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“Goodbye, Lindita”: Mario Banushi ipnotizza il pubblico della Triennale

Goodbay Lindita (ph: Theofilos Tsimas)

Goodbay Lindita (ph: Theofilos Tsimas)

Finalmente a Milano, dopo due anni di sold out in giro per l’Europa, lo spettacolo è tra gli appuntamenti di punta di “Le disuguaglianze dei corpi”, edizione speciale del festival FOG

Mario Banushi arriva alla Triennale di Milano con il suo “Goodbye, Lindita” dopo due anni di tutto esaurito in giro per l’Europa. Regista classe ’98, nato in Albania – dove ha vissuto fino ai sei anni – si è poi trasferito in Grecia, dove si è diplomato nel 2020 alla Scuola di Arte Drammatica di Atene.
“Goodbye, Lindita”, idealmente parte di una trilogia che comprende i suoi primi lavori (“Ragada” e “Taverna Miresia”), riuniti sotto il titolo di “Romance Familiare”, è un lavoro che trae ispirazione dalla personale esperienza del regista, dal suo vissuto e dalle radici albanesi.
A seguito della morte della matrigna, Banushi concepisce questa performance come una sorta di escatologia del lutto. Senza parole, ma nemmeno così silenziosa – data la costante presenza del tappeto sonoro – lo spettacolo ci mostra l’elaborazione del dolore da parte di un gruppo di persone di cui non conosciamo, né ci è dato intuire, le relazioni.

Il pubblico entra in sala mentre due performer sono già in scena, immersi in una riproduzione realistica di un modesto appartamento di una famiglia religiosa: una grande icona della Madonna al centro, un televisore, un letto matrimoniale, una gabbia con un uccello, una finestra.
I performer si sdraiano, compiono gesti quotidiani e lentamente il dolore del lutto affiora, soprattutto nel pianto dell’anziana donna; l’uomo invece si nasconde sotto le coperte per piangere.

Goodbay Lindita (ph: Theofilos Tsimas)

La scenografia di Sotiris Melanos, apparentemente realistica, si rivela presto un caleidoscopio che disvela l’evoluzione della performance: lenta, ipnotica. Due donne entrano e aprono il comò, mostrando al suo interno l’oggetto del dolore: la defunta. Il realismo si trasforma quindi in visioni poetiche, ancestrali, di profonda memoria. La defunta viene sporcata di terra, lavata, vestita: mani che su di lei sfogano il proprio dolore, che alla sua carne vorrebbero aggrapparsi, in un susseguirsi di immagini iconiche. I quadri si costruiscono con lentezza, attraverso momenti di realismo, attese e di sola presenza. Sembrano apparire come in un flusso meditativo, costantemente supportato da suoni, talvolta anche esterni, distanti.

Le luci di Tasos Palaioroutas, fra penombre, illuminazioni monocromatiche e coni di luce, regalano scorci preziosi, che ricordano i dipinti fiamminghi. La defunta viene vestita con un abito tradizionale da sposa e una maschera funebre. Lo stesso Banushi irrompe allora sulla scena abbracciandola, e il dolore si trasforma ancora.
Seguono momenti sospesi: la famiglia in silenzio davanti alla televisione, l’anziana donna che, come unico lamento, cerca altrove un contatto con mani che affiorano dall’aldilà, tra i vuoti della scenografia – un contatto con l’altrove, con l’amata scomparsa. I corpi nudi dei performer vengono attraversati da spasmi di dolore, tradotti in accenni coreografici, in corpi scomposti e vibranti. L’anziana donna si immerge anche lei nella vasca, vibrante tra i suoni assordanti di spari, sirene, cani: il mondo esterno tenta di invadere il dolore individuale.

La scenografia si apre, il realismo si dissolve: sul fondo, una Madonna con un seno scoperto. L’anziana donna si avvicina e si accuccia al suo seno. È un’ennesima immagine potente, appena illuminata, tesa a evocare altrettante immagini personali negli spettatori. Avvolta nell’oscurità, appena visibile, un’immagine onirica.

Le musiche di Emmanuel Rovithis – fra tappeti sonori, litanie e alti volumi – rendono evidente l’intento di suscitare profondità, evocare, immaginare più che emozionare. Il lutto, il dolore, qui non assumono le sembianze freudiane di separazione dall’oggetto perduto, ma si avvicinano piuttosto al pensiero di Derrida, all’impossibilità della separazione. Così come nel teatro di Kantor i morti restano vivi come tracce di memoria, anche qui la morte diventa potente strumento di indagine su sé stessi.
Le immagini di Banushi invitano all’immersione, alla riflessione, a sprofondare in visioni arcaiche, intime. In quest’ottica, anche alcuni quadri apparentemente fuori posto o di difficile comprensione (come la donna che raccoglie le feci del pappagallo, o i suoni delle sirene e degli spari) assumono i connotati di personali digressioni.

Goodbay Lindita (ph: Theofilos Tsimas)

L’opera di Mario Banushi, con il suo personale registro, è una performance poetica e profonda. Un teatro che si fonda sulla potenza dell’immagine, sull’intimità della scena e sulla capacità dei performer di dare forma all’immaginario del regista, alle sue visioni. Una performance che tuttavia, nonostante il tema profondo, raramente emoziona o commuove in maniera diretta. I personaggi non hanno un’identità: sono corpi a disposizione delle potenti immagini. Ci si lascia così stupire, avvolgere, trascinare – ma raramente turbare. Ci si lascia magnetizzare, però, dal ritmo lento, dall’ipnotismo, dall’estetica. Ed è per questo che l’applauso finale appare avvolgente e allo stesso tempo quasi liberatorio.

GOODBAY, LINDITA
Concetto originale e regia: Mario Banushi
Con: Mario Banushi, Babis Galiatsatos / Akillas Karazisis, Heleni Habia Nzanga, Alexandra Hasani / Amalia Kosma, Erifyli Kitzoglou, Katerina Kristo / Dafni Drakopoulou, Eftychia Stefanou, Chryssi Vidalaki
Composizione musicale e sound design: Emmanuel Rovithis
Scenografia e costumi: Sotiris Melanos
Disegno luci: Tasos Palaioroutas
Dramaturg associata: Sofia Eftychiadou
Dramaturgia – Teatro Nazionale della Grecia: Aspasia-Maria Alexiou
Assistenti alla regia: Afroditi Kapokaki, Theodora Patiti
Fotografia: Theofilos Tsimas
Video: Nikos Pastras

durata: 1h 05′
applausi del pubblico: 4′ 30”

Visto a Milano, Triennale, il 26 ottobre 2025
Prima nazionale

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