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Dodici stanze per Elsa Morante: un tributo onirico di Alchemico Tre alla scrittrice

Dodici stanze (ph: Vladimir Bertozzi)

Dodici stanze (ph: Vladimir Bertozzi)

Un viaggio tra sogni e ricordi, sul palco del Teatro Fontana di Milano, creato da Tatiana Motta, con la regia di Michele Di Giacomo, in scena con Tamara Balducci

Un mondo sospeso, fragile, come una pellicola che scivola tra il bianco e il nero. Un’incursione profonda nell’anima di Elsa Morante, la cui vita è sempre sfuggita a confini netti.

“Dodici stanze per Elsa Morante”, prodotto da Alchemico Tre, non è solo un omaggio alla scrittrice, ma un viaggio psicologico che esplora il suo universo interiore. Il passato e il presente si fondono. La memoria si frantuma in un susseguirsi di sogni e ricordi. Lo spettacolo diventa un’esperienza sensoriale che cattura, destabilizza e coinvolge emozionalmente lo spettatore.

Al Teatro Fontana di Milano, il testo di Tatiana Motta e la regia di Michele Di Giacomo danno vita a un ritratto vivido e malinconico di Elsa Morante, interpretata da Tamara Balducci. La scrittrice si svela in un’immagine sfaccettata, testimone e prigioniera di una realtà che la sovrasta. Dodici stanze, dodici case o pensioni, quelle che lei ha abitato a Roma, ciascuna diversa, diventano l’ambito in cui la sua anima si riflette e si disperde. Il viaggio che si dipana tra questi spazi non è solo fisico, ma soprattutto emotivo. Un percorso che si intreccia con l’Urbe, trasformata anch’essa in un personaggio della narrazione.

Lo spettacolo inizia in un luogo intimo ed evocativo: via dell’Oca 27, l’ultimo studio che Elsa Morante ha abitato. Oggi ricostruito dalla Biblioteca Nazionale di Roma, questo spazio non è solo una testimonianza del suo passato, ma il punto di partenza per una storia che si dipana in una Roma quasi surreale, dove sfuma il confine tra realtà e fantasia. Ogni stanza che Elsa attraversa, accompagnata da Antonio — l’amico immaginario e alter ego, interpretato da Di Giacomo — diventa il simbolo di un ricordo, di un’emozione, di un frammento di vita che riaffiora, riaffermando il legame indissolubile tra memoria e tempo.

Una scelta distintiva di “Dodici stanze per Elsa Morante” è l’uso di una fotocamera in diretta, dall’aspetto quasi amatoriale, che rende lo spettatore testimone attivo della storia. La fotocamera non è mai statica: essa cattura il movimento del tempo stesso, creando in presa diretta un flusso continuo tra i protagonisti e la città. Le immagini fluttuano, donando una sensazione di vertigine, come se si stesse osservando un sogno che non ha mai fine, attraverso una finestra immaginaria. Le riprese video anche di spazi esterni, realizzate con cura da Vladimir Bertozzi, sono sottili e precise. Esse arricchiscono ogni scena con un respiro cinematografico che sospende il tempo. Roma, nel suo caos, non è mai del tutto tangibile, ma si fa eterea, come una nebbia che avvolge i protagonisti e li guida nel loro percorso interiore.

La regia sfrutta il linguaggio cinematografico con freschezza e originalità, smontando le convenzioni teatrali. La fotocamera non è solo uno strumento passivo, ma diventa a sua volta un personaggio che si muove tra le stanze, tra passato e presente, in un continuo oscillare. Roma, con la sua vita caotica, diventa un’entità che sfugge e cambia forma, come se non fosse un luogo fisico, ma un personaggio che agisce a sua volta nella narrazione. Il rapporto tra Elsa e Antonio evolve in un gioco intimo di riflessi, ombre e luci. Il movimento continuo delle immagini simboleggia la ricerca incessante che ha caratterizzato la vita e la scrittura di Elsa Morante, come un fiume che scorre senza argini.

I suoni di Federica Furlani arricchiscono l’atmosfera che avvolge lo spettatore. Ogni scena è accompagnata da una composizione sonora che accentua la tensione emotiva, senza mai sopraffarla. Il silenzio, altrettanto significativo, diventa uno spazio in cui i protagonisti si riflettono, si trovano e si perdono. La tensione tra rumore e silenzio, tra la vita esterna e quella interiore, pervade lo spettacolo, conferendo alla narrazione una dimensione senza tempo.
Le parole si intrecciano con le immagini. I dialoghi si fondono con i rumori, creando un linguaggio che non segue schemi convenzionali. Ogni frase è un passo nel buio. Ogni parola entra in collisione con la luce che filtra dalle stanze, come se la verità fosse sempre sospesa tra il visibile e l’invisibile. La sincronizzazione alterata tra le parole e le immagini contribuisce a creare un effetto di disorientamento: lo spettatore non è mai certo se ciò che vede sia un sogno, un ricordo o una realtà tangibile.

Elsa, interpretata da Tamara Balducci, non è una figura statica. Il suo corpo, come la sua mente, si trasforma continuamente. A volte è un’ombra che si dissolve, altre volte un fuoco che brucia. La sua scrittura non è mai solo un atto creativo, ma un continuo tentativo di esorcizzare il dolore e la solitudine. Il suo corpo si fonde con la scena, con la città, con la narrazione stessa. Antonio, suo compagno di viaggio, è tanto etereo quanto concreto, un riflesso dei suoi sogni ma anche una figura tangibile: una voce con cui Elsa si confronta, cercando di dare un senso a una realtà che sfugge.

“Dodici stanze per Elsa Morante” è un incontro di linguaggi: teatro, cinema, poesia. Ogni scena è un frammento in costante evoluzione, che non smette di rivelarsi. Ogni gesto è un’eco che si ripete nel tempo. Il gioco tra visibile e invisibile, tra presente e ricordo, non è solo una scelta stilistica, ma un atto di empatia profonda nei confronti di una figura che ha fatto della scrittura una battaglia personale.

Un omaggio che non si limita a raccontare, ma che penetra nel cuore stesso della scrittrice. La bellezza di Elsa emerge attraverso il suo dolore, la sua ricerca, il suo rapporto inesorabile con il mondo. In “Dodici stanze per Elsa Morante” (in arrivo a Cesena, Teatro Bonci, il 12 aprile), si celebra una vita, una poetica, una voce che ha attraversato il Novecento e che continua a risuonare, potente e viva. Il pubblico non è spettatore passivo, ma diventa viaggiatore, esplorando, attraverso la fusione di teatro e cinema, la mente e il mondo di una delle scrittrici più rilevanti del nostro tempo.

DODICI STANZE PER ELSA MORANTE
Di Tatiana Motta
Regia Michele Di Giacomo
Con Michele Di Giacomo, Tamara Balducci
Progetto sonoro Federica Furlani
Progetto Video Vladimir Bertozzi
Disegno Luci Luca Telleschi
Produzione Alchemico Tre
In collaborazione con Le Città Visibili, Ravenna Teatro, Unione Reno Galliera Teatro La Casa del Popolo, Istituti culturali – Arti Performative della Repubblica di San Marino
Spettacolo inserito all’interno della rassegna Itaca dedicata alle nuove drammaturgie teatrali creata per ripensare, ricostruire, ridefinire il teatro e le arti performative.

Durata: 1h 40’
Applausi del pubblico: 2’ 30”

Visto a Milano, Teatro Fontana, il 19 marzo 2025

 

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