Vinka Delgado, Defracto e Mariana De Santis fra i protagonisti della rassegna organizzata da Quattrox4
Curata da Quattrox4, la rassegna Fuori Asse ha abitato, dal 16 al 18 gennaio, la Triennale di Milano come un dispositivo di scarto: lavori che non cercano un centro stabile ma preferiscono l’inclinazione, il margine, l’attrito tra linguaggi.
Il primo lavoro di cui parliamo è “Monographie”, della compagnia francese Defracto, con coreografia e interpretazione di Guillaume Martinet. Uno spettacolo costruito con una precisione quasi maniacale, che dichiara fin da subito la propria ossessione per la forma, il ritmo, la relazione tra corpo e oggetto.
In scena Martinet attraversa continuamente piani diversi: la bidimensionalità del disegno – piccoli quadri, segni infantili, forme essenziali – e la tridimensionalità del corpo che, grazie a un avanzatissimo dispositivo tecnologico (come nella migliore tradizione clownistica: un semplice bottone), “entra” letteralmente nel proprio disegno. Quindi da gesto a linea, da linea a spazio e lo spazio si rimette in moto.
C’è un lavoro ritmico molto raffinato, una partitura musicale che dialoga con l’azione e una giocoleria che non cerca mai l’effetto virtuoso fine a sé stesso, ma piuttosto una sorta di traduzione visiva dell’immaginario.
Post spettacolo Martinet ci racconta che “Monographie” è il risultato di sedici settimane di lavoro di una squadra di dodici persone. Un’affermazione quasi politica, che rifiuta apertamente il mito del genio solitario e dell’intuizione come bussola unica. Qui il processo è condiviso, segmentato, affidato a responsabilità precise. E questa dimensione collettiva si vede: ogni dettaglio è calibrato, nulla è lasciato al caso.
Eppure, a fronte di una macchina formale così impeccabile, la drammaturgia sembra non compiere mai un vero salto. La ripetizione – che nelle intenzioni dovrebbe evocare il tempo, forse la morte, forse l’usura – finisce per appiattire l’esperienza invece di intensificarla. Lo stupore visivo resiste, ma non evolve. Si resta in una zona di controllo assoluto che, paradossalmente, fatica a generare necessità.
Diverso, per statuto e ambizione, è “Lavatrix”, performance site-specific di Mariana De Santis, realizzata nell’arco di una sola giornata sulla scalinata d’onore della Triennale e presentata nel pomeriggio di chiusura della rassegna.
È un format che Quattrox4 ripropone ogni anno: un tempo ristretto, uno spazio simbolico, una consegna chiara. Qui De Santis sceglie di lavorare sulla gravità e sul moto centrifugo, usando l’hoop come motore fisico e concettuale.
La performance porta con sé tutti i segni dell’improvvisazione: una drammaturgia fragile, una definizione instabile, una struttura che rimane volutamente aperta. Ma, in questo caso, la mancanza di compiutezza non diventa un problema centrale.
La freschezza del gesto, il rapporto diretto con il pubblico – costruito in una ventina di minuti, senza protezioni – e la consapevolezza del contesto fanno sì che l’incompiutezza venga accolta come parte del gioco. “Lavatrix” non chiede di essere giudicata come un’opera finita, ma come un accadimento site-specific: e in questo senso funziona.
La conclusione di Fuori Asse Focus è con “Fragments” di Vinka Delgado, alla sua prima rappresentazione in Italia.
Seduta mollemente sul palco con le sue quattro gambe incrociate, fuma una sigaretta e parla. Presto capiremo che comprendere ciò che dice non è importante, quanto lo è semmai vedere ciò che accade mentre lei si relaziona con il suo corpo, con le sue facce. Il breve prologo finisce con una nascita: Vinka partorisce una piccola Vinka. Ha i suoi stessi capelli. Letteralmente. La bambola, che si dimena e piange, ha una piccola parrucca col taglio di capelli di Vinka. Rimane lì a terrà, piangendo e imparando a cavarsela da sola.
Delgado costruisce una partitura fatta di immagini che si susseguono senza mai stabilizzarsi. Maschere, suono, video, corpo: nulla resta al suo posto abbastanza a lungo da diventare identità. Ogni figura appare, insiste per un momento, poi viene tradita, sabotata, sostituita. Improvvisamente sentiamo urla di donne, Vinka cerca l’origine con noi, e aprendosi la giacca su ognuno dei due seni trova un volto-di-Vinka urlante.
Lo spettacolo non spiega, non orienta, non accompagna: chiede allo spettatore di restare dentro questa instabilità senza cercare appigli narrativi, e la platea risponde chiaramente a questo invito: ci sto, andiamo.
Apre le gambe e sulla vulva appare un volto-di-Vinka urlante. La soglia dell’attenzione è continuamente rinnovata, rintuzzata, alimentata svelando uno sguardo registico che perde ogni ingenuità per accedere a maturità piena.
Il riferimento al cinema, soprattutto a un immaginario thriller, a tratti grottesco, persino splatter, non produce mai compiacimento. Ogni immagine perturbante viene subito incrinata dall’ironia dell’interprete, da un cambio di registro improvviso, da un gesto assurdo che spezza la tensione. Delgado sembra divertirsi a smontare le proprie stesse visioni, e questa leggerezza attraversa anche il pubblico: si ride mentre qualcosa inquieta, si è coinvolti senza essere respinti. Il risultato è una perturbazione abitabile. È un equilibrio raro, quello tra inquietudine e leggerezza.
“Fragments” lavora su un’idea di identità profondamente contemporanea: non qualcosa da ricomporre, ma qualcosa da abitare nel suo continuo disfarsi. In questo senso, quando vediamo Vinka accoltellare sé stessa banalizzeremmo soffermandoci sulla violenza. E’ uno scavare dentro di sé reso concreto attraverso l’uso del pupazzo.
Il circo di Vinka non è mai dimostrazione di abilità. Non chiede ammirazione, ma disponibilità. E chi accetta di attraversarlo ne esce senza una risposta, ma con un’immagine che continua a muoversi.
Vendendola volteggiare sul palo sottoforma di Vinka-quattro-braccia l’abilità si fa da parte e si innesca un linguaggio simbolico, un dispositivo percettivo, un campo di esperienza.
Uscendo dalla Triennale, la sensazione è che Fuori Asse sia un laboratorio esposto. Non tutti i lavori arrivano allo stesso livello di necessità, non tutti trovano un equilibrio tra forma e senso. Ma proprio per questo la rassegna si assume un rischio reale: quello di mostrare processi, tentativi, scarti. E forse è in questo disallineamento, più che nella ricerca di un centro, che trova la propria coerenza. Il circo qui è luogo dell’ambiguità, del doppio, dell’identità che si sfalda appena provi a fissarla. Un’arte che non chiarisce: moltiplica perché è fatta di molte arti. Non rassicura: espone e mette a rischio. È il regno delle immagini che non coincidono mai del tutto con ciò che rappresentano.
La potenza culturale e politica del circo non ha ancora, in Italia, lo spazio che in altri Paesi come la Spagna o la Francia si è preso, ma sono iniziative come quelle di Quattrox4 che tentano di ri-bilanciare questo squilibrio.
Monographie
Creazione coreografica e interpretazione: Guillaume Martinet
Assistente alla regia: Yann Frisch
Visual design e scenografia: Margot Seigneurie
Consulente di giocoleria: Fabrizio Solinas
Produzione: Loyse Delhomme
Tecnici: Florent Goetgheluck / Tanguy Le Hir
Fotografia: Pierre Morel
Musica originale: Sylvain Quément
Costumi: Sofia Bencherif-Dissard
Consulenti per la ricerca: Dimas Tivane, Paul Roussier
Fragments
Ideazione: Vinka Delgado e Diego Hernando
Regia: Vinka Delgado
Sguardo esterno: Roberto Magro, Florent Bergal, Lucrezia Maimone
Musica: Antonio Jesús López, Alessandro Angius
Interpreti: Vinka Delgado, Diego Hernando, Guille Leoni
Pupazzi, protesi, maschere – ideazione e costruzione: Vinka Delgado
Design luci, suono e video: Diego Hernando
Costumi: Vinka Delgado
Scenografia: La Víspera
Produzione: La Víspera
