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Emma Dante rilegge Giovanna d’Arco, meno eroina e più donna

Giovanna D'Arco

Giovanna D'Arco

Michele Gamba dirige la Filarmonica Arturo Toscanini per il nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma

La nostra voglia di assistere dal vivo a opere che conoscevamo solo per nome, per sentito dire, ci ha spinto a Parma, al Teatro Regio, per assistere a “Giovanna d’Arco” di Giuseppe Verdi, che ha aperto la stagione, proposta con un nuovo allestimento firmato da Emma Dante, regista che conosciamo e apprezziamo dall’inizio della sua luminosa carriera.

“Giovanna d’Arco” è un dramma lirico in tre atti e un prologo, di cui abbiamo goduto nell’edizione critica a cura di Alberto Rizzuti sul libretto, in verità un poco bislacco, di Temistocle Solera dal dramma “Die Jungfrau von Orléans” di Friedrich Schiller.
La prima rappresentazione avvenne il 15 febbraio 1845 al Teatro alla Scala di Milano. Solera, nella sua riduzione, decise di ricondurre a cinque i personaggi, che in Schiller erano ben più di venti. Come spesso accade nelle opere, anche qua, il tenore, il re, si innamora del soprano, Giovanna, mentre un baritono, il padre, vi si oppone, come in ultima analisi accade in Schiller, solo che in Verdi Giovanna d’Arco non si innamora di un nemico, ma di un compatriota, il re francese Carlo VII. Curiosamente, poi, in alcune repliche il titolo dell’opera fu cambiato in “Orietta di Lesbo” per evitare di mettere in scena una santa cristiana.

L’opera, però, va al di là del paradigmatico trio (come è ovvio per una trama che ha come protagonista Giovanna d’Arco) per nutrirsi di visioni ora angeliche ora demoniache.
Siamo davanti ad un’opera, la settima del grande compositore, in cui le forme musicali sono ancora in divenire, anche se ci aveva già donato “Nabucco” ed “Ernani” e il meraviglioso preludio dell’“Attila”; ma è come se, nell’alternarsi di arie, duetti terzetti e cori, Verdi cercasse una sua cifra personale che ancora non si esprime adeguatamente, e che si compirà due anni dopo in un capolavoro come “Macbeth”.

Ringraziamo davvero il Regio per questa serata: giusto e perfino doveroso infatti mettere in scena anche opere meno conosciute dei grandi compositori, e per Verdi proprio a Parma. Siamo stati infatti felicissimi di averla ascoltata in un’edizione davvero eccellente.
Difficile narrare a chi volesse conoscere gli avvenimenti una trama così complicata e bislacca, ma ci proviamo.
Dopo la variegata sinfonia, l’opera si apre nel 1429 a Domremy, nel momento in cui il re di Francia, Carlo VII, rattristato dall’avanzata degli inglesi, ha deciso di lasciate il trono e di non volere più combattere, essendogli anche apparsa la Vergine, che gli ha ordinato di deporre le armi e l’elmo in una piccola cappella situata in un bosco spesso popolato da demoni.
Il caso vuole che la cappella si trovi presso l’abitazione del pastore Giacomo, che ivi dimora con la figlia, la nostra protagonista Giovanna, che vorrebbe combattere per il suo Paese, oppresso dai nemici.
Giovanna va spesso nella stessa cappella, e come per volere del destino trova l’elmo e la spada. La nostra eroina è assai sconfortata davanti alla probabile sconfitta della Francia. Durante il sonno ha delle visioni altalenanti, prima popolate da spiriti malvagi, poi da un nugolo di spiriti eletti, i quali alla fine le annunciano una sua imminente entrata in guerra, a patto però di non accogliere in cuore alcun affetto profano.
Il padre Giacomo, che osserva sempre le mosse della figlia, anche da lontano, ha paura che Giovanna sia caduta nelle mani del Diavolo, diventando una strega.

Ecco poi che la trama dell’opera si sposta nel campo avverso, dove il coro dei soldati inglesi, insieme al loro capitano Talbot, piangono la loro sconfitta, giunta dopo tante vittorie.
Arriva Giacomo che, risentito per gli atteggiamenti della figlia, si presta a tradire i francesi consegnandola a loro.
Intanto nel giardino della reggia di Reims si concretizza l’amore tra Giovanna e Carlo, il quale le confessa la sua passione: Giovanna inizialmente rifiuta, ma poco dopo ammette di ricambiare l’amore del re. Subito dopo la pulzella d’Orleans viene investita dagli spiriti celesti, che le ricordano la promessa fatta di rinunciare ad ogni amore profano in cambio di poter vestire l’armatura.
Nel frattempo arrivano i combattenti francesi, che vogliono ancora che Carlo li conduca alla guerra. Giovanna tentenna ancora, essendosi innamorata davvero, e così viene circondata da una schiera di spiriti malvagi che esultano per la sua (pur sofferta) decisione di amare il sovrano, abbandonando la sua vocazione.

Giovanna e Carlo, ritornato re, entrano nella chiesa: il sovrano annuncia che il luogo verrà dedicato, oltre al suo canonico protettore Dionigi, anche a Giovanna, considerata Santa. Ma improvvisamente si palesa il padre Giacomo, che accusa la figlia dinnanzi agli astanti di essere una strega e di avere avuto rapporti con il demonio, custodendo nel cuore un amore profano.
La figlia, sapendo che era venuta meno alla rinuncia dell’amore terreno, è sempre più in ambasce e non sa come discolparsi: maledetta da tutti, tranne ovviamente che da Carlo, deve scontare il suo fallo con il rogo.

Così, imprigionata dagli inglesi, viene rinchiusa in una cella, ma nel finale dell’opera verrà perdonata dal padre a cui confessa di aver amato Carlo solamente per un istante, che è rimasta sempre fedele a Dio e vuole combattere per la sua Patria.
Giacomo, compresa la purezza della figlia, la libera, osservandola con soddisfazione difendere, con la spada sguainata, la Francia a fianco del re, sconfiggendo gli inglesi (anche qua dunque torna il tenero rapporto tra padre e figlia tanto caro a Verdi).
Ma Delil, l’ufficiale del re, arriva con la ferale notizia: Giovanna durante la battaglia è morta.
Carlo è costernato e comincia anche lui a vaneggiare, vedendo arrivare la salma di Giovanna come se fosse viva, ora pienamente considerata da tutti Santa: ella, tra realtà e finzione, si è alzata riconoscendo il re e il padre, e chiede la bandiera della sua Patria, che afferra con forza.
Alla fine di tutto il cielo si apre, mentre appare la Vergine Maria, con Giovanna d’Arco che muore trasfigurata, compianta da tutti ed accolta dagli spiriti eletti.

Un siffatto folle intreccio aveva bisogno di una regia di forte inventiva, e Emma Dante per la prima volta al Regio, ha firmato un allestimento di grande fantasia, senza eccessi ma allo stesso tempo con rigore, realizzato nei laboratori e con le maestranze del Teatro Regio di Parma e l’ausilio dei suoi abituali collaboratori: Carmine Maringola per le scene, Vanessa Sannino per i costumi, le luci di Luigi Biondi e le coreografie di Manuela Lo Sicco.

La morte, come conseguenza della guerra, e i fiori come segno di rinascita, punteggiano tutti gli avvenimenti raccontati. Questi segni sono presenti già nell’ouverture, con i soldati francesi che compaiono in scena, feriti e mutilati, un’umanità devastata dalla guerra, con l’apparizione di una Madonnina mitragliata, dai cui fori esce una benefica luce.
Dal mucchio di cadaveri sortisce infine un grande albero, dove il re deporrà le armi.
La guerra e la morte ritornano più avanti su un grande muro bianco, dove sono raffigurati i morti della guerra israelo-palestinese, dando un potente segno contemporaneo al tutto.

Sul palco, con semplicità ma anche con magnificenza, viene ricreata la foresta in cui Carlo e Giovanna si incontrano. La pulzella, con i capelli tagliati, spesso con una spada in mano, a volte è santa altre strega, con un gruppo di mimi arborei e ragazze di rosso vestite, come lei, che ne contraddistinguono le visioni.
Alla fine del dramma l’eroina, prima confinata in una gabbia dorata, sguaina la spada e corre verso il pubblico, seguita da un cavallo bianco (molto maldestro, dobbiamo dire in verità) con un gigantesco drappo macchiato di sangue.

Emma Dante, dunque, per Giovanna D’Arco si allontana dalla canonica figura dell’eroina francese che deve seguire il suo destino di combattente e martire cristiana per cui venne beatificata nel 1909 e proclamata santa da papa Benedetto XV nel 1920. Ce la restituisce come una giovane ragazza con tutti i sogni, le passioni e gli slanci della sua età: una donna che combatte da sola contro il mondo, che sfida con coraggio le convenzioni sociali, fino al sacrificio della propria vita, con un bellissimo finale in cui il suo corpo è accolto da una specie di tomba colma di fiori, che il popolo le ha omaggiato.

Anche dal punto di vista musicale siamo stati molto contenti dell’ascolto, con i tre ruoli principali risolti da un canto e da una presenza scenica davvero confacenti.
Luciano Ganci, nei panni del re, si presenta subito in modo esaltante, fin dall’ inizio con la cavatina e cabaletta “Pondo è letal, martiro seguito”, seguita subito dopo da quella di Giovanna, del soprano georgiano Nino Machaidze, che avevamo già apprezzato nel rossiniano “Assedio di Corinto” a Pesaro, splendida e sempre di potente raffigurazione nella sua aria di entrata “Sempre all’alba ed alla sera”, e dal conseguente duetto con il re “Son guerriera che a gloria t’invita”.

Infine ci è d’obbligo sottolineare la maiuscola prestazione del baritono mongolo Ariunbaatar Ganbaatar come Giacomo, cantante che abbiamo ascoltato per la prima volta, davvero dalla voce incantevolmente espressiva. Si fa subito apprezzare in “Gelo, terror m’invade! Ecco il luogo e il momento!” e soprattutto nel secondo atto nell’aria “Franco son io, ma in core”, con la scena “Tempo di mezzo Vien!… di guerra in forte luogo…”, con la conseguente cabaletta, quando si trova nel campo avverso degli inglesi per denunciarla.
Molto bene anche Francesco Congiu come Delil (già allievo dell’Accademia Verdiana) e Krzysztof Bączyk come Talbot, che debuttava nel ruolo. Michele Gamba, anche lui al suo debutto al Teatro Regio, sul podio della Filarmonica Arturo Toscanini e del Coro del Teatro Regio di Parma, che in questa opera ha già una parte ragguardevole (preparato eccellentemente da Martino Faggiani) ci offre una versione di quest’opera così poco rappresentata non in toni trionfanti, ma in sintonia con la regia, restituendone una dimensione più intima e umana.

GIOVANNA D’ARCO
Giuseppe Verdi
Dramma lirico in tre atti su libretto di Temistocle Solera dal dramma Die Jungfrau von Orléans di Friedrich Schiller
Edizione critica a cura di Alberto Rizzuti Casa Ricordi, Milano
Prima rappresentazione il 15 febbraio 1845al Teatro alla Scala di Milano

Cast
Carlo VII LUCIANO GANCI
Giovanna NINO MACHAIDZE
Giacomo ARIUNBAATAR GANBAATAR
Delil FRANCESCO CONGIU*
Talbot KRZYSZTOF BACZYK

*Già allievo dell’Accademia Verdiana

Direttore MICHELE GAMBA
Regia EMMA DANTE
Scene CARMINE MARINGOLA
Costumi VANESSA SANNINO
Luci LUIGI BIONDI
Coreografie MANUELA LO SICCO
FILARMONICA ARTURO TOSCANINI
CORO DEL TEATRO REGIO DI PARMA
Maestro del Coro MARTINO FAGGIANI

Nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma
Spettacolo con sopratitoli

Scene e attrezzeria Teatro Regio di Parma, Teknostage (Parma), Media Scenica (Ariccia) Lorenzo Paoli (Massarosa – LU)
Costumi Teatro Regio di Parma
Calzature C.T.C.
Parrucche Audello Teatro
Trucco e parrucco a cura di Backstage srl cr
Sopratitoli a cura di Enrica Apparuti
Assistente alla regia Federico Gagliardi
Assistente alle scene Roberto Tusa
Assistente ai costumi Chicca Ruocco
Direzione musicale di palcoscenico Gianfranco Stortoni
Direzione di scena Ermelinda Suella
Assistenti alla direzione di scena Roberta Petraccone, Giulia Recchia
Maestro di sala, palcoscenico e all’harmonium Gianluca Ascheri
Altro maestro di sala e palcoscenico Claudio Cirelli
Maestro di palcoscenico Michele Pannitto
Maestro alle luci Melissa Mastrolorenzi
Maestri ai sopratitoli Enrica Apparuti, Micaela Bozzato Bilikova
Direttore di produzione Ilaria Pucci
Direttore allestimenti scenici Andrea Borelli
Direttore di palcoscenico Giacomo Benamati
Scenografo realizzatore e consulente agli allestimenti scenici Franco Daniele Venturi
Capo costruttore Massimiliano Peyrone
Responsabile macchinisti Massimo Gregori
Responsabile elettricisti Simone Bovis
Responsabile attrezzeria Monica Bocchi
Responsabile sartoria Lorena Marin
Personale tecnico, amministrativo e di palcoscenico del Teatro Regio di Parma

Visto a Parma, Teatro Regio, il 30 gennaio 2025

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