
Un festival diviso in due parti anche per il 2014: una prima parte ad inizio aprile per poi tornare a novembre. Il Danae Festival, organizzato a Milano dal Teatro delle Moire, è un appuntamento per i nuovi linguaggi, per la crossmedialità, per l’oltrescena. Fra i teatri ospitanti l’Out Off, La Cucina del Paolo Pini, il Lachesilab.
Partiamo dai primi spettacoli della sessione primaverile. E partiamo da “Diari d’accions”, performance creata e interpretata da , che era stato in Italia a Contemporanea Prato 2013.
Faura è artista che chi ci segue conosce da tempo, perché eravamo stati i primi in Italia a segnalare il suo lavoro, che avevamo incrociato al Festival di Edimburgo del 2009. Lo avevamo video intervistato al Dance Base con il lavoro che era stata la sua tesi di diploma all’Accademia di Danza nei Paesi Bassi.
Con la telecamera riprendeva gli spettatori, proiettava spezzoni di video e altra documentazione sulla parete al fondo della sala, con cui interagiva, cercando un ingaggio forte con chi era presente. Da allora, per certi versi molta strada è stata fatta, specie in termini di riscontro di pubblico e di successo internazionale. Ma c’è anche da dire, per altri versi, che poca ne è stata fatta. In “Diari d’accions”, insieme ad Alvarez, con la telecamera riprendono gli spettatori, proiettano spezzoni di video e altra documentazione sulla parete al fondo della sala, con cui interagiscono, cercando un ingaggio forte con chi è presente. Alcuni momenti sono interessanti e poetici, come l’inizio dal piglio surreale in cui disseminano di oggetti la scena, o quando virano al verde tutto quanto è in sala, cambiando gli oggetti dal loro colore naturale (le arance in lime ecc).
Purtroppo l’amalgama fra le parti e le sequenze logiche, che si susseguono al ritmo di titoli di giornale di cui si dà un’interpretazione illogica o estrema, convince meno, resta zelighiana, nel senso televisivo del termine. Insomma, occorre superare e cercare oltre. Questo meccanismo abbiamo già visto che funzionava e divertiva, ma Faura rischia di fare passi indietro, restando fermo su ciò che funziona.
Ancora più ferma resta Francesca Proia durante il suo “Voce Lattea”, quella che il sottotitolo dello spettacolo definisce una lettura terapeutica.
Nello spazio di LachesiLab il pubblico entra e si dispone ad emiciclo attorno ad un esagono di legno di ideale diametro di un paio di metri. Sull’esagono un prato inglese di erbetta vedere, che la performer innaffierà con lo spruzzino durante la sua lettura, condotta con voce piana e calma.
La lettura ha presupposti teorici di tono abbastanza introspettivo (ci risulta del resto che l’artista pratichi lo yoga con regolarità), in cui si invita il pubblico ad aprire la modalità percettiva interiore, a credere al miracolo. La Proia stessa indossa un orecchio gigante a riprova della volontà di alludere al senso da amplificare. Oltre alla sua voce, suoni profondi diffusi con un sistema audio di tanto in tanto si mescolano alle parole, spezzandole, per portare il pubblico in una dimensione di semi coscienza. Alcuni chiudono gli occhi, mentre suonano note asiatiche da sottofondo meditativo.
Alla fine di tre spezzoni, ciascuno dedicato al potenziale dell’ascolto, del ‘miracolo’, del sé e dell’introspezione, la Proia si chiude in silenzio, e il pubblico deve capire da solo che è finito. Almeno quelli con gli occhi aperti. All’uscita si sentono commenti tipo: “Eh, io ci sono entrato veramente dentro!” “Io per niente”.
Per quanto ci riguarda, dal punto di vista critico, l’esperimento, che era stato portato anche a Santarcangelo l’anno scorso, è un percorso nettamente differente rispetto a quello di danza performativa cui eravamo abituati. Pur suggestivo, il significato profondo di una pratica meditativa non può trovare traslazione in 20 minuti di ascolto in cui si invita a sintonizzarsi con il luogo di calma interiore al quale potremo tornare ogni volta che vorremo.
L’intenzione dell’artista di indagare in questa direzione ci pare debba strutturarsi in forma più intensamente artistico-performativa, oppure trovare spazi e tempi più corretti con processi di pacificazione del sé, che non possono durare 20 minuti. (PS: Io ci sono entrato poco poco, l’avrete capito. E poi ci sono dovuto anche uscire, perché ci dovevano entrare quelli della replica delle 21).
Finiamo con la performance più interessante del primo triduo: la prima nazionale di “A gesture that is nothing but a threat
”.
Due ragazzi sul palcoscenico. Un tavolo, due sedie, un comodino a sinistra con due piante grasse e due bicchieri d’acqua. Sul fondo una foto ingrandita di uno scorcio di foresta nell’oscurità da cui emergono piante con colori dal tratto un po’ acido, virante al rosso.
I due iniziano con giochi di parole: attraverso minime variazioni sonore le parole pian piano diventano altre e cambiano totalmente di senso. Giochi velocissimi di slittamento semantico in cui YOU ROB diventa EUROPE, tanto per dirne uno. Questo stesso gioco di senso che avanza, torna indietro, sembra dire e non dice, sembra non dire e dice, si completa e cambia ad ogni giro. Passa poi dal piano verbale a quello fisico, più congeniale al duo composto da Sofia Dias & Vítor Roriz, coppia artistica fra le più interessanti formazioni portoghesi, accolti nei più importanti festival europei.
Lo spettacolo è interessante e introduce elementi di novità.
Si dimentica purtroppo, anche nei crediti del foglio di sala, di menzionare la ampliissima citazione del lavoro pionieristico di Jonathan Burrows e Matteo Fargion che hanno inventato questi giochi di senso, e sono da anni i più straordinari interpreti del nonsense verbale in scena. In Italia li abbiamo visti in diversi festival, tra cui il Vie Festival.
In tutta la parte verbale Dias e Roriz citano ad ampie mani. Nulla di male, per carità, l’arte è tutto un citare segni. Ma ove menzionato il segno ispiratore, saremmo stati contenti nel riscontrare il riconoscimento di una parentela, mentre così, in assenza di ogni menzione, pur contenti di uno sviluppo sul lato fisico di questo esperimento ideato da B&F, ci sembra di poter dire che l’originalità deve essere un patrimonio delle arti sceniche, così come l’onestà intellettuale.
Se poi la coincidenza fosse casuale, dovremmo davvero parlare di un miracolo di collegamento fra le menti, come quello che voleva la Proia.
Dal punto di vista tecnico, niente da eccepire. Il duo è ben assortito e attrezzato per nuove sfide. Lo spettacolo vale. Li aspettiamo per vederli più emancipati dai linguaggi di partenza e alla ricerca del loro codice creativo.
