Lo spettacolo ripercorre, tra miseria umana e violenza, il delitto brutale commesso su Luca Varani a Roma nel 2016
L’ultimo spettacolo di Ivonne Capece, liberamente tratto dal romanzo di Nicola Lagioia di cui conserva il titolo, si configura come un’esplorazione coraggiosa e perturbante.
“La città dei vivi” trae ispirazione da un efferato fatto di cronaca nera avvenuto alcuni anni fa a Roma, che ha visto tre giovani esistenze infrangersi nei ruoli di vittima e carnefici (o in entrambi i ruoli).
In un appartamento della capitale, al termine di un festino a base di droga e alcol durato tre giorni e sfociato in deliri di onnipotenza e torture, si consuma l’omicidio del ventitreenne Luca Varani per mano di Manuel Foffo e Marco Prato, due ragazzi di “buona famiglia”. Un gesto inspiegabile e inimmaginabile, persino per gli stessi protagonisti fino a pochi giorni prima, che scuote nel profondo l’opinione pubblica.
Il rapporto con la realtà, seppur mediato dal filtro letterario e poi teatrale, risulta inevitabilmente impattante sul piano emotivo.
Come dichiarato esplicitamente da Capece, e in linea con le note di regia che definiscono l’opera l’antitesi del true crime, la finalità non risiede nell’informazione, nella denuncia o nell’ammonimento, ma nel sollecitare una riflessione ontologica: quella che suggerisce che nessuno può dirsi immune dalla possibilità di compiere il male. L’intenzione drammaturgica e registica è dunque quella di tradurre l’accaduto in un atto teatrale che sia metafora universale, esplorando gli aspetti più esistenziali che la trama dischiude. Per questa ragione, in scena non vengono mai pronunciati i nomi dei personaggi, come se questi rappresentino archetipi della condizione umana.
Eppure, nel seguire lo sviluppo scenico, la distanza analitica richiesta da un tale approccio risulta a volte difficile da mantenere. Questo attrito è generato dalla potenza quasi viscerale dell’interpretazione dei quattro attori – Sergio Leone (versatile e intenso nei ruoli alternati di alter ego dello scrittore Lagioia e dei padri dei ragazzi), Daniele Di Pietro (nei panni di Manuel Foffo), Cristian Zandonella (che interpreta Luca Varani) e Pietro De Tommasi (inquietante nel ruolo di Marco Prato) – che non lesinano energia fisica e vocale nel restituire la discesa in questo inferno carnale e morale.
Al contempo, alcune scelte registiche appaiono a tratti ancorate alla realtà più che alla sua trasfigurazione metaforica, tradendo parzialmente le premesse iniziali.
La violenza agita sulla vittima, le torture, lo stupro, la tossicodipendenza esacerbata e la rabbia incontrollata che hanno condotto all’omicidio sono rappresentati in una forma che, pur non essendo documentaristica, lambisce l’efferatezza dell’accaduto, amplificando il senso di disagio nel pubblico.
Particolarmente efficace e profonda è la restituzione in scena, attraverso dialoghi serrati e monologhi drammatici, del rapporto tra questi giovani e i loro padri. Un tema rafforzato dalla scelta fortemente iconica, all’inizio dello spettacolo, della “lupa maschio” che nutre i due futuri criminali, che offre una chiave d’interpretazione potente sulla catena della violenza che si tramanda dai padri ai figli e che, pur non giustificando il crimine, ne anticipa la degenerazione.
Di grande impatto visivo è l’allestimento scenografico, che interpreta magnificamente il contrasto tra l’alta cultura che si respira a Roma e la brutalità distruttiva che allo stesso tempo la pervade. Statue e busti d’arte classica sono imprigionati in precarie impalcature e appoggiati su comuni elettrodomestici. La Roma degli imperatori è al contempo la città invasa dai topi, generatrice di bellezza ma anche di miseria morale e violenza, metafora dell’umanità.
Lo spettacolo gioca sull’alternanza tra presenza fisica e virtuale attraverso diversi contributi visivi: gli attori in scena interagiscono con proiezioni olografiche di personaggi secondari che animano le sculture. A questi ultimi prestano la voce, per brevi istanti, numerosi artisti (tra cui Tindaro Granata, Arianna Scommegna e molti altri), in un rapido susseguirsi di stimoli che restituisce il clamore umano e mediatico suscitato dalla vicenda. Questa multimedialità, cifra espressiva peculiare di Ivonne Capece, rappresenta la “violenza collettiva della società” – alimentata da media, social e testimoni – che invade lo spazio privato dell’appartamento, trasformandolo in un incubo claustrofobico.
Lo spettacolo – prodotto da Elsinor Centro di Produzione Teatrale, TPE Teatro Piemonte Europa, Teatri di Bari, Fondazione Teatro di Napoli, Teatro di Sardegna – si configura come una prova teatrale di spessore, che riesce a indagare, sebbene con un percepibile scarto emotivo rispetto alla sua intenzione puramente analitica, il mistero insondabile della violenza e il ruolo dell’arte di fronte al male.
LA CITTÀ DEI VIVI
liberamente tratto dal romanzo di Nicola Lagioia
regia, video e adattamento drammaturgico: Ivonne Capece
con: Sergio Leone, Pietro De Tommasi, Daniele Di Pietro, Cristian Zandonella
interpreti in video: Tindaro Granata, Arianna Scommegna, Pasquale Montemurro, Marco Té, Samuele Finocchiaro, Stefano Carenza, Pietro Savoi, Lorenzo Vio, Ioana Miruna, Penelope Sangiorgi, Barbara Capece, Luigi de Luca, Pietro Giannuso, Giuseppina Manaresi, Olmo Broglia Anghinoni
scene: Rosita Vallefuoco
videomaking e regia video: Ivonne Capece
costumi e concept visivo: Micol Vighi
sound designer: Simone Arganini
light designer: Luigi Biondi
produzione: Elsinor Centro di Produzione Teatrale, TPE Teatro Piemonte Europa, Teatri di Bari, Fondazione Teatro di Napoli, Teatro di Sardegna
Durata: 1h 45’
Applausi del pubblico: 2’
Visto a Torino, Teatro Astra, il 14 dicembre 2025
