Lo scontro tra Renata Ciaravino e Andrée Ruth Shammah riaccende il dibattito sul ruolo della cultura, il confine tra critica e pregiudizio, e la libertà d’espressione nel mondo dello spettacolo. Ma quando il dissenso diventa esclusione, il teatro rischia di perdere la sua funzione più profonda: farci pensare
Nel cuore della Milano culturale, il Teatro Franco Parenti è diventato epicentro di una tempesta politica, etica e simbolica che ha travalicato le mura di qualsiasi palcoscenico. A innescarla, un appello al boicottaggio lanciato su Facebook da un gruppo di attrici e attori milanesi – in primis la drammaturga Renata Ciaravino – rivolto contro la direttrice del teatro, Andrée Ruth Shammah. Sullo sfondo, il conflitto in Medio Oriente, i massacri di Gaza, i post pubblicati e poi rimossi dalla stessa Shammah, e una polarizzazione crescente che rischia di avvelenare lo spazio culturale italiano.
La questione non è semplice, e proprio per questo va maneggiata con cura: il teatro può essere oggetto di boicottaggio per le opinioni personali di chi lo dirige? Dove finisce la critica legittima e dove inizia l’intolleranza? Più in profondità: esiste ancora uno spazio per il dissenso senza che si venga espulsi da un certo perimetro morale e culturale?
Il casus belli: Gaza, i post di Shammah, l’appello di Ciaravino
Tutto ha origine da alcune dichiarazioni social – ora cancellate – di Andrée Ruth Shammah sulla guerra tra Israele e Hamas. Post considerati da alcuni “ambigui”, se non addirittura negazionisti rispetto alla tragedia palestinese. La risposta è arrivata dura e immediata: Renata Ciaravino ha accusato Shammah di mascherare la propaganda da ricerca della verità, fino a scrivere che quei post ricordano “quelli che dicevano: erano campi di lavoro”, a proposito della Germania degli anni Quaranta. Una frase che ha fatto sobbalzare molti per il suo parallelismo con la narrazione revisionista sui lager nazisti.
Nel suo appello, Ciaravino invita a un boicottaggio “non violento” del Franco Parenti, definendolo un atto di disobbedienza morale. Le fa eco Elena Scalet, che parla di “urgenza di dire le cose senza mezzi termini”, e con lei, tra gli altri, Roberto Traverso, Rossella Raimondi, Stefano Ricci, Fabrizia Mutti. Per queste voci, il teatro – e chi lo rappresenta – non può rimanere neutrale davanti a un genocidio. Se c’è ambiguità, va smascherata. E se c’è connivenza, va interrotta.
Il teatro come spazio ideologico?
Ma qui si apre un interrogativo spinoso. Cosa rappresenta oggi un teatro, soprattutto se pubblico o semi-pubblico? È un’istituzione neutrale? Un centro culturale che deve riflettere le tensioni del proprio tempo? O può e deve essere preso di mira in quanto simbolo di posizioni ritenute ideologicamente inaccettabili?
Il regista Luca Radaelli ha definito la proposta di boicottaggio “iconoclasta” e pericolosa. “Boicottare un teatro per le idee personali della sua direttrice? A me fa abbastanza orrore” ha scritto, sottolineando che la cultura non può ridursi a una guerra di fazioni. L’indignazione per il post di Ciaravino è evidente anche negli interventi delle giornaliste Magda Poli e Sabrina Cappelli Faller.
A sua volta, Shammah ha spiegato il senso dei suoi interventi, e dei post poi cancellati, facendo appello alla necessità del dubbio, del dialogo, della pluralità di pensiero: “Bisogna impedire alle parole di creare odio – ha dichiarato – e concentrarsi sulla voglia di approfondire per elaborare una propria idea. Una tesi ha le sue ragioni, ma anche la tesi contraria”.
In un’epoca in cui la verità è sempre più liquida, tra manipolazioni digitali e giudizi affrettati, prendere posizione diventa un gesto carico di rischi. E chi incorre in errori, o prova a esplorare zone grigie – o anche solo a esprimere una prospettiva minoritaria – viene spesso percepito come complice del nemico.
Antisionismo, antisemitismo e i rischi del cortocircuito
È forse questo il nodo più sensibile dell’intera vicenda: il confine, sempre più sottile, tra antisionismo e antisemitismo. Se la critica alle azioni del governo israeliano è più che legittima – e anzi doverosa – diventa però urgente chiedersi dove finisca la denuncia politica e dove inizi il pregiudizio.
Perché quando la protesta degenera in attacco sistematico, o quando un teatro diretto da una donna ebrea viene boicottato per presunta “ambiguità” della sua direttrice sulla guerra in Medio Oriente, il rischio simbolico è di cadere in un errore storico grave. Non si tratta di attribuire a Ciaravino o ai suoi sostenitori intenti antisemiti. Ma nel momento in cui si attacca un’istituzione culturale anche per ciò che rappresenta, e non solo per ciò che fa, si rischia di evocare fantasmi che credevamo sepolti.
Le parole hanno un peso. E anche i simboli. Boicottare un luogo che impiega sessanta lavoratori, non riducibili alla sola figura di Shammah – figura centrale della cultura ebraico-milanese – e fondato da lei insieme a personalità come Franco Parenti, Giovanni Testori, Dante Isella e Gianmaurizio Fercioni, può facilmente prestarsi a strumentalizzazioni o a cortocircuiti pericolosi. Il precedente storico, dolorosamente noto, è quello degli anni Trenta, quando il boicottaggio commerciale contro gli ebrei fu tra i primi strumenti della propaganda antisemita in Europa.
Israele, Gaza e la crisi dell’identità ebraica globale
A complicare ulteriormente le cose c’è il legame profondo, identitario, tra Israele e l’ebraismo. Le scelte del governo Netanyahu – sempre più isolate sul piano internazionale – vengono criticate da molti ebrei nel mondo, da David Grossman a Yuval Harari. Eppure, nel discorso pubblico, è sempre più difficile distinguere tra Stato, popolo, religione, cultura. È il rischio dell’indistinzione, dell’equivalenza abusiva: criticare Israele diventa, per alcuni, sinonimo di schierarsi dalla parte giusta; ma chiunque chieda maggiore complessità o avanza qualche dubbio, fondato o meno, viene subito tacciato di complicità o negazionismo.
La questione palestinese è aperta da decenni, ed è impossibile ignorare la sproporzione dell’attuale crisi: i bombardamenti a Gaza, le vittime civili, le accuse di crimini di guerra. Ma proprio per questo, l’indignazione non può e non deve diventare una nuova forma di esclusione culturale. Altrimenti, si rischia di riprodurre lo stesso schema binario che si vorrebbe combattere.
Teatro come spazio del dubbio, non del dogma
Il punto più alto, e più fragile, di questa vicenda resta il ruolo della cultura. Il teatro non è un tribunale, né un’agenzia di stampa. È uno spazio in cui si rappresenta la contraddizione umana, dove si mette in scena il dissenso, la pluralità, il dubbio. Pretendere che il teatro sia “puro”, “allineato”, perfettamente conforme a una causa (anche giusta), significa snaturarlo. Significa ridurlo a megafono. Ma un teatro che non fa pensare, che non fa discutere, che non disturba… non è più teatro.
Questa è forse la lezione più difficile: si può essere radicalmente a favore della causa palestinese, e insieme rifiutare gli strumenti dell’intolleranza. Si può considerare l’azione israeliana come moralmente inaccettabile e al contempo difendere il diritto di un’intellettuale ebrea di esprimere il proprio punto di vista, anche se impopolare.
Come ricordava il professor Keating ne “L’attimo fuggente”: “È proprio quando credete di sapere tutto di una cosa, che dovete guardarla da un’altra prospettiva”. Non per relativismo, ma per onestà intellettuale.
Non certezze, ma domande
Insomma, non serve schierarsi per Shammah o per Ciaravino. Serve, invece, porsi le domande giuste: può una posizione scomoda essere discussa senza diventare anatema? Il dissenso è ancora possibile in ambito culturale, o viviamo in un’epoca in cui l’allineamento è l’unica forma di sopravvivenza pubblica?
In un contesto globale segnato da conflitti, disinformazione e identità lacerate, l’unico antidoto è proprio la cultura. Ma non quella ridotta a propaganda. Serve una cultura che sappia ascoltare, anche ciò che ci disturba. Una cultura che non miri a “epurare”, ma a capire. Una cultura, infine, che non dimentichi il passato, ma nemmeno ne faccia scudo per silenziare il presente.
Il Teatro Franco Parenti è – e deve restare – un luogo di domande, non di risposte preconfezionate. E oggi, più che mai, le domande sono ciò di cui abbiamo disperatamente bisogno.
Torniamo dopo la nostra pausa estiva, e lo facciamo con uno spunto di riflessione.
Per aprire una nuova stagione…Pubblicato da Krapp’s Last Post su Lunedì 25 agosto 2025
