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“Ero” di César Brie: viaggio senza tempo tra ricordi ed eroismo quotidiano

Ero (ph: Paolo Porto)

Ero (ph: Paolo Porto)

Nella retrospettiva dedicata da Campo Teatrale al regista argentino per i suoi 50 anni di teatro, il monologo che unisce autobiografia e memoria collettiva, e riflette sull’arte come atto di resistenza

“Ero” di César Brie è un’opera che ci conduce in un viaggio senza tempo, dove passato, presente e futuro si intrecciano in un racconto che esplora il concetto di eroismo e memoria. Il titolo stesso, “Ero”, gioca con l’ambiguità del verbo: in italiano evoca l’imperfetto, il passato, mentre in latino indica il futuro, il “sarò”. Un gioco linguistico che riflette perfettamente l’oscillazione del tempo, l’eterno conflitto tra ciò che è stato e ciò che sarà. “Ero” diventa così anche “hero”, l’eroe che porta con sé il peso dei ricordi, delle speranze spezzate, delle battaglie vissute: un combattente che non fa rumore, ma si fa portatore di una memoria che resiste.

Con la sua presenza sobria ed essenziale, César Brie diventa il testimone di questo dialogo tra i tempi. Un maglione semplice, un berretto, una sacca, una lanterna. Il suo corpo, segnato dalle esperienze di una vita, attraversa le epoche, facendo del racconto non solo una memoria intima, ma una vicissitudine collettiva.
La scenografia essenziale – tre sedie, un abito maschile, scarpe vuote e abiti femminili in lontananza – suggerisce la sacralità dei gesti quotidiani, la permanenza della memoria nel tempo. Una marionetta di un bambino, sospesa nel vuoto, osserva dall’alto: simbolo di una fragilità che resiste, di un ricordo che si intreccia con la memoria collettiva, senza svanire.

La musica che accompagna ogni gesto e ogni parola diventa una protagonista silenziosa ma potente dell’opera. Fisarmonica, chitarra e flauto traverso, quest’ultimo suonato dallo stesso Brie, non sono semplici sottofondi: sono linguaggi che penetrano nell’anima dello spettatore, creando un’atmosfera sospesa, quasi onirica, tra latitudine e sogno. La musica interroga, emoziona, rendendo tangibile ciò che le parole non riescono a dire.

Il racconto che Brie ci offre è la storia di una famiglia argentina le cui radici sono intrecciate con diverse tradizioni culturali: irlandese, olandese, francese, ebraica, con un richiamo esplicito alla Shoah. Le sue assenze si fanno universali, e attraverso le figure dei genitori e della nonna, Brie esplora conflitti che superano le specificità storiche e geografiche. Il padre, un libraio e bibliotecario, vive un conflitto tra l’amore per i libri e il senso di colpa verso il denaro. La madre, prima donna a dirigere un liceo nella Terra del Fuoco, è la donna che lotta per il riconoscimento, ma porta dentro anche una sofferenza nascosta. E poi la nonna, con le sue scie di bellezza che non lasciavano indifferenti; i fratelli e le sorelle; le donne che hanno educato il suo cuore. Ogni volto evocato da Brie è un frammento di memoria viva, un’eco che continua a bussare all’anima di chi guarda.

Al centro di “Ero” c’è la figura del bambino, simbolo universale di ogni uomo, sempre in ricerca di senso, sempre immerso nelle esperienze di sofferenza, amore e perdita. La marionetta, simbolo di questa fragilità, viene sollevata, cullata e infine sepolta: un gesto che porta con sé una profonda consapevolezza. I ricordi non rimangono intatti, e la morte, in questo contesto, non è mai un nemico, ma una compagna inevitabile del viaggio. L’eroismo, così, non si manifesta in una conquista trionfante, ma in un lento abbandono, un arrendersi a ciò che è stato e a ciò che ancora sarà.

Ma “Ero” è anche una critica sociale e artistica, prima che quel bimbo venga riesumato. In modo sottile, ma lucido, Brie riflette sul cambiamento del mondo e sulla difficoltà della società contemporanea nel riconoscere il valore dell’arte e del teatro. L’opera diventa una disamina delle dinamiche del palcoscenico: attori, pubblico, critici e impresari vengono analizzati con un’ironia pungente. In questo modo, il teatro si trasforma in uno spazio di resistenza, un atto eroico contro il vuoto e l’oblio che sembra dominare il mondo. Ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio sul palco è una rivolta, un richiamo a non dimenticare.

La scenografia diventa luogo sospeso, dove il tempo si fonde. César Brie solleva la struttura scenica come se fossero le vele di una nave, e si avventura nei mari dei ricordi, mescolando emozioni come matriosche, in un continuo sovrapporsi di tempi e memorie. Anche quando sembra che l’opera si ritiri nell’autoreferenzialità, ogni movimento è un atto d’amore per l’arte e per la storia personale e collettiva, un invito a non dimenticare ciò che è stato e a non lasciare che il tempo spazzi via i segni di una vita vissuta.

In “Ero”, il passato non è mai solo nostalgia. È un elemento che definisce, plasma, e indirizza il futuro. La storia del bambino, quella ricerca incessante di senso, si intreccia con una riflessione sulla morte. Ma, nonostante l’ineluttabilità, la morte non è mai definitiva. Le emozioni, i ricordi, la vita stessa continuano a vivere nel palcoscenico, a sfidare il tempo e l’oblio. La morte, quindi, è solo una tappa del viaggio, non la fine.

In definitiva, “Ero” è un viaggio, un continuo oscillare tra ciò che siamo stati e ciò che saremo. È un racconto d’eroismo quotidiano, di lotta silenziosa, che invita lo spettatore a riflettere sulla propria vita e sulle proprie radici. È un’ode alla bellezza effimera della vita, quella stessa bellezza che alla fine, nella luce della lanterna, vorrebbe immortalare un bambino marionetta e il mondo che lo circonda. Ma, come in un soffio, si spegne, lasciando dietro di sé solo il buio e una scia di emozioni, dove ogni battito vitale si fa eterno.

Ero
Testo, regia e interpretazione César Brie
Scene e costumi Giancarlo Gentilucci
Produzione Artiespettacolo e César Brie

durata: 1h 5’
applausi del pubblico: 3’

Visto a Milano, Campo Teatrale, il 22 marzo 2025

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