
Cercando di definire questo nuovo teatro riprendendo in mano i termini delle avanguardie storiche dell’arte figurativa, Fabio Franceschelli di Olivieri_Ravelli Teatro attribuiva ad Elvira Frosini e al suo progetto Kataklisma l’aggettivo “pop”.
Il sottotitolo di “Ciao Bella”, spettacolo prodotto nel 2010, è “istruzioni per un buon risveglio”. È con queste due suggestioni che arriviamo a teatro, questo Nuovo Colosseo che tenta di ospitare altrettanto nuove realtà, senza tuttavia trovare ancora il sostegno che, almeno per il tentativo, meriterebbe in pieno.
Scena buia, spoglia, fredda, con qualche macchia di colore: un cuscino di raso rosso e una cordicella, pure rossa, che tiene a guinzaglio un piccolo dinosauro bianco.
Elvira Frosini indossa una sottoveste bianca, scarpe rosse, borsa abbinata. Il suo è un corpo magro e nervoso; folti, i riccioli neri spariscono al contrasto con il fondo. Resta il riflesso di una carne che si muove con grande rigore.
In questo angolo buio, questo cunicolo della coscienza che ci restituisce una realtà distorta in cui cenni al passato del “presidente” si mescolano grottescamente alle vicende di Brooke, Taylor e Nick di “Beautiful” (curiosamente, “Bella” in inglese), l’unico personaggio in scena è una Bella Addormentata che non riesce a svegliarsi.
Persa in un dormiveglia fatto di movimenti nevrotici e voce cantilenante, aspetta un nuovo giorno che non arriverà e preferisce il sogno. Coprendo l’orrore di questa verità con generosi spruzzi d’ironia, questa Sleeping Beauty aspetta non a riposo, ma schiacciata da un’iperattività di nervi tesi.
“Ciao Bella” porta il segno di un grande lavoro sul corpo, con il corpo, per il corpo. Eppure non è un teatro fisico. “Ciao Bella” porta in scena una sola attrice, battute poche. Eppure non è un monologo. “Ciao Bella” dura meno di 45 minuti. Eppure non è una performance. Sfuggire alle definizioni è un’arte nobile, specialmente quando si mette a punto da sé, senza calcolo. Quando in scena, forte nel proprio carattere d’urgenza, sopravvive soltanto il segno dell’istanza che ha mosso quella stessa creazione. Senza orpelli stilistici a ostacolare l’abbraccio con l’idea. In “Ciao Bella” il calcolo invece c’è. Stavolta sfuggire alle definizioni è – o almeno sembra – una scelta programmatica. Frosini segna i propri spostamenti in uno schema immaginario ma preciso al millimetro, percorre i suoi metri di palco senza paura del silenzio, senza timore di esagerare la stilizzazione di certi stati d’animo e componendo una partitura fisica assolutamente sui generis, che a volte, più che alle definizioni, sfugge alla vera e propria comprensione.
Eppure a rendere tutto sommato vincente questo calcolo c’è, aveva ragione Franceschelli, qualche dichiarata svisata pop che fa detonare l’esplosivo un attimo prima che il plastico diventi acido e perda la propria potenza.
Saranno gli sguardi al pubblico, grotteschi e inquietanti, sarà una voce sottile che parla a se stessa nel buio, sarà quel criptico dinosauro che ci dà le spalle in proscenio come pronto a divorare tutta la scena, Frosini agisce e tiene l’attenzione.
Il nostro sogno è quasi sempre il suo. La presenza più invadente è quella dell’audio: il volume troppo alto, le tracce troppo lunghe, il rischio di catalizzare l’attenzione a scapito di passaggi più interessanti da un punto di vista drammaturgico, fino alla presa di coscienza che, in fondo, davvero non c’era bisogno di un commento così presente.
Forse, a costo di protrarre la durata e di studiare qualche altro buon passaggio come quello che vediamo ritratto in questa foto, si poteva puntare a una soluzione più estrema: lasciare alla suoneria di “Bella Ciao” l’unica incursione sonora, senza rompere la bella ritualità creata.
CIAO BELLA
di e con Elvira Frosini
produzione: Kataklisma
disegno luci: Ilaria Patamia e Marco Fumarola
voce registrata: Marco Fumarola
durata: 43’
applausi del pubblico: 1’ 13’’
Visto a Roma, Teatro Nuovo Colosseo, il 10 aprile 2010
