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Endgame: Goffredo Fofi. Un ricordo

Ph: Krapp's Last Post

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Goffredo Fofi (Gubbio, 15 aprile 1937 – Roma, 11 luglio 2025)

Mentre scrivo il mio reportage dal festival di Santarcangelo, arriva la notizia della scomparsa di Goffredo Fofi. Come molti, avverto all’improvviso un grande vuoto.
Ho avuto la fortuna e l’onore di conoscerlo e di collaborare con lui a diversi numeri de “Lo Straniero”, un’esperienza che mi ha formato, arricchito, e che considero tuttora la più importante del mio percorso. Lascia orfani molti dei “suoi ragazzi”, come li chiamava lui: persone dai dieci ai cinquant’anni, sparse in tutta Italia uniti dallo stesso ideale. Non avrebbe voluto che lo piangessimo, ma che ci rimboccassimo le maniche per continuare a portare avanti il suo imperativo: resistere, studiare, fare rete e rompere i coglioni.

Goffredo era, prima di tutto, un militante, nel senso più alto del termine: impegnato con rigore e ostinazione a sostenere le proprie idee. Un uomo sempre presente al proprio tempo, citando, come faceva spesso Rimbaud — il faut être absolument moderne — e che ha attraversato in prima persona quasi tutte le fasi dell’Italia contemporanea: dal dopoguerra agli scioperi a rovescio con Danilo Dolci, dalle lotte operaie a Torino alle riviste (I Quaderni Piacentini, Ombre Rosse, Linea d’Ombra, Lo Straniero, Gli Asini). Non faceva sconti a nessuno, procedeva diritto, e se un cammino non gli piaceva più, lo cambiava, perché non accettava compromessi.

Negli ultimi decenni riuniva i suoi collaboratori ai “Cenci”, la casa-laboratorio di Franco Lorenzoni vicino a Orte. Lì, circondata da figure come Vittorio Giacopini, Piergiorgio Giacchè, Francesco Ciafaloni, Alessandro Leogrande (purtroppo scomparso troppo presto), e da tanti giovani che oggi animano la scena culturale italiana nell’educazione, nella letteratura, nel teatro e nel cinema, mi sentivo spesso piccola e inadeguata. Ma lui sapeva mettere chiunque a proprio agio. Anti-accademico per natura, riconosceva al volo chi – come me – era arrivato da autodidatta, con nient’altro che il desiderio di servire un’idea alta di cultura. Era l’anti-intellettuale che sapeva parlare con tutti; se lo andavi a trovare, ti cucinava un piatto di pasta e intanto ti raccontava storie che avresti ascoltato per ore.

C’era, e c’è ancora, molto da fare insieme, Goffredo, in quest’Italia un po’ guasta. È per questo che la prima reazione, per molti di noi, è stata: “no, non ancora”. Ma il modo migliore per rendergli omaggio è proseguire il suo lavoro, seguendo i suoi esempi e i suoi insegnamenti. Continuare a resistere, studiare, fare rete e rompere i coglioni.

Ci resta, sopra ogni cosa, un grande grazie. Per tutto ciò che ha fatto, per le prospettive che ha aperto e per gli strumenti critici che ci ha lasciato, come si deve a chi ha davvero inciso sul nostro modo di guardare il mondo. Ma, più di ogni altra cosa, gli siamo riconoscenti per aver mostrato che nulla lo scalfiva, nulla gli pesava, neppure le battaglie più dure o le sconfitte più amare. Una lezione che trovava la sua forma più limpida nel suo sorriso inimitabile: discreto ma tenace sigillo di una libertà interiore che non ha mai conosciuto compromessi.

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