeno una godibilità, un guizzo, un estro o una suggestione.

Barok (photo: myspace.com/barokthegreat)

Poco diverso il discorso per “Barok” della compagnia Barokthegreat di Forlì. Uno spettacolo di Leila Gharib e Sonia Brunelli che vede quest’ultima anche impegnata sul palco.

A parte un inizio davvero promettente ed ipnotico, che inchioda alle poltrone in stato di trepidante attesa, lo spettacolo – che si ispira all’arte informale, per eccellenza barocca – si risolve in una monotona performance di 35 minuti. Non riesco a far altro che ammirare i movimenti sinuosi della performer, ma esattamente come avrei fatto nel vederla fare training la mattina presto in sala prove. A dirla tutta sembra calata in una sorta di trance in cui l’esistenza del pubblico non pare essere un elemento contemplato. Va quindi bene il costume che esalta le linee del gesto, va bene il volto celato dalla maschera fluo che crea l’effetto ragazza-insetto coi colori del merlo, va bene il crescendo di note elettroniche, ma poi? Nemmeno il ricco apparato informativo di cui la compagnia dispensa il pubblico serve a un granché, se non a confondere.

Certo, anche se la semplicità è una dote vincente, uno spettacolo può indubbiamente essere apprezzato nonostante richieda una fruizione più complessa. Non mi lascio spaventare dai voli pindarici, non rifiuto a priori l’intellettualismo o l’esubero di attenzione necessaria, ma come minimo pretendo di essere risarcita con una qualche forma di godibilità, anche a posteriori, di cuore, sensi o cervello. O che almeno mi scalfisca un po’, arricchendomi. Rifuggo invece le esibizioni fini a se stesse, elucubrazioni narcisistiche che si nascondono dietro l’alibi della ricerca.

Ognuno è chiamato ad assumersi le proprie responsabilità. Lo faccio anch’io per le parole spese.
Siccome però sono una persona estremamente possibilista, imploro un’altra chance, rivolgendomi umilmente a tutti quelli che, avendo assistito agli spettacoli in questione, ne hanno colto i segreti, le possibilità e gli arcani come non ho saputo fare io. Lasciate un segno, un commento che possa rischiarare il mio semplice ed evidentemente limitato punto di vista. Facendomi, magari, cambiare idea.

Andless
di e con Daniele Albanese
luci: Deborah Penzo
musica: Marco Monica
con il sostegno di InteatroPROD nell’ambito di Scenari Danza 2.0
durata: 20′
applausi del pubblico: 36”

Visto a Polverigi (AN), Teatro della Luna, il 3 luglio 2009

 


Barok

di Leila Gharib e Sonia Brunelli
con: Sonia Brunelli
produzione: Barokthegreat, Sonia Brunelli/Fies Factory One, Grand Theatre di Groningen, Sujet à Vif SACD/Festival d’Avignon 08, centrale FIES_in collaborazione con Area Sismica, Teatro Stabile di Verona,
vincitore di Nuove Creatività con il supporto di ETI Ente Teatrale Italiano
si ringrazia Simon Vincenzi
durata: 35′
applausi del pubblico: 1′ 08”

Visto a Polverigi (AN), Teatro della Luna, il 2 luglio 2009

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