Il monologo di Enrico Cibelli e Pierluigi Bevilacqua in arrivo a San Bartolomeo in Galdo
I mille modi di raccontare il Sud. Accostando lo sguardo a una città multiforme e contraddittoria. Una provincia assolata e spenta. Una terra fertile e ostile.
In “Frichigno!”, monologo che abbiamo visto in chiusura di stagione al Teatro PimOff di Milano, Piccola Compagnia Impertinente racconta la città di Foggia e le sue antinomie attraverso i miti della Generazione X. Lo spettacolo, in arrivo a San Bartolomeo in Galdo l’8 agosto, narra la nostalgia e il disincanto di un ragazzo nato negli anni Settanta.
Enrico Cibelli alla drammaturgia, Pierluigi Bevilacqua alla regia e interpretazione, posano lo sguardo sulla Foggia degli anni Novanta. Quella che le classifiche del “Sole 24 Ore” relegano adesso ai bassifondi per la qualità della vita. A tirarla giù, fino al 107° posto su 107 province italiane, i dati relativi a lavoro, sicurezza, cultura e ambiente.
L’evasione come salvezza e condanna. “Fuggi da Foggia”, si dice ancora. Negli anni Ottanta e Novanta ad affossare Foggia arrivò la mafia. Un cancro, da cui la città non è mai guarita.
La bellezza salvifica era però nell’arte. Poteva essere quella di suonare rock, come faceva Kurt Cobain con i Nirvana. Oppure quella di giocare a calcio da bambini sul cemento davanti allo stadio Zaccheria, le felpe usate come pali, un pallone di gomma, un’area di rigore immaginaria. Frichigno era il modo di apostrofare il portiere quando afferrava la palla con le mani al di fuori di un perimetro inesistente. Frichigno: furbastro, furfante.
Nel 1989 a Foggia arrivò un allenatore frichigno che trasformò il calcio in arte, quella con la A maiuscola. Era boemo, si chiamava Zdenek Zeman. Era soprannominato “il muto” perché parlava in modo epigrafico. Bello e tenebroso, era perennemente accompagnato da una nuvola di fumo da sigaretta. Giocava con un 4-3-3 aggressivo e avvolgente.
La fantasia al potere. Dopo un primo anno interlocutorio, Zeman portò il Foggia in A con un fraseggio veloce e spettacolare. Il suo scopo non era di subire un gol in meno dell’avversario, ma di segnarne uno in più. Con squadre di anonimi ragazzini trasformati in fenomeni, ottenne grandi risultati in serie A, proiettando la provincia periferica nell’Olimpo del calcio che conta. «Il risultato è occasionale, la prestazione no»: era questo il suo mantra. Zeman restituì a Foggia l’orgoglio di esistere, affrontando gli squadroni del Nord senza sfigurare. Giocando sempre per vincere.
Chi giocava a perdere era invece Kurt Cobain, leader maledetto di una generazione, icona rock che detestava quello stesso successo di cui era stato artefice: i premi, il denaro, milioni di fan ossequiosi, le limousine dorate. Cobain deplorava perfino la propria incapacità di essere triste. Sprofondò nell’eroina e nell’autodistruzione. Si suicidò nell’aprile del ‘94, chiudendo una parabola effimera ed eterna di bellezza, incanto, illusioni.
Zemanlandia e Cobain adesso sono entrambi leggenda. Le enormi icone di Kurt e Zdenek “simpatia-Zeman” (così lo ribattezzò Antonio Albanese) campeggiano sulla scena di “Frichigno”, storia di periferia che incrocia la grande storia, quella degli accordi di Oslo tra Arafat e Rabin, quella della guerra in Bosnia.
Un pallone ai piedi. Una camicia scozzese. Una sedia, e sopra una maglietta a righe rossonere. Il buio squarciato da una recitazione irriverente, intercalata da dialetto e autoironia. Un’utopia cittadina; un mito personale per proiettarsi dentro un avvenire numinoso. Un palleggio inedito, bizzarro, divertente, per trasformare il rito esausto del teatro, la denuncia usurata, compiaciuta e a tratti retorica della mafia, in amara ironia che diventa coraggiosa presa di posizione, distanza, stigma.
Pierluigi Bevilacqua scherza, accusa, sogna. Incide, diverte, scuote, dialogando con le luci sobrie di Arturo Severo. Nominando uno per uno i criminali della cosiddetta “Società Foggiana” (Giuseppe Iannelli, Gerardo Agnelli, Giosuè Rizzi; e poi Rocco Moretti, Giuseppe Laviano, Vincenzo Antonio Pellegrino, Salvatore Prencipe) racconta una città eludendo gli stereotipi, affrontando la complessità.
L’infanzia giocando a pallone. Sbucciandosi le ginocchia senza frignare. Usando l’immaginazione e la sagacia per evadere da un contesto penalizzante. L’adolescenza all’insegna di un riscatto musical-calcistico. La maturità come consapevolezza per denunciare il crimine.
Gettare il cuore oltre l’ostacolo, e crederci. Credere anche che, lentamente, si possano sradicare il malaffare, il traffico di droga, le estorsioni, la speculazione edilizia, la violenza, gli omicidi, la ferocia. Offrendo un messaggio di speranza.
Un lavoro brioso, fresco, autentico. Spesso politicamente scorretto. Di rado ammiccante. Solo in apparenza disarticolato, perché disarticolata, incoerente e contraddittoria è in fondo ogni città del Mezzogiorno maledetto e affascinante.
FRICHIGNO!
Autore Enrico Cibelli
Regia Pierluigi Bevilacqua
Interprete Pierluigi Bevilacqua
Produzione Piccola compagnia impertinente
durata: 1h 10’
applausi del pubblico: 2’
Visto a Milano, Teatro PimOff, il 23 maggio 2024
