Site icon Krapp’s Last Post

“Euridice non può tornare” di Sambati e Cristiani: danza dell’addio, liturgia dell’assenza

Ph: Alessandra Bibbiano

Ph: Alessandra Bibbiano

Al Parco di Belloluogo di Lecce per il festival Tempora Contempora, una performance ipnotica che trasforma il mito in materia viva

Un respiro profondo, poi il silenzio. Fruscii, sussurri, echi che sembrano risalire dal sottosuolo o scivolare fuori dal tempo. È così che si apre “Euridice non può tornare”, poema scenico nato dalla voce e dalle parole di Marcello Sambati, con la danza intensa e rarefatta di Alessandra Cristiani. Un lavoro che non si limita a evocare il mito: lo fa vibrare sulla pelle.

Siamo a Lecce, nel cuore del Parco di Belloluogo, per la sesta edizione del festival Tempora Contempora, diretto da Franco Ungaro e prodotto da AMA – Accademia Mediterranea dell’Attore. La scena è essenziale: un rettangolo di farina a terra, nient’altro. Ed è lì che giace Euridice, corpo ibernato, vestale prigioniera di sé stessa. Una figura ai margini dell’essere, sospesa tra vita e ombra.

Niente orpelli, niente coreografie accattivanti. L’incanto nasce altrove: nella nudità del gesto, nella presenza fragile e nel corpo che si fa traccia. Ogni movimento, ogni fremito, è un piccolo terremoto emotivo.
Un vento reale accompagna la scena come un secondo personaggio: scuote l’erba, trascina suoni metallici, muove l’aria. E costruisce uno spazio altro, percettivo, dove la danza non è estetica, ma resistenza. Un modo per restare – anche solo per un istante – sulla soglia.

Il corpo della Cristiani è materia da decifrare. Un corpo rallentato, narcotizzato, che fatica a riemergere dal limbo. Ma è proprio in quella lotta silenziosa che abita la sua forza simbolica. Ogni gesto è trattenuto, ogni impulso dilatato. La sua danza è pudica, mai debole. È ideogramma vivente, calligrafia del dolore, respirazione dell’invisibile.

Euridice si fa così icona della perdita, ma anche del passaggio. È creatura soglia, falena luminosa intrappolata tra luce e buio. Il pallore accentuato dalla farina amplifica l’ambiguità: morte e rinascita si sovrappongono. Quando si solleva, è come se il corpo si frantumasse e si ricomponesse davanti ai nostri occhi.
I lunghi ricci rossi – imbevuti di farina – nascondono il volto, diventano maschera, sudario, opera surrealista. Più che danzare, Euridice si trasfigura. Il corpo si fa pittura vivente, scultura effimera, sogno instabile. In quei fiocchi di farina che cadono dai capelli, qualcosa muta: è la metamorfosi che non salva, ma svela.

Anche i suoni non accompagnano, ma interrogano. Il tappeto acustico creato da Sambati e Claudio Moneta non descrive: scolpisce, sfida. Rumori concreti, voci sussurrate, suoni che lambiscono il silenzio. Le parole non raccontano: sfioccano come cenere, si depositano sulla pelle, si insinuano nei movimenti. “Qualcuno, nessuno, è stato qui…”: la voce non spiega, scava fenditure.

Le luci disegnano tagli di tempo. I fari sono fenditure nell’oscurità, a volte astri gelidi, a volte bagliori lontani. L’illuminazione laterale trasforma Euridice in icona pittorica, quasi sacra. Ogni gesto viene elevato a liturgia.
Ed è proprio il sacro – arcaico, pagano, mitologico – a pulsare sotto ogni passaggio. Ogni traccia lasciata nella farina è rito. Ogni oscillazione, una preghiera senza dio. È una danza del lutto, un’invocazione silenziosa all’impossibilità del ritorno.

Il momento più struggente arriva quando Euridice si alza, ancora coperta dai suoi capelli, ancora nella sua bolla di silenzio. Per un istante sembra libera. Ma è un’illusione. Entra un uomo. Le si avvicina, la guarda, la cerca. È fragile anche lui, sa di non poterla toccare. La distanza tra loro è definitiva. Irriducibile.
Poi la dissolvenza. Euridice si allontana, catturata da un faro che la trafigge e la assorbe. Non è salvezza, è abbandono.
Il pubblico resta in silenzio. Un vuoto pieno di echi. Una scia che rimane nella carne. È la danza di chi non può più tornare, ma continua a esistere nei solchi della memoria.

Con “Euridice non può tornare”, Sambati e Cristiani firmano molto più di una riscrittura mitologica: costruiscono un’esperienza sensoriale e filosofica. Un’opera che non chiede consenso, ma verità. Che non vuole piacere, ma ferire con grazia.
Alla fine, resta uno stupore muto. E la gratitudine di avervi assistito.

Euridice non può tornare
Testo e voce: Marcello Sambati
Danza: Alessandra Cristiani
Sonorità: Claudio Moneta, Marcello Sambati

Durata: 50’
Applausi: 2’

Visto a Lecce, Parco di Belloluogo, 2 settembre 2025

Exit mobile version