
Il progetto che ha reso possibile questo rinnovato incontro alle origini è Archeo.S System of the Archaeological sites of the Adriatic Sea, un programma europeo di cooperazione che intende valorizzare il patrimonio culturale e naturale dei Paesi bagnati da quell’ultimo lembo d’acqua che divide l’Europa conclamata e assordante da quella ancora in divenire, Balcani compresi.
Ecco dunque una rete di enti fra Italia, Croazia, Grecia e Albania intervenire per sostenere la lunga tournée di questa produzione internazionale che inizierà ufficialmente nell’anfiteatro romano di Ancona il 6 luglio prossimo.
Il privilegio di assistere alle prove aperte de “La parola padre”, invece, è del pubblico leccese.
La inedita cornice del chiostro di pertinenza dell’ex convento dei Carmelitani in piazzetta Tancredi, attualmente sede del rettorato dell’Università del Salento, ha ospitato il work-in-progress rendendolo fruibile su invito.
Lo spazio scenico è una pedana molto ampia con i costumi a vista pronti per essere indossati alla bisogna. Sullo sfondo una parete che pare in vetro-cemento.
Sei ragazze attendono che gli invitati prendano posto. Una di loro è seduta ad un tavolo e governa con agio le immagini proiettate alle sue spalle e che, dal computer, accompagneranno le azioni. Le altre sono in piedi ed è impossibile non avvertirne l’incalzante desiderio di parola nei corpi pronti a raccontare.
La prima voce pare che provenga da tutte e da nessuna. L’estraniante meccanismo si palesa progressivamente: la narrazione in una delle lingue dell’est viene apparentemente accolta da una delle ragazze italiane, Alessandra Crocco, ma è tecnologicamente resa in italiano mentre l’inglese appare sullo sfondo come lingua della condivisione.
Se sia la storia dell’una o dell’altra non lo si comprende immediatamente ma è certo che il racconto appartiene ad ognuna. È la e-mail destinata ad un qualche padre, redatta nella distanza, probabilmente in un aeroporto nell’attesa di partire per un altrove capace di allontanare il più possibile da una qualche patria che non ha mantenuto le sue promesse.
Termini affini, padre e patria, nella radice come nel senso, anche e forse in modo particolare, proprio nella questione del promettere e del tradire. E non è un caso, vien da pensare, che la traduzione sia qui il mezzo per dire questo tema: un tradurre che non tradisce poiché agito entro un legame forte e femmineo, quello che unisce le sei donne-sorelle che abitano la scena, un luogo tutto per loro dove dire e gridare. Lenisce, la presenza dell’altra, e allontana la paura, anche se il ricordo continua a fare male.
L’eccellente sincronia fra le ragazze disvela le varie affinità semantiche dando vita ad una Babele-donna che non demolisce ma costruisce e, se scompagina, lo fa per edificare il nuovo.
E così veniamo ad intendere che in Macedonia “papà” si dice “tato”, come nella Grecìa salentina. E che il padre della patria macedone, Megàs Aleksandròs è talmente tanto amato che finisce con l’essere odiato, simbolo dell’odio per tutti quelli che da lui non discendono: greci, albanesi, serbi… tutta la ex-Yugoslavia.
Lo racconta Simona Spirovska, lei che rimpiange Tito che almeno non la induceva ad odiare…
Il paradosso e l’ironia capace di sciogliere il ghiaccio e di allontanare la pena convivono, nella drammaturgia di Vacis, con le lacerazioni dell’anima, mentre la musica emblematicamente scandisce i momenti chiave di uno spettacolo lungo ma fluido, restituendo quasi una dimensione adolescenziale, che agisce nel backstage dell’immaginario: dal ritrattino degli ex-comunismi realizzato da Ola, la polacca Aleksandra Gronowska, che commenta le foto della sua infanzia (le lunghe code e gli scaffali vuoti e la tessera per la carne) e che quando le altre chiedono: “Why?”, serafica risponde: “Because it’s Communism!”, alla tragicamente comune condizione di Anna Chiara Ingrosso, che racconta della sottile molestia subita da bambina mentre, insieme alle altre, attende ad un corale momento di cura del sé; dalla storia di Viktor, il grande amore della bulgara Irina Andreeva, che muore privo della benedizione paterna, all’autentica amplificante rabbia di Maria Rosaria Ponzetta che al sensibile giro di boa dei 42 anni chiede al padre attraverso se stessa che cosa ancora il suo corpo può, ma soprattutto quanto tempo le rimane da vivere e “quale tempo”.
E mentre con il fisico e la voce lascia esplodere al limite il dolore per una vita scivolata via dalle mani, cadono i muri, quello di Berlino e quello in presenza.
I simboli della nuova Europa iniziano ad inanellarsi ma disfano l’ordine di scena le sei attrici, scompaginando gli innumerevoli bottiglioni di plastica che rivelano la vera natura della parete intuita all’inizio della rappresentazione.
E non mancano certo le madri latenti e conniventi allorché Irina narra in bulgaro e Ola ripete in polacco, mentre l’italiano appare agli occhi dello spettatore: «Per me puoi sceglierti la vita che vuoi, ma tuo padre si aspetta che…».
LA PAROLA PADRE
drammaturgia e regia: Gabriele Vacis
scenofonia e allestimento: Roberto Tarasco
coordinamento artistico: Salvatore Tramacere
con: Irina Andreeva (Bulgaria), Alessandra Crocco (Italia), Aleksandra Gronowska (Polonia), Anna Chiara Ingrosso (Italia), Maria Rosaria Ponzetta (Italia), Simona Spirovska (Macedonia)
assistente alla regia: Carlo Durante
training: Barbara Bonriposi
tecnici: Mario Daniele, Angelo Piccinni
comunicazione: Paola Pepe
organizzazione e tournée: Laura Scorrano (Italia), Francesca Miglietta (Estero)
amministrazione: Fabiola Centonze
spettacolo prodotto da Koreja nell’ambito del Progetto Archeo.S., finanziato dal Programma di Cooperazione Transfrontaliero IPA Adriatico Lead Beneficiary Teatro Pubblico Pugliese
durata: 1h 15′
applausi del pubblico: 1′ 05”
Visto a Lecce, ex convento dei Carmelitani, l’11 giugno 2012
