Valentina Picariello, che condivide la direzione artistica con Valentina Kastlunger, ci anticipa traiettorie e spirito della nuova edizione, in partenza il 30 aprile a Milano
Alla sua seconda edizione, Life – Theatre Arts Media Festival riparte a Milano il 30 aprile per proseguire fino al 21 maggio negli spazi di Fabbrica del Vapore, Institut Français e naturalmente Zona K, di cui è “figlio”, per un festival che costruisce il suo programma unendo spettacoli, incontri, installazioni e formati ibridi con l’obiettivo di stimolare, nel pubblico, uno sguardo critico sulla realtà che ci circonda.
Chiediamo a Valentina Picariello, che condivide la direzione artistica con Valentina Kastlunger, se la nuova edizione giova in qualche modo del “primo passo” fatto con l’esperienza dello scorso anno: “Arriviamo sempre un po’ lunghe, anche quando pensiamo di avere più tempo”. Non ci sorprende, vista la complessità della proposta di questo festival, che tiene insieme un’offerta ampia di eventi, performance, installazioni e mostre in poco meno di un mese.
Alcune traiettorie (soprattutto quelle “più fuori dal teatro”) erano già state impostate, ma il processo resta irregolare, stratificato, incapace di scorrere dritto all’interno di un’attualità in continuo movimento. E forse la bellezza sta anche in questo. Life vuole insistere sull’essere una zona di frizione.
Il riferimento alla storica rivista Life Magazine dichiara uno sguardo sul reale e una relazione con l’immagine, con il tempo che scorre e si lascia catturare.
E rispetto proprio all’immagine del manifesto 2026, tre visi di giovani donne dai tratti somatici differenti, chiediamo a Valentina da dove nasca: “Non trovavamo immagini che ci sembrassero giuste. O erano retoriche, o banali”. Se le ispirazioni del festival tengono insieme realtà e complessità, anche il non ridursi a segno è sintomatico di uno sguardo plurale. La soluzione è stata chiedere supporto all’intelligenza artificiale, anche come provocazione teorica, per riflettere “sul confine sottile tra dati, emozioni e presenza umana”.
Nel parlare delle contraddizioni del contemporaneo il problema non sembra infatti “essere coerenti”, ma trovare una forma che regga. Soprattutto se il tema di questa edizione è la polarizzazione: “È una parola brutta. Non è così immediata, non tutti la comprendono”. Ma è stata scelta in risposta alla lettura che la direzione artistica fa del presente: nella contrapposizione tra un “noi” e un “loro” viene meno il confronto democratico, trasformato in un’arena di scontro quasi tribale.
Eppure è la parola del presente – dico a Picariello – e lei sottolinea il giusto punto: non serve tanto nominarla, ma capire cosa farci. La polarizzazione non è quindi slogan curatoriale, ma innesco e linea di partenza da cui osservare conflitti, democrazia, convivenze possibili o impossibili.
“Il mondo va troppo veloce – prosegue – Non c’è un tema che riesca a tenere l’attenzione. Allora ci interessava guardarlo un po’ dall’alto”. Non rincorrere l’attualità, ma anzi, costruire uno spazio in cui la realtà con i suoi fatti possa essere rallentata, attraversata, messa in relazione.
Certo, esiste un filo curatoriale, ed è chiaro a chi lo costruisce: dalla polarizzazione alle modalità in cui i conflitti si esacerbano o si contengono, fino alla possibilità che le differenze non producano necessariamente estremi. Ma è un filo che non viene esplicitato. “Non abbiamo voluto urlarlo. Non abbiamo voluto dare un sottotitolo”.
Quello che vediamo emergere è allora una costellazione. Un insieme di proposte che non impongono una lettura, ma la rendono possibile. Il rischio è evidentemente quello di disperdere il senso. Ma è un rischio scelto, e Picariello parla infatti di scommessa. Quella costellazione prende forma concreta in un programma che attraversa settimane e linguaggi diversi.
“Swiping Right” di Sophie Anna Veelenturf entra nelle relazioni intime per interrogare quanto l’ideologia influenzi desideri e attrazioni, mentre “Rituel 4: Le Grand Débat” di Émilie Rousset e Louise Hémon ricostruisce il dibattito politico come rituale mediatico, sospeso tra democrazia e spettacolo.
Altri lavori spingono oltre la frattura tra realtà e rappresentazione. È il caso di “Summit Milano” del collettivo Ontroerend Goed, che mette in crisi il nostro bisogno di credere a ciò che vediamo, mentre “Grey Line” di SPIME.IM costruisce un atlante sensibile del bombardamento mediatico contemporaneo.
Il tema della guerra e delle sue narrazioni attraversa più punti del programma. Lo vediamo da “Un champ brûlé” di Elina Kulikova e Dima Efremov, che intreccia testimonianza e memoria, fino a “Crescere, la guerra” con Francesca Mannocchi, dove il dispositivo teatrale si misura direttamente con il racconto giornalistico e il grande tema della disinformazione.
Accanto a questi temi c’è il corpo, che diventa spazio di resistenza con “Badke (remix)” dove afferma un’unione dei corpi, mentre “Kms of Resistance” di Mehdi Dahkan lavora sul respiro come gesto politico minimo. E ancora “Tradere” di Corpora, che chiuderà il festival interrogando il senso di appartenenza attraverso un gesto elementare come fare la pasta.
A questa mappa si affianca un insieme di proposte che lavorano più sottilmente sui dispositivi percettivi e sui formati.
Il progetto “Colazione” (7 maggio) introduce uno spazio di confronto informale e conviviale, in cui il pensiero prende forma attraverso tempi rallentati e relazioni dirette, mentre il dj set di Nesa Azadikhah (8 maggio) apre a una dimensione sonora che intercetta pratiche culturali e politiche transnazionali. Sul versante installativo, “Family Portraits of VNP” di Pier Giorgio De Pinto costruisce un archivio visivo generato dall’intelligenza artificiale che interroga le trasformazioni dell’identità familiare, mentre “The Face of the City” dell’artista Shereen Abedalkareem restituisce Gaza come spazio vissuto, stratificando immagini, suoni e memoria.
A completare il quadro, il workshop di Mehdi Dahkan (9–10 maggio), che estende la riflessione sul corpo oltre la scena, traducendola in pratica condivisa.
L’apertura stessa del festival è già una dichiarazione, con una performance urbana (“Signal in Milano”) che trasforma la città in un campo di ascolto, in cui le voci emergono dallo spazio pubblico invece che dal palco.
Altra scommessa sono gli spettatori cui rivolgersi. Teatro, arti performative, arti visive, giornalismo. Tutti questi elementi messi insieme non sono solo una scelta estetica o tematica, ma anche una scommessa relazionale. Chi arriva per uno spettacolo può trovarsi dentro un dibattito, e chi segue l’informazione può incontrare il teatro. Una proposta che non vuole semplificare i linguaggi ma evitare che restino chiusi nei loro recinti. E in questo senso va letta la presenza crescente di giornalisti in scena: “È una tendenza degli ultimi anni. Ci siamo chieste se seguirla oppure no”.
La scelta di coinvolgere Francesca Mannocchi non è stata automatica, ma alla fine è sembrata necessaria per dare la possibilità di un attraversamento reciproco: non è un utilizzo del teatro per “raccontare meglio” l’informazione né, viceversa, usare il giornalismo per legittimare il teatro. Semmai un invito quasi brechtiano a non fermarsi all’empatia della scena, ma a proseguire, ad approfondire.
È il caso di “Three Times Left is Right” di Julian Hetzel, che parte da una storia reale per interrogare la convivenza tra posizioni politiche opposte. Ma anche di “Badke (remix)”, che lavora su una danza che unisce invece di separare.
Come convivere con chi la pensa diversamente? Come stare insieme senza ridurre la differenza? “Convincere non ci interessa” puntualizza Picariello. Ed è per questo che il festival più che come una somma di eventi va fruito come un tentativo di costruire formati (tavoli di confronto, incontri non frontali…) in cui l’ascolto conta più della trasmissione: sarà lo spazio dedicato ai Life Table Talks.
Del resto questo principio lo troviamo applicato nello stesso gruppo (tutto al femminile) che ha costruito il festival: “Siamo sette. Più amiche che socie, e ci sono ovviamente posizioni diverse. Ma c’è ascolto. E fiducia”. Insieme alle due Valentina ci sono infatti Federica Bruscaglioni, Valeria Casentini, Federica Di Rosa, Silvia Orlandi e Renata Viola.
Rispetto all’anno precedente, qualcosa è cambiato. La direzione non è più percepita come concentrata, ma distribuita: “Ognuna si riconosce in un pezzo del progetto”.
Questo non elimina la struttura, i ruoli restano, altrimenti “andremmo a carte quarantotto”, ma modifica il modo in cui il progetto prende forma: non come esecuzione di una visione unica, ma come campo condiviso.
Life non nasce per occupare una nicchia precisa. “È una scommessa”, ribadisce Picariello, che ha a che fare con il tentativo di attivare un interesse, più che intercettarlo, capire se esiste uno spazio per un discorso che non separi arte, informazione e politica, ma le metta in relazione senza ridurle. Chiusi nelle nostre echo-chambers, bombardati da un flusso incessante di notizie che non lascia spazio e tempo alla sedimentazione, il festival di Zona K si espone non solo nella qualità delle proposte ma nella pretesa, silenziosa, di incidere su qualcosa che sta fuori dal teatro.
