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Il Mein Kampf di Stefano Massini alla prova del palco

Massini in scena (ph: Filippo Manzini)

Massini in scena (ph: Filippo Manzini)

A 100 anni dalla pubblicazione, nel 2025, del saggio autobiografico in cui Hitler delineò il programma del Partito nazista

Dopo il testo pubblicato per i tipi di Einaudi nell’aprile scorso, Stefano Massini mette in scena il nuovo spettacolo intitolato “Mein Kampf”, proprio in coincidenza dell’anniversario della pubblicazione del libro omonimo di Adolf Hitler, partorito giusto un secolo fa nel carcere di Landsberg, situato nella città di Landsberg am Lech, in Baviera.
Una breve, se pure necessaria, premessa poiché, come le aspettative che erano derivate scorrendo la presentazione del volume, che prospettava addirittura una “biopsia del testo maledetto”, erano poi rimaste deluse al momento della lettura, anche la messinscena lascia più di qualche dubbio. Soprattutto per una analisi in profondità tanto annunciata, quanto poi elusa, se consideriamo il modo con cui la materia è trattata.

Massini si muove su un grande quadrato inclinato bianco – come la pagina di un libro -, posto al centro della scena, e costruisce il racconto attraverso alcuni momenti della vita di un giovane Hitler che, partendo da un piccolo centro dell’Austria, si prepara alla rapida e malefica ascesa, passando dapprima per Vienna, fino ad approdare ai primi discorsi in pubblico, dove esplode tutto il suo talento di oratore ipnotico.

La recitazione del protagonista è accompagnata da una partitura gestuale ripetuta e ripetitiva, che alla lunga non si dimostra molto efficace né felice, poiché viene ad essere eccessivamente didascalica ed esplicativa, e in certi casi quasi troppo insistita e caricata. A questo si aggiunga il fatto che Massini è dotato di microfono ad archetto, e anche questo contribuisce ad una amplificazione – non necessaria – di un pathos già presente nelle parole, che la recitazione non fa altro che accrescere sortendo l’effetto contrario.

Lo spettacolo ha però dalla sua la scenografia di Paolo di Benedetto e le luci di Manuel Frenda, che fanno dell’essenzialità una forza, anche in contrapposizione alle scelte registiche di Massini.
E il pubblico. Il teatro è gremito, pochissimi i volti illuminati dagli schermi dei telefonini e pochissime le teste reclinate, cullate dalle braccia di Morfeo.

Un quadrato bianco, dicevamo, è il perimetro nel quale si muove il protagonista – vestito di nero a richiamare un pennino e il suo inchiostro – sul quale piovono dall’alto, questa l’idea forte registica e scenografica, oggetti che servono a mettere dei punti al racconto.
La caduta improvvisa dall’alto di libri o di schegge di vetro che si schiantano nel riquadro, ad esempio, sono soluzioni felici, vuoi per l’effetto sorpresa, vuoi per l’apertura di significato che donano alla storia.
Alla fine, però, tutto questo eccessivo sovraccaricare la recitazione finisce, per chi scrive, con l’affaticare la visione, e i quasi novanta minuti paiono lunghissimi.
Non così la pensa comunque il pubblico, che tributa a Stefano Massini lunghi, scroscianti ed entusiasti applausi, e addirittura una standing ovation.

Mein Kampf
da Adolf Hitler
di e con Stefano Massini
scene Paolo Di Benedetto
luci Manuel Frenda
costumi Micol Joanka Medda
ambienti sonori Andrea Baggio
produzione Teatro Stabile di Bolzano, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
in collaborazione con Teatro della Toscana

durata: 1h 36′
applausi del pubblico: 5’

Visto a Pontedera (PI), Teatro Era – Teatro della Toscana, il 6 dicembre 2024

 

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