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Dreamers. Aterballetto e la leggerezza del possibile

Rhapsody in Blue (ph: Christophe Bernard)

Rhapsody in Blue (ph: Christophe Bernard)

Al Politeama Greco di Lecce, dalla rarefazione invernale di Brahms alla metropoli jazzata di Gershwin, passando per onde, apocalissi e derive poetiche

C’è una qualità impalpabile, quasi illusoria, che attraversa l’intero programma di “Dreamers”, portato da Aterballetto al Teatro Politeama Greco di Lecce: la sottrazione della gravità. Non una leggerezza superficiale, ma una costruzione rigorosa che rende invisibile la fatica, dissolvendo l’attrito tra corpo e suolo. I danzatori non calpestano: sfiorano. E in questo slittamento percettivo risiede forse il cuore di una serata all’insegna della poesia.

A differenza di altre occasioni nello stesso spazio – dove il legno del palcoscenico restituisce il peso del gesto, amplificando il suono dei passi – qui il movimento si sottrae all’ascolto, si fa ovattato, quasi acquatico. È una danza che levita, e proprio per questo rivela, in controluce, una disciplina ferrea, millimetrica, soprattutto nella partitura corale d’apertura.

“Rhapsody in Blue” di Iratxe Ansa e Igor Bacovich è un banco di prova collettivo: sedici interpreti in scena, una macchina coreografica complessa che richiede un controllo spaziale assoluto. Il rischio di collisione, di sovrapposizione, è costantemente aggirato attraverso una scrittura che potremmo definire “organica”, dove il gruppo respira come un unico organismo, ma senza annullare la singolarità.

La scelta musicale – la celebre rapsodia di Gershwin, emblema dei Roaring Twenties – introduce subito una dimensione stratificata: jazz e tradizione colta, energia urbana e malinconia blues. La coreografia ne intercetta il carattere caleidoscopico senza mai indulgere in un citazionismo illustrativo. Piuttosto, costruisce un paesaggio notturno, lunare: una gigantesca luna domina la scena, mutando cromaticamente, mentre i corpi – inizialmente di spalle, raccolti da un canto a cappella struggente – evocano un’umanità sospesa, quasi purgatoriale.

La dinamica cresce per accumulo, come un mare che “ingrassa” lentamente. Le onde diventano figura ricorrente: nei movimenti ondulatori, nella propagazione del gesto, nella trasmissione di energia da un corpo all’altro. Si intravede una scrittura che dialoga con certa danza europea degli ultimi anni, coniugando virtuosismo e dimensione installativa. Ma qui il dato più interessante è la relazione tra individuo e collettivo: il gruppo al servizio del singolo, e viceversa, in una tensione continua verso una “beatitudine condivisa”.

Le braccia, moltiplicate in una sorta di foresta cromatica grazie ai costumi di Fabio Cherstich, costruiscono un’immagine iconica: una comunità che si espande e accoglie. E vibra all’unisono, pur mantenendo differenze interne. È, in fondo, una traduzione coreografica dello spirito stesso della “Rhapsody”: un mosaico di identità.

An Echo, A Wave (ph: Alice Vacondio)

Con “An Echo, A Wave”, Philippe Kratz restringe il campo al passo a due, ma mantiene intatta la dimensione oceanica. Qui il mare non è più paesaggio collettivo, bensì condizione esistenziale: smarrimento e solitudine attraversati in coppia. La partitura sonora di Tommaso Michelini lavora su un tessuto di rumori e respiri, evocando una natura primordiale.

Il movimento si costruisce sull’oscillazione tra equilibrio e disequilibrio. I corpi si arrotolano, si tuffano. Infine si sostengono, trasformando la caduta in possibilità di volo. In questo senso, il lavoro di Kratz sembra dialogare con certa ricerca italiana – ci sembra pertinente il rimando a Enzo Cosimi – soprattutto nella capacità di fare dello squilibrio un principio generativo.

La progressione musicale introduce una crescente componente romantica, e la coreografia risponde intensificando il contatto: sfioramenti, prese, sollevamenti che non esibiscono mai la loro difficoltà tecnica, ma la sublimano in un flusso continuo. È una danza che nasce chiaramente da una base classica, ma la supera. E piegandola, la rende porosa.

“Reconciliatio” di Angelin Preljocaj porta in scena un altro tipo di relazione: non più l’oscillazione, ma la simmetria. Due interpreti femminili costruiscono un dialogo speculare, ispirato liberamente all’“Apocalisse” di San Giovanni e sostenuto dalla celebre “Sonata al chiaro di luna” di Ludwig van Beethoven.
L’immaginario è quello di una classicità trasfigurata: ancelle, messaggere, cigni. La scrittura coreografica insiste su equilibri, attese, sospensioni. Le linee sono pulite, quasi geometriche, e la tecnica emerge con evidenza nelle aperture, nelle spaccate, nella qualità “snodabile” dei corpi.

Se nelle prime due creazioni il movimento tendeva a espandersi nello spazio, qui si raccoglie. Poi si concentra, si fa meditativo. Con “Reconciliatio”, Preljocaj sceglie una dimensione più lirica e meno narrativa: in questa esecuzione, tale dimensione appare pienamente realizzata, anche se, rispetto agli altri lavori in programma, risulta forse meno rischiosa sul piano della ricerca.

Solo Echo (ph: Christophe Bernard)

Infine, “Solo Echo” di Crystal Pite chiude la serata con una delle scritture più riconoscibili del panorama contemporaneo. Ispirato alle sonate per violoncello e pianoforte di Brahms e alla poesia “Lines for Winter” di Mark Strand, il lavoro costruisce un universo invernale, rarefatto.
Una neve leggera cade sullo sfondo, senza mai imporsi. I corpi – sette interpreti – sono figure grigie, in costante movimento, come in fuga. La coreografia lavora per composizioni e scomposizioni: gruppi che si formano e si dissolvono, linee che si intrecciano e si separano.

Il dialogo tra musica, luce e movimento è di straordinaria precisione. Gli archi di Brahms emergono come materia viva, mentre il pianoforte scandisce una temporalità che è insieme lineare e circolare. Viene in mente il verso dantesco – “del viver ch’è un correre alla morte” (Purg. XXXIII) – non come citazione diretta, ma come eco concettuale: la vita come movimento inesorabile.
Eppure, in questa corsa, non c’è angoscia. Piuttosto, un senso di quiete, di accettazione. I corpi si toccano, si riconoscono, si misurano, per poi lasciarsi andare. Nulla è languido, nulla è decorativo: la morte, qui, è parte di una catena, di una continuità.

Nel complesso, la serata costruisce un arco coerente, pur nella diversità delle firme. Se questi lavori di base possono essere letti come esempi di una danza accessibile ma sofisticata, capace di dialogare con un pubblico ampio senza rinunciare alla complessità, l’esperienza dal vivo al Politeama aggiunge un elemento decisivo: la percezione fisica della leggerezza.
Non è semplice dire quale coreografia emerga sulle altre. Forse proprio perché tutte condividono quella qualità sfuggente: l’illusione dell’assenza di peso. Un’illusione costruita con precisione millimetrica, che trasforma lo sforzo in grazia e il movimento in visione.

Aterballetto presenterà, il 22 maggio al Teatro Luciano Pavarotti di Modena, un trittico formato da “Reconciliatio”, “Solo Echo” e “Glory Hall” di Diego Tortelli.

DREAMERS
Rhapsody in Blue

Coreografia: Iratxe Ansa, Igor Bacovich
Musica: George Gershwin, Rhapsody in Blue; Bessie Jones, Beggin’ the Blues
Scene e costumi: Fabio Cherstich
Luci: Eric Soyer
Produzione: Fondazione Nazionale della Danza / Aterballetto
Coproduzione: Fondazione Teatro Regio di Parma
Con il contributo di Etxepare Euskal Institutua

An Echo, A Wave
Coreografia: Philippe Kratz
Sound designer: Tommaso Michelini
Produzione: Fondazione Nazionale della Danza / Aterballetto

Reconciliatio
Coreografia: Angelin Preljocaj
Musica: Ludwig van Beethoven, Sonata al chiaro di luna
Produzione: Fondazione Nazionale della Danza / Aterballetto

Solo Echo
Coreografia: Crystal Pite
Musiche: Johannes Brahms (Sonate per violoncello e pianoforte op. 38 e op. 99)
Produzione e riallestimento: Fondazione Nazionale della Danza / Aterballetto
Coproduzione: Teatro Comunale di Bologna

durata: 1h 15’
applausi del pubblico: 4’ 10”

Visti a Lecce, Teatro Politeama Greco, il 2 maggio 2026

 

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