La creazione site-specific di Diego Tortelli è accompagnata dal violoncello di Daniela Savoldi e interpretata insieme agli allievi della Scuola di Danza del Teatro dell’Opera di Roma
Ci sono spettacoli che occupano uno spazio e altri che sembrano chiedere il permesso di attraversarlo.
“Découverte: Caracalla” di CCN / Aterballetto appartiene alla seconda specie. Non conquista le Terme di Caracalla, non le interpreta, non pretende di raccontarle. Le ascolta. E nell’ascolto scopre che anche le pietre possiedono un respiro, che le rovine sono ancora attraversate da una memoria fisica, che il tempo, più che consumare, leviga.
La danza di Diego Tortelli in apertura di Caracalla Danza 2026 – il festival voluto dalla Soprintendenza Speciale di Roma in collaborazione con il Centro Coreografico Nazionale Aterballetto – nasce esattamente in questo punto di equilibrio: non aggiunge, sottrae. Non riempie il vuoto monumentale ma lo lascia parlare. Così il pubblico non assiste semplicemente a una performance: la percorre. Cammina lentamente, come in un pellegrinaggio laico, seguendo figure che sembrano apparire e dissolversi tra i muri antichi, tra le grandi aperture delle terme e gli improvvisi corridoi d’ombra.
È inevitabile pensare a quei vedutisti del Settecento, da Pannini a Hubert Robert, che facevano delle rovine romane non un soggetto archeologico ma un luogo dell’immaginazione. Anche qui il paesaggio non è sfondo. È il primo interprete.
Il sole scivola lentamente verso il tramonto e accende d’oro il grande specchio d’acqua rettangolare, davanti all’immensità delle murature imperiali. Sopra quella superficie sembrano planare gli uccelli che abitano queste architetture da secoli. Il loro volo sfiora l’acqua come una coreografia inconsapevole, mentre il fruscio delle ali si mescola ai richiami della sera e al vento leggero che percorre il complesso archeologico. È difficile distinguere dove finisca la natura e dove inizi la scena. Ed è proprio questa indistinzione il più grande risultato della creazione.
La danza non interrompe il paesaggio. Lo prolunga. I corpi sono una brezza. Non c’è nulla di passionale, nulla di dimostrativo. Nessun virtuosismo muscolare, nessuna acrobazia chiamata ad attirare lo sguardo. Tortelli sceglie un’altra via, quasi stoica. I gesti sembrano appartenere più al respiro che alla volontà, più alla contemplazione che all’azione.
Viene in mente Seneca, il “De vita beata”, ma soprattutto il “De tranquillitate animi”: quella ricerca di una quiete che non coincide con l’immobilità, bensì con una disposizione interiore capace di attraversare il mondo senza esserne travolta. E ancora più lontano riecheggiano gli ideali dell’atarassia e dell’apatheia, quella serenità imperturbabile che non reprime le emozioni ma le rende trasparenti.
Questa danza sembra proprio questo: una trasparenza.
I costumi, nelle loro cromie essenziali – bianchi assoluti e un rosso mai aggressivo – evocano lontanamente una romanità trasfigurata. Vestali, ancelle, giovani centurioni, paggi sembrano riaffiorare dalla memoria iconografica senza trasformarsi in citazione storica. Sono presenze. Figure sospese. Come il dito che indica la luna senza mai sostituirsi ad essa.
Tra tutte emerge una guida vestita di rosso. Minuscola nell’immensità dello spazio. Potrebbe essere un pettirosso, una farfalla, una fiamma. Oppure Virgilio. Forse Beatrice. Conduce gli spettatori attraverso il sito senza mai imporre un percorso. È una presenza insondabile, appartenente a un’altra dimensione. Una Divina Commedia capovolta, dove non si scende negli inferi per conquistare la luce ma si attraversano lentamente le rovine fino a riconoscere che l’Empireo può già abitare la terra.
La musica di Daniela Savoldi amplifica questa percezione. Il violoncello non accompagna la danza: la precede, la attende, la raccoglie. Le sue note sembrano salire direttamente dalla pietra, come se le terme conservassero ancora una memoria sonora. Quando affiorano le pagine della Settima Sinfonia di Beethoven – già proiettata verso un ascolto interiore mentre il compositore perdeva progressivamente l’udito – il viaggio assume una gravità dolce, mai tragica. È una solennità che non pesa. Solleva.
Il percorso dei danzatori (Veronica Biondini, Edoardo Brovardi, Matteo Capetola, Matilde Di Ciolo, Vittoria Franchina, Julien Guibourg, Clément Haenen, con gli allievi della Scuola di Danza del Teatro dell’Opera di Roma diretta da Eleonora Abbagnato) conduce progressivamente negli spazi più nascosti del complesso: il frigidarium, con la sua imponenza ancora leggibile; gli ambienti termali; i sotterranei fino al Mitreo, dove la temperatura si abbassa e il corpo percepisce una diversa qualità del tempo. Qui la danza si fa ancora più rarefatta. Figure argentee emergono dall’oscurità come pesci in un fondale silenzioso. Il contemporaneo incontra l’assoluto senza bisogno di dichiararlo.
L’acqua, pur quasi sempre assente come materia visibile, continua a essere la vera protagonista. Si avverte nel disegno stesso delle terme, nella successione rituale dei luoghi, nella fluidità delle transizioni coreografiche. Viene spontaneo ricordare Eraclito: nessuno si bagna due volte nello stesso fiume. Qui, forse, accade qualcosa di ancora più sottile. Non siamo noi a entrare nell’acqua. È il suo antico percorso a continuare silenziosamente dentro di noi.
Le microdanze che rendono riconoscibile la ricerca site-specific di Aterballetto trovano una piena maturazione. La coreografia non occupa il monumento ma lo abita. Ne misura la luce, le distanze, le pause. Ogni apparizione è calibrata come un’inquadratura cinematografica: dal campo lunghissimo, dove i corpi sembrano perdersi nell’immensità delle terme come in un kolossal classico, fino ai primi piani improvvisi, quando basta il lieve movimento di una mano a modificare l’intero paesaggio percettivo.
Alla fine resta soprattutto una sensazione di leggerezza. Non euforia. Non commozione plateale. Piuttosto una pace inattesa.
È una catarsi che rinuncia alla tragedia. Una purificazione affidata alla bellezza, al tempo dilatato, alla capacità del corpo di abitare il silenzio.
Quando si esce dalle Terme di Caracalla si ha l’impressione che nulla sia realmente terminato. Gli uccelli continuano a sorvolare lo specchio d’acqua, il vento sotterraneo attraversa ancora i capitelli, le pietre conservano il calore del giorno. E viene quasi il dubbio che quei danzatori fossero sempre stati lì, invisibili custodi di un luogo dove il passato non è memoria, ma presenza.
Come l’acqua. Invisibile, eppure eterna.
Découverte: Caracalla
Coreografia e messa in scena Diego Tortelli
Costumi Diego Tortelli
Violoncellista Daniela Savoldi
Danzatori CCN/Aterballetto: Veronica Biondini, Edoardo Brovardi, Matteo Capetola, Matilde Di Ciolo, Vittoria Franchina, Julien Guibourg, Clément Haenen
Allievi della Scuola di Danza del Teatro dell’Opera di Roma diretta da Eleonora Abbagnato
durata: 50’
applausi del pubblico 3’
Visto a Roma, Terme di Caracalla, il 26 giugno 2026
