Dal 18 al 21 settembre torna il festival diretto da Riccardo Buscarini: danza, musica, cinema nei palazzi e nei giardini nobiliari della città. In programma Fabrizio Favale, Fabio Liberti, Alessandra Cristiani, Chiara Ameglio, Michele Marco Rossi, Sev Ka…
A Piacenza, da domani 18 settembre fino a domenica 21, la terza edizione di dAS Festival trasformerà la città in un teatro diffuso, vibrante, condiviso. Ideato e diretto dal coreografo Riccardo Buscarini, il festival multidisciplinare prosegue il percorso tracciato nelle prime due edizioni e si consolida come appuntamento imprescindibile per chi cerca un rapporto diretto e partecipato con le arti dal vivo. «Un’idea per connettere Piacenza, città ricca di storia ma forse poco frequentata nelle mappe culturali italiane, a ciò che ancora non ha visto – racconta Buscarini – Un festival di danza sì, ma multidisciplinare, volto a divulgare l’arte della danza in un modo fresco, in connessione con altre forme d’arte, l’altrove».
La scelta del titolo – “Nuovo Mondo” – segna un cambio di passo e di prospettiva. Non una semplice rassegna, ma un dispositivo culturale che invita al contatto, alla responsabilità dello spettatore. Una proposta artistica che parla di trasformazione. Che mette al centro il corpo come territorio collettivo, luogo politico, spazio di dialogo.
Dopo “A Palazzo” nel 2023, dedicato alla riscoperta degli spazi nobiliari della città, e “Corpo Magico” nel 2024, incentrato sulla capacità trasformativa del gesto, il festival del 2025 si estende alla partecipazione attiva del pubblico. Non si tratta solo di assistere, ma di esserci. Di agire. Lasciare un segno. Lo spettatore diventa parte integrante del disegno coreografico. La città non è più sfondo, ma co-protagonista del processo artistico.
Il programma si distribuisce in quattro giornate dense e stratificate, con un’anteprima a sorpresa oggi, 17 settembre, nel cuore della città. Tra i nomi più attesi, il coreografo Fabrizio Favale che porta in scena “Danze Americane”, un solo che rilegge la tradizione della modern e postmodern dance statunitense, restituendone la struttura, le influenze e le contraddizioni attraverso un lavoro fisico ipnotico e concettuale. Fabio Liberti, con “We are present”, sposta la responsabilità del tempo e della direzione sul pubblico: una performance costruita in tempo reale, dove ogni spettatore diventa autore. Alessandra Cristiani, con “Langelo”, introduce il linguaggio della danza butō nei giardini di Palazzo Ghizzoni Nasalli, in una liturgia del corpo sospesa tra estasi e disfacimento. Chiara Ameglio, con “Lingua”, offre una performance in cui il proprio corpo diventa una superficie scrivibile: gli spettatori sono invitati a lasciare tracce, parole, segni, in un processo di co-creazione aperto e fragile.
Accanto a questi nomi di rilievo della scena nazionale e internazionale, il festival continua a sostenere la giovane creatività del territorio. Il performer piacentino Marcello Malchiodi presenta “Icarus” e “Prometheus”, due assoli che affrontano il tema della follia come possibilità creativa e come perdita di controllo. Le due performance, pensate come primi capitoli di una trilogia, vanno in scena nell’atrio monumentale del Liceo Gioia, luogo emblematico per il tema della formazione e del passaggio.
La musica è un altro asse portante del festival. L’inaugurazione è affidata al violoncellista Michele Marco Rossi, tra gli interpreti più versatili della nuova generazione, che con “Orient-Occident” costruisce un ponte sonoro tra culture, epoche e linguaggi, attraversando autori come Bach, Xenakis e Aperghis. Il concerto si terrà all’Auditorium Santa Margherita.
La chiusura della manifestazione è affidata a “Satie qui rêve”, una performance site-specific in cui le musiche di Erik Satie, nel centenario della morte, accompagnano una performance originale di Riccardo Buscarini eseguita dal vivo nel Salone d’onore di Palazzo Anguissola di Cimafava Rocca, con il Maestro Gian Francesco Amoroso al pianoforte. Un evento concepito come epilogo poetico, meditativo, immersivo.
Tra gli appuntamenti musicali anche il concerto della cantautrice Sev Ka, artista polacca residente a Glasgow, che si esibirà nella serra neoclassica di Palazzo Ghizzoni Nasalli. Un ambiente suggestivo, trasformato per l’occasione in una camera sonora capace di accogliere sfumature intime ed evocative.
La sezione dedicata al cinema torna con “Dance for the Screen”, concorso internazionale di video-danza coordinato da Eleonora Marzani che premia il cortometraggio capace di meglio integrare gesto coreografico e linguaggio filmico. Le opere selezionate verranno proiettate nella serata del 19 settembre. La giuria, composta da artisti e studiosi internazionali, assegnerà un premio insieme al pubblico presente.
Accanto agli spettacoli, il festival propone un fitto programma di attività collaterali: laboratori di movimento, atelier per bambini e famiglie, incontri dedicati a persone con disabilità, conferenze con studiosi e docenti, percorsi di avvicinamento al linguaggio coreutico. Tra i nomi coinvolti figurano esperti provenienti da diverse università italiane. I talk sono pensati non come momenti didattici, ma come estensioni del pensiero artistico, occasioni per approfondire i temi e le poetiche che attraversano il festival. La centralità del corpo, come linguaggio universale e campo di esperienza, è il vero filo rosso.
«Tutt* abbiamo un corpo, e la relazione tra performer e pubblico ce lo può “semplicemente” ricordare – afferma Buscarini – Banale dirlo, ma va ricordato: il teatro è uno specchio. Importante stimolare il pubblico a sentire, non capire, attraverso l’immagine del corpo in movimento, senza giudicare l’altro e sé stessi. La chiave è forse lasciarsi andare. Non facile in tempi governati dall’immagine e dai suoi canoni».
Alla base di tutto c’è la figura di Domenichino da Piacenza, umanista del XV secolo, considerato il primo coreografo della storia per via del suo trattato “De Arte Saltandi”. Un testo che unisce pratica, teoria e filosofia della danza, e che ha ispirato il nome stesso del festival. L’obiettivo di Buscarini e del progetto De Arte Saltandi non è celebrare una figura storica, ma attivare le sue intuizioni nel presente. «Domenichino è per me il simbolo dell’artista – in senso rinascimentale, anche artigiano quindi – faber fortunae suae» spiega il coreografo. «Una persona di umili origini ma con smisurata creatività che parte con coraggio per un Nuovo Mondo… un pioniere. dAS lo fa ritornare nella sua città natale come spirito di innovazione assolutamente attuale e valido: dopotutto All Art Has Been Contemporary (Maurizio Nannucci)». Il gesto danzato, oggi come allora, è un atto civile, estetico e politico. È il mezzo con cui riscrivere i rapporti tra spazio, tempo e comunità.
Il festival si svolge interamente in luoghi d’arte e cultura del centro storico: palazzi nobiliari, auditorium, ex chiese, biblioteche, cortili e sale scolastiche. Ogni spazio ospitante viene ripensato come elemento scenico: l’architettura non è solo contenitore, ma interlocutore attivo della performance. Questo approccio site-specific valorizza il patrimonio culturale della città e lo restituisce alla cittadinanza attraverso nuove prospettive. Piacenza diventa così non solo teatro, ma corpo vivo da attraversare.
Il pubblico è parte integrante del progetto. L’accessibilità è uno degli elementi centrali: molti eventi sono gratuiti o a contributo libero. I biglietti hanno prezzi calmierati. Sono previsti pass agevolati per soci e under 30. È possibile tesserarsi e partecipare anche alla programmazione annuale dell’associazione, che prosegue oltre le giornate del festival. I laboratori e le attività inclusive rafforzano l’idea di un’arte non esclusiva, ma aperta, radicata, fertile.
Il dAS Festival non è quindi un evento che si esaurisce in quattro giorni. È un processo. Un cantiere di immaginazione urbana. Un laboratorio di pratiche artistiche e relazionali. Ogni edizione lascia una traccia nella città e nei suoi abitanti. Il lavoro curatoriale di Buscarini appare costante, rigoroso. Porta a Piacenza artisti riconosciuti, ma anche voci nuove, linguaggi emergenti, sperimentazioni che mettono alla prova i codici. Non c’è compiacimento estetico, ma una continua tensione verso il senso. Verso il bisogno. Verso l’urgenza di creare spazi dove l’arte possa ancora essere strumento di trasformazione.
In un tempo in cui il mondo culturale è chiamato a ripensare il proprio ruolo nella società, dAS Festival propone una risposta concreta, fondata sul territorio ma aperta al dialogo internazionale. Costruisce alleanze tra istituzioni, artisti, cittadinanza. Mette in rete luoghi, competenze, energie. E soprattutto rimette al centro l’esperienza. Quella diretta, reale, che accade nel tempo del qui e ora. Quella che non si può replicare su uno schermo, né archiviare in un catalogo.
“Nuovo Mondo” non è una fuga. È un atto di presenza. Una dichiarazione di fiducia nel potere del corpo, dell’incontro, della danza. E forse anche una promessa: che l’arte, quando è generosa, condivisa, coraggiosa, può ancora cambiare il nostro sguardo sul mondo.
