Fra gli artisti della seconda settimana Elisa Sbaragli, Francesco Leineri, Angelica Simeoni e Michela Depretis
Secondo, e ultimo, fine settimana romano del festival Attraversamenti Multipli. Partiamo giovedì 25 settembre all’insegna di un clima notevolmente cambiato rispetto alla settimana precedente: il freddo e l’umidità del Parco di Tor Fiscale si fanno sentire, anche se non compromettono la buona riuscita della serata, che si apre con “I’ll be back” dei padroni di casa, Margine Operativo, seconda tappa del progetto “Appunti sulla fine del mondo”, ispirata al romanzo “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” di José Saramago.
La performance riflette sulle fragilità umane e sulla capacità di porsi domande, alternando testo e movimenti. In scena Yoris Petrillo realizza mosse che ricordano Gesù Cristo, con pause, gesti ma anche accenni di schitarrate che scandiscono il ritmo. Lo spettacolo, con la regia di Pako Graziani, le musiche originali di Mondocane e il sound design di Dario Salvagnini, ha un ritmo incisivo, e il messaggio arriva netto: Jeshua (così lo chiama Saramago) è anche un uomo che soffre, mentre la Chiesa è distante dalle persone. Il tutto con il marchio di fabbrica Margine Operativo, dove il Cristo rockstar e riottoso si congeda dal pubblico mostrando la scritta “I’ll be back” sulla t-shirt bianca.
Una performance breve, che sottintende, almeno per chi scrive, un’unica domanda: cosa farebbe Gesù, oggi, in un mondo ancora così ingiusto e violento?
Segue “Polifonie Urbane_ecosistemi” di Francesco Leineri, esito del laboratorio corale realizzato nei parchi dei quartieri Tor Pignattara e Quadraro. Le voci, come punti sparsi nel verde e insieme unico corpo, hanno elaborato un canto legato al paesaggio urbano, accompagnando la lettura della poesia “Caminante” di Antonio Machado.
La performance ripropone il metodo sviluppato durante il laboratorio, trasformando le voci in un ecosistema che dialoga con la città e con chi ascolta: un invito a viaggiare con la mente verso altri altrove. L’esperienza viene fruita liberamente dagli spettatori, e Leineri spiega i vari passaggi con sottolineature e piccole pause.
A chiudere la serata “Mondi lontanissimi”, progetto realizzato dallo stesso Leineri insieme ad Angelica Simeoni, un duo che unisce violoncello, voce, suoni acustici ed elettronici, tradizioni colte ed extra-colte, canti popolari, elettroacustica e tape music. Il violoncello, unito alle vibes elettroniche, genera un sound onirico, a tratti ipnotico, che ci rimanda a mondi lontani, a conflitti, a viaggi: ai “mondi lontanissimi” del titolo.
C’è una bella intesa fra i due musicisti, in un crescendo emotivo che accompagna lo spettatore, dal silenzio iniziale all’intensità finale, senza interruzioni. A suggellare quella coexistence tra gli artisti e fra loro e gli spettatori, che campeggia nel sottotitolo di questa edizione del festival.
La sera successiva, penultima romana, è realmente rappresentativa del suo carattere militante: una direzione aperta, capace di accogliere la contraddizione dall’interno.
Sfrondato delle pause, ristretto in tempi obbligatoriamente più severi (l’edizione è stata spostata dall’estate all’autunno per la nota vicenda dei fondi ministeriali), è una corsa verso il buio, che d’autunno non tarda ad arrivare: Attraversamenti è più scabro, ancor più senza fronzoli e perciò più evidente la sua necessità.
Parlando di posture ricettive, il lavoro di Elisa Sbaragli, “Mirada”, obbliga l’osservatore a fare i conti con la questione della presenza e della scala, dell’ampiezza dello sguardo, posizionando la figura danzante in uno spazio di percezione inizialmente esorbitante, che dalla punta dei nostri piedi si inoltra nel prato che abbiamo di fronte, contornato, almeno al livello del “boccascena”, da due pini, ma immediatamente allargato in un dilagare difficilmente contenibile ai lati, e in profondità addirittura oltre i confini del parco, sulla ferrovia che ne traccia il confine e poi oltre, nei palazzi dello sfondo, uno sull’altro.
Sulla destra, piuttosto vicino a chi guarda, c’è uno schermo che restituisce, in una ripresa live, un punto imprecisato del verde retrostante. Sarà proprio lì che il corpo lontano di Sbaragli sarà improvvisamente intercettato, sdoppiando la figura in scena in due contemporanee presenze, e mettendo in crisi il campo lungo al quale l’occhio si era dovuto abituare, obbligandolo a un andirivieni critico, di continuo dialogo con il senso di un movimento immerso o isolato. Dal dettaglio nello schermo (a volte vi compare solo una mano, una spalla, il capo) al totale costantemente infiltrato da presenze imprevedibili, un treno in passaggio, un pigro corridore che si trascina, una coppia di uccelli che poi cede il passo, col crepuscolo, ai pipistrelli, fino a designare l’occhio di chi guarda come unico possibile architetto del paesaggio: curioso come una performance in spazio non teatrale possa giungere a ridefinire lo statuto dello sguardo di uno spettatore precipuamente teatrale.
Fisicamente a terra ci impone di stare l’esperimento di Michela Depretis. Similmente al “Darkness Picnic” di Dom-, anche questo lavoro ci impone di ridiscutere non più solo la forma dello sguardo, ma la presenza di un corpo in una performance: il nostro.
Qui non è più qualcosa da vedere o da fruire o a cui partecipare più o meno attivamente, ma un’azione politica che ambisce a costruire un ambiente ove stare, in cui il rapporto tra chi opera e chi fruisce non è orizzontale né verticale, ma concentrico, curvo e accogliente, ora lentamente in espansione come un olio versato che va allargandosi, ora in contrazione.
Se l’andirivieni tra scale e ricollocazioni del corpo nel paesaggio erano l’attività principale dell’osservatore di “Mirada”, a chi si è avventurato nell’ambiente di Depretis/Codeduomo “Www” è stato richiesto di stare e di lasciarsi avvolgere da un plasma, connettere da un micelio di antenne che le quattro performer prima evocano, poi diffondono con i loro corpi in quieto moto tra le isole degli spettatori. I quali, accucciati, sdraiati, ascoltano le voci, si lasciano allacciare dai corpi delle performer, che strisciano, emettono suoni, richiami d’uccello, mettono in agitazione l’intero l’organismo, immerse in una realtà ipersensibile, biologicamente vivida e fremente.
Chiude la serata la prima assoluta di “Strano” di Carlo Massari, che ci riporta all’ordine di una statura nuovamente eretta e di una ricezione più tradizionale, addirittura frontale ma, come sempre per il coreografo e danzatore, ci richiede un coinvolgimento insieme intellettuale ed emotivo, con la proposta di un discorso autoportante, solido e concluso anche nelle sue piccole dimensioni.
Il lavoro si offre trasparente alla lettura: due livelli di profondità nello spazio scenico, arrampicato su un’altura del parco, nell’oscurità che nel frattempo è calata, corrispondono a due stati di una “creatura”. Ce ne raccontano la nascita (essa sembra emergere dal fango della terra) e i primi passi, inizialmente nel buio, il volto coperto d’erba e privo di lineamenti. Faticosamente giunge più prossima a noi e qui, entrando e uscendo da quattro luci a terra che sezionano appena il buio, si cambia d’abito, rivelando un completo fiorato, rosa.
Le quattro luci ora sono, chissà, lapidi di amanti defunti o altari a cui lasciare fiori, che Massari estrae a profusione dal bavero o dai polsini, e la creatura improvvisamente assume una gestualità iperteatrale e comica, che ricorda però l’innocenza di un tenero Rascel o di uno Charlot innamorato.
Sulle note di “Sentimental” di Wanda Osiris lo “strano” si lascia sdilinquire e trasportare da un ritmo passionalmente danzereccio, il volto compreso nell’attitudine del dono, anche di sé, salvo poi incappare in un granello di polvere sul disco, che fa impazzire il finale. E che conduce a una chiusa disillusa, dove la dolce creatura retrocede nell’oscurità, rintanandosi, nuovamente contratta in una maschera d’ombra.
Sconfinando appena un attimo nella serata successiva, meriterebbe un discorso a parte il lavoro-dispositivo di Ateliersi “We did it!”. Un lavoro il cui contenuto, un’utopia della rinascita dell’alleanza uomo-natura, oltre il tragico pessimismo di questi anni, è un tutt’uno con le azioni produttive e di allestimento: quasi azzeramento delle emissioni (lo spettacolo viaggia ed è alimentato da una vettura elettrica, le luci sono alimentate da pannelli solari), impoverimento delle sovrastrutture, una riduzione degli elementi spettacolari a cui corrisponde un accrescimento dell’immaginario, una narrazione quasi romanzesca tutta in parola, fitta di piani e di scivolamenti temporali, affidata all’umanissimo racconto di Andrea Mochi Sismondi che, senza quasi altre azioni che un’attenta messa in voce e ridottissimi apporti gestuali, riesce a costruire un mondo.
Si vede bene come, nel campione certamente limitato ma rappresentativo delle performance fin qui narrate, si esprima la qualità della ricerca di Margine Operativo.
Primo: nella coesistenza del diverso, parola chiave dell’edizione 2025. Si tratta, se si prende in esame come esempio la serata del 26, di tre lavori che, pur condividendo un forte e personale impegno di ricerca, impongono a chi li fruisce posture radicalmente diverse. Posture, come si è visto, che non pretendono di essere univoche e che, appunto, coesistono.
Secondo: nella qualità del rapporto tra il materiale meramente artistico, poetico, e quello della struttura (o sovrastruttura) dell’allestimento o, come dicono i direttori artistici, di de-allestimento, in ottica di sostenibilità ambientale ed economica ma, si aggiungerebbe, anche di purezza dell’impegno creativo, di necessità. I primi due sono quasi interamente agiti sotto le declinanti luci naturali del crepuscolo, quello di Massari fa dell’oscurità un elemento naturale pienamente partecipe della scena.
E terzo, di conseguenza, nel rapporto con un contesto non teatrale come il Parco di Tor Fiscale, con i suoi passanti, il suo terreno accidentato, il primo e tutto sommato gradito fresco autunnale, i tramonti accelerati che si sostituiscono alle prolungate serate estive. Ancora un nuovo contesto per il 25° anno di un festival (che chiude il 4 e 5 ottobre a Toffia, Rieti) sempre disposto a rinascere e a tornare alle radici: radicale.
