C’erano una volta due (dei tanti) sovrani di una fortezza vuota da tempo. Erano sempre in prima linea, e sempre arroccati sulla torre più alta.
I due sovrani guardavano il mondo esterno dalle proprie finestre, giudicando dall’alto e attraverso i loro vetri appannati chi era fuori dalle mura.
Un bel giorno i due sovrani decisero di staccarsi un attimo dalle finestre, si girarono e scoprirono che la corte era vuota. Pensando che il mondo là fuori fosse ingrato a non sostenere persone che vivevano chiuse nella fortezza, iniziarono ad urlare dalle loro stanze verso gli altri sovrani di uscir fuori, di distruggere l’orribile costruzione che in qualche modo li teneva imprigionati e di trovare un altro modo per vivere.
Non si erano però accorti che, nella fortezza, in realtà non erano proprio del tutto soli: altri rinchiusi vivevano nelle fogne. Questi abitanti delle fogne non potevano uscire dalla fortezza, così sgattaiolavano fuori di nascosto attraverso i tombini, rubacchiavano qua e là quel che trovavano per poi rientrare e richiudersi alle spalle i tombini.
Arrivati a questo punto, miei piccoli lettori, la storia potrebbe andare avanti in tanti modi, e potreste decidere voi il finale. Quale potrebbe essere?
1- I sovrani distruggono la fortezza uccidendo gli uomini delle fogne, senza neppure accorgersi della loro esistenza. Finalmente escono e imparano a vivere, proprio come facevano gli uomini delle fogne, come ladruncoli nel mondo esterno, pur continuando a disprezzarlo.
2- I sovrani distruggono la fortezza (portando con sé gli uomini delle fogne o lasciandoli morire, questo è indifferente), escono e ne ricostruiscono una nuova.
3- I sovrani si uniscono agli uomini delle fogne ed escono senza pensare di esser meglio o peggio di chi fuori fa festa, ma unendosi a loro.
Se però questa non fosse una favola ma la realtà, vedremmo i sovrani che urlano dalle loro stanze, con le grida che si trasformano in eco; darebbero fastidio a qualche altro sovrano per un po’, mentre ad altri potrebbero perfino far piacere. Ma le urla e i due sovrani rimarrebbero comunque rinchiusi nella fortezza vuota, senza neppure accorgersi degli uomini delle fogne, mentre fuori la gente continua a danzare.
La fortezza è vuota? Ce lo siamo chiesti in tanti nell’ultimo periodo.
Chi l’ha svuotata? E chi ha creato la fortezza?
Il problema è che esiste la fortezza o che si sia svuotata?
Di cosa è fatta la fortezza? Quale governo vige nella fortezza?
La fortezza è un edificio fatto da mura solide che lasciano tutti fuori. È costruita da premi che i sovrani si danno tra loro, da festival tutti uguali in cui i sovrani si guardano fra loro gareggiare. Tornei interni in cui il pubblico non si emoziona più, e che solo i sovrani trovano avvincenti.
I vecchi Campioni di questi tornei scelti dai sovrani, spesso non per merito ma per abitudine e amicizia, sono diventati sconosciuti ai più perché gli spalti rimangono vuoti, e perché già da tempo, dentro la fortezza, il pubblico non viene più.
Chi ha svuotato la fortezza?
L’hanno svuotata i sovrani stessi, quando hanno impedito l’entrata e agevolato l’uscita. Quando hanno cominciato a pensare che non fossero importanti il giudizio e l’emozione del pubblico.
L’ha svuotata il critico che non capisce perché il pubblico applaude qualcosa che lui non comprende e non si chiede cosa emoziona, cosa avvicina quel pubblico allo spettacolo, e pensa che sia il pubblico a dover essere ammaestrato, educato alla visione.
L’ha svuotata l’artista che crede di dover insegnare allo spettatore ad ammirarlo.
L’ha svuotata chi non sa accogliere nella fortezza i viandanti.
L’ha svuotata chi ti ha aperto la porta e poi ti ha ingiuriato.
L’ha svuotata chi ti accoglie e poi non ti fa star comodo a sedere. O chi ti accoglie per parlarti, senza sentire ciò che tu vorresti sentire. O ancora chi ti parla in una lingua che non conosci, non curandosi del fatto che tu capisca realmente oppure no.
Come si crea una fortezza? Come ci si accorge che è vuota?
Per anni gli artisti e i produttori (e qualche volta anche i critici) hanno rubacchiato in sede di finanziamenti (e continuano tuttora a farlo).
Ora si lamentano che lo Stato abbia trovato il modo per far sì che i finanziamenti vengano utilizzati per ciò che sono: una copertura delle EVENTUALI perdite!
La legge è fatta in modo tale che, se vuoi i finanziamenti, devi essere in perdita, e ti restituiscono il 70% delle perdite.
In questa nostra favola, i due sovrani osservano dalle finestre chi è fuori della fortezza elencando due modi di vivere: o scegliere uno spettacolo che faccia spendere 150, incassare 50, per recuperare 70 e perdere perciò 30; oppure scegliere uno spettacolo che faccia spendere 10, incassare 12 e non avere alcun finanziamento.
I due sovrani sanno però che esistono altri due modi di operare: il primo, che conoscono bene perché lo hanno fatto o visto fare negli anni, prevede di spendere 100, far vedere che ne ho spesi 150, incassare 50 e recuperarne 70, così intasco 20 e non dico nulla a nessuno.
Il secondo è quello per cui la legge è stata scritta dal legislatore: spendo 100, incasso 50, così recupero 35 e cerco uno sponsor che mi copra i restanti 15.
Il problema è che esiste la fortezza, o che si sia svuotata?
Un artista deve avere il diritto di sbagliare, ma ha il dovere di accorgersi dell’errore.
Un critico che vede uno spettacolo e nota di avere un gusto differente dal pubblico, può pensare che sia solo il pubblico a sbagliare? E soprattutto quel gusto nel tempo chi lo ha formato? Per quanto tempo il teatro contemporaneo si è rinchiuso in una fortezza lasciando il pubblico fuori?
È contemporaneo un teatro che non è fruito dal pubblico contemporaneo?
Quanto è contemporaneo un linguaggio poco comprensibile o poco emozionante per un pubblico che, essendo presente, è contemporaneo?
È il pubblico che, non ritrovandosi in un artista, in un linguaggio o in un tema, non è contemporaneo?
Perché non si fa differenza tra mercato e gusto del pubblico?
Chi decide la qualità? I numeri? Critici, artisti o pubblico?
Può decidere della qualità uno che sia artista, critico o direttore artistico che non esce dalla fortezza da anni e vede il popolino attraverso il vetro delle finestre della fortezza?
Peter Brook non ha tentato di convincere gli africani che Shakespeare fosse di qualità o rappresentasse la loro vita. Ha ideato il teatro delle scarpe e il teatro del tappeto.
Se vogliamo che qualcuno entri dentro la fortezza dobbiamo farlo adattare?
Se vogliamo che qualcuno entri dentro la fortezza dobbiamo accoglierlo?
Vogliamo fuggire dalla fortezza e abbatterla?
Io ci sto. Da tempo, ci sto e ci sto con altri che, come me, vivono nelle fogne della fortezza. Sovrani, benvenuti nel club! Benvenuti nel mondo di chi vive da tempo senza contare sui finanziamenti.
Noi ci stiamo: abbattiamo le mura, usciamo insieme! Ma a patto di non costruire una nuova fortezza.
