A FOG 2025, la danza multisensoriale della coreografa sudafricana come rito di liberazione e trasformazione
Quando la danza si fa rito. Quando la musica non è più solo suono, ma respiro collettivo che scorre. “Hatched Ensemble”, dell’artista sudafricana Mamela Nyamza, a Triennale Milano per FOG 2025, è molto più di una performance. È un viaggio emozionale. È un manifesto artistico che sfida ogni convenzione. L’opera, nata come un’introspezione della coreografa sulla sua vita di donna, madre e artista, si estende ora, arricchita da una compagnia di undici ballerini, una cantante lirica e un polistrumentista, per portare in scena una riflessione profonda e potente sull’appartenenza etnica, le identità di genere e la tradizione nella danza.
La scena si apre con un gruppo di danzatrici e danzatori (Kirsty Ndawo, Kearabetswe Mogotsi, Khaya Ndlovu, Thamsanqa Tshabalala, Dineo Mapoma, Itumeleng Chiloane, Mbali, Bernice Brandt, Noluyanda Mqulwana, Zandile Constable, Pavishen Paideya, Thimna Sitokisi), vestiti con costumi semplici ma suggestivi: mollette da bucato che adornano il loro corpo, creando un effetto di spinosità. Una danza che non teme di esporre la vulnerabilità. Non sono cigni, ma struzzi. Eppure, l’inizio è affidato alle note delicate e ripetitive, quasi ossessive, de “Il cigno” di Camille Saint-Saëns, in un contrasto evocativo tra la grazia del balletto classico e la fisicità della danza africana. Ogni movimento di queste creature a torso nudo è una metafora. Ogni gesto è una scoperta. I corpi, liberi da ogni orpello, si muovono con lentezza, quasi a voler disegnare uno spazio sacro. Non c’è fretta, solo la potenza di una rinascita.
Le schiene nude dei performer, in particolar modo, sono protagoniste di una poesia visiva senza pari, nell’Eden che si schiude e nasce tra oggetti scenici metallici, creando una natura candida di fiori, uccelli e mammiferi. La schiena, quel luogo tanto intimo quanto rivelatorio, si fa simbolo di forza e vulnerabilità. È un movimento continuo tra il pieno e il vuoto, tra il passato e il futuro. E sono proprio le schiene, sfuggenti e misteriose, a raccontare la storia. Perché questa danza non è fatta di sguardi in posa o di volti belli da ammirare, di corpi che si mirano allo specchio, ma di silenzi, di ombre, di spalle che si girano e ci invitano a scoprire un nuovo linguaggio. Ecco il grande incanto di “Hatched Ensemble”: non è una performance che si dà facilmente, ma si propone, dosata, centellinata, con una naturalezza spiazzante.
Le luci, delicate e quasi eteree, sembrano una carezza che accompagna i corpi, segnando il passaggio dal buio alla luce, dalla solitudine alla comunità. Ogni gesto è intriso di un’intensità che non si espone mai completamente, ma si offre a chi sa guardare. Non è solo danza, ma un’installazione viva, un paesaggio in movimento che interagisce con il pubblico, costringendoci a entrare in un territorio sconosciuto. L’arte di Mamela Nyamza ci invita a spogliarci dei nostri pregiudizi, a lasciarci invadere da un linguaggio che non ha paura di decostruire.
Il senso di collettività è palpabile. Danzatrici e danzatori, nonostante la forza individuale dei loro movimenti, creano una rete invisibile che ci avvolge. La performance si fa frenetica, quasi travolgente, mentre le mollette da bucato, i poncho di plastica e gli oggetti metallici diventano simboli di una lotta quotidiana che si trasforma in una celebrazione di libertà. Un momento di tensione arriva quando, tra il suono di tamburi e la potenza di voci che evocano l’Africa subsahariana, il ritmo cambia, si fa più impetuoso, quasi a sfidare la gravità stessa. Ma ogni esplosione di energia è seguita da un momento di quiete, come se la danza fosse un respiro che si espande e si ritrae.
La presenza della cantante lirica Litho Nqai e del polistrumentista Azah Mphago amplifica questa esperienza sensoriale, fondendo la lirica occidentale con le tradizioni vocali africane in un incontro che non è mai solo fusione, ma dialogo. Ogni nota, ogni battito sembra appartenere a un mondo che trascende i confini geografici, un luogo dove le tradizioni si incrociano senza mai rinunciare alla loro identità.
Il corpo non è più un semplice veicolo di espressione, ma un medium che attraversa la storia, il genere e la cultura. Danzatrici e danzatori non sono atleti, ma protagonisti di un racconto che affonda le radici nella memoria collettiva e nel presente di ogni singolo individuo. La scelta di eseguire la performance a piedi nudi, senza il consueto filtro delle scarpe da balletto, è un atto di purezza. Niente nasconde la terra, il contatto diretto con il suolo. È come se ogni movimento fosse una connessione profonda con il mondo circostante, una testimonianza di un’appartenenza che va oltre le etichette.
La coreografia, frutto della mente visionaria di Mamela Nyamza, è un caleidoscopio di stili e linguaggi. Il corpo si trasforma, si evolve, e a volte si disintegra, solo per ricostruirsi in un nuovo linguaggio, più profondo, più vero. L’atto stesso di danzare, di muoversi, è una forma di resistenza: alla tradizione, ai ruoli di genere, ai confini imposti, a una storia fatta di costrizioni e segregazioni. E la sensualità, tanto nella gestualità quanto nei costumi, è sottile e potente, come una sfida che non ha bisogno di mostrarsi esplicitamente per essere avvertita.
In “Hatched Ensemble”, il corpo non è più un semplice strumento di espressione estetica, ma un campo di battaglia dove le identità si forgiando e si destrutturano. È un’opera che parla a tutti quelli che hanno vissuto la frustrazione della non appartenenza. A chi si è sentito fuori posto in un mondo che ci vuole tutti uguali, etichettati e prevedibili. Nyamza ci regala un’esplosione di autenticità. La sua danza è un invito a rompere le catene e a ricostruirci, passo dopo passo, senza paura di perdere, ma con la consapevolezza di guadagnare ogni centimetro di libertà.
“Hatched Ensemble” è un’esperienza immersiva che supera ogni aspettativa. È un’opera che non solo rompe le regole, ma le riscrive. Ed è proprio questa la sua forza: non ha paura di essere viscerale, intensa, viva. Una coreografia che rimane dentro, ci cambia, e ci fa riflettere: non solo sulla danza, ma sulla vita stessa.
HATCHED ENSEMBLE
Ideazione, coreografia e regia: Mamela Nyamza
Responsabile delle prove: Kirsty Ndawo
Co-design dei costumi: Mamela Nyamza & Bhungane Mehlomakulu
Cantante d’opera: Litho Nqai
Polistrumentista tradizionale africano: Given “Azah” Mphago
Danzatrici: Kirsty Ndawo, Kearabetswe Mogotsi, Khaya Ndlovu, Thamsanqa Tshabalala, Dineo Mapoma, Itumeleng Chiloane, Mbali, Bernice Brandt, Noluyanda Mqulwana, Zandile Constable, Pavishen Paideya, Thimna Sitokisi
Coproduttori: National Arts Council of South Africa (NAC), Makhanda National Arts Festival of South Africa (NAF)
Durata: 1h 10’
Applausi del pubblico: 4’ 30”
Visto a Milano, Triennale, il 29 marzo 2025
Prima italiana
