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César Brie affronta un bivio, con ‘il mare in tasca’

César Brie
César Brie
César Brie in ‘Il mare in tasca’

Il Mare in tasca”, scritto diretto e interpretato da César Brie, è la storia di un attore che, al risveglio da un sonno agitato, scopre di essere stato trasformato in prete. Da qui inizia un dialogo tra l’attore, il prete e Dio. Tutti e tre parlano attraverso una sola voce; tutti e tre hanno un ruolo, degli spettatori, un impegno sociale. Tutti e tre hanno bisogno di dir la loro, in modo forte, irruente. Un mare di parole, di metafore tra divino e profano. Tutto si mischia e si ammucchia sul proscenio.

Dio comanda e sopporta, il prete assolve e dissolve, l’attore cade e si rialza, trascina le sue gambe imbrigliate nella tunica nera, impreca, si fa obbediente per poi subito ammutinarsi nel vivere, nel suo essere attore e nel suo essere e basta.
“Questo è il mio corpo, prendete e mangiatene tutti” dice César Brie addentando un mela e offrendosi in pasto ai suoi spettatori, immobili marionette sul palco. Fino a quando gli stessi, indecisi se scegliere l’illusione della scena o la realtà della finzione, decideranno di andarsene. Anche l’attore ci prova, si sfila la veste, ma sotto ne trova un’altra e il sacrifico si rinnova.

“Il Mare in tasca” è uno spettacolo intellettuale, simbolico, dal ritmo turbinoso. “Ma di che cosa parla?”, chiede prepotentemente Dio. Sembrerebbe d’amore. In effetti, ci sono alcuni momenti molto teneri: l’attore recupera per un attimo il calore di un affetto indossando un grandissimo abito di lino bianco appartenuto alla madre, così enorme da ridimensionarlo  uomo-bambino; il colore del grano e il rumore del riso disseminati sul pavimento sanno di terra, di vita, di fatica ma anche di festa; il nastro di raso blu srotolato dalla tasca dell’attore disegna una semiretta familiare sopra i suoi – e nostri – occhi, un orizzonte del mare che sembra non avere mai una riva.
Ma in realtà quello che sembra poi prevalere è il tema dell’attore e della sua funzione, del suo essere strumento e simbolo, ma anche del suo apparire sempre un po’ “inferiore” all’immaginazione dello spettatore, che sconfina ogni orizzonte.
Alla fine il dialogo si trasforma in un monologo fatto di domande senza risposta, e di questa bella e ironica centrifuga di parole rimane l’immagine del mare, che con il suo andare e venire afferra un ricordo, un amore, una paura, un sogno, una confessione, ritirandosi nella tasca che l’attore/prete porta sempre con sé. Anche quando tutto ha una fine e rimane una porta da cui uscire, e dietro la quale anche Dio dovrà stare in silenzio.

“Oggi, davanti ad un bivio nel mio cammino nel teatro, trovo una tonaca appesa ad un albero. La tonaca è quella di un prete.
Il bivio è la mia scelta di tornare a vivere e lavorare in America Latina, una terra così ricca da esportare caffé, mais, calciatori, scienziati, artisti, e così povera da non riuscire a tenerseli. L’albero dal quale pende la tonaca rappresenta questi anni di lavoro ostinato ed esilio volontario. I suoi frutti non sono soltanto le mie opere. Sono anche i miei errori, quello che ho distrutto, le fatiche inutili.
Sono il primo a stupirsi: i miei fallimenti hanno germogliato.
Con quella tonaca e questi frutti ho costruito quest’ opera”.
(César Brie)

IL MARE IN TASCA
scritto, diretto e interpretato da César Brie
musica eseguita da Abramo Maiorani
luci: Mia Fabbri
durata: 55′
applausi del pubblico: 2’ 53’’

Visto a Mestre (VE), Centro Culturale Candiani, il 19 maggio 2009

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