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Medea’s Children di Milo Rau, dramma contemporaneo tra mito e realtà

Medea's children (ph: Michiel Devijver)

Medea's children (ph: Michiel Devijver)

In scena alla Triennale di Milano per il festival FOG 2025, la nuova creazione del regista svizzero sfida il pubblico con una riflessione su violenza, solitudine e legame tra generazioni

Un dramma moderno e crudo che schiaffeggia le convenzioni del teatro tradizionale. “Medea’s Children” di Milo Rau non è solo un adattamento del mito di Euripide, ma è una sfida al teatro, al pubblico, alla morale.
Lo spettacolo inizia come un post-talk: un attore adulto (Peter Seynaeve) introduce un gruppo di bambini (Anna Matthys, Emma Van de Casteele, Jade Versluys, Gabriël El Houari, Sanne De Waele, Vik Neirinck), e insieme discutono della tragedia classica e del senso di recitare. Ma non è ancora lo spettacolo vero e proprio. Siamo dentro un gioco metateatrale, una riflessione su ciò che stiamo per vedere. Poi, la finzione comincia. La linea tra il gioco e la tragedia si fa sottile. I bambini si trasformano in protagonisti. Il loro volto, la loro espressività, ci raccontano una storia inedita e ancestrale.

Nel 2007, in Belgio, una madre uccide i suoi cinque figli. Questo crimine atroce fa da sfondo alla tragedia che Rau crea, intrecciandolo con il mito di Euripide. Ma qui, i bambini non sono spettatori passivi: sono attori, vittime, testimoni. Sono complici e carnefici. Nella “finzione scenica”, la madre, Amandine Moreau, uccide i figli mentre il marito Mounir è in Marocco. Un atto di violenza che trova eco nel mito, ma che viene rielaborato attraverso l’innocenza dei bambini.

La scena alterna recitazione dal vivo e video, registrati o in tempo reale. Sullo schermo vediamo le stesse sequenze interpretate da adulti. Poi i bambini si sovrappongono e infine si sostituiscono agli adulti, recitando le stesse scene. Indaghiamo i protagonisti della vicenda: la madre, il padre, i genitori di lei, l’ambiguo mentore di lui. La telecamera, sempre presente, diventa un occhio che scruta in primo piano il cuore della tragedia, amplificando il dramma e avvicinandoci alla scena, ma anche distaccandoci, da osservatori esterni. È un gioco di riflessi. La violenza, mostrata nei dettagli, ci scuote: gli sguardi, gli occhi rossi, le lacrime; una madre che uccide i suoi cinque bambini. Una violenza efferata. Le mani sul collo dei figli, la lama che fende, i rigagnoli di sangue simili a polipi immondi. Il crimine in diretta. Cosa significa per loro, così giovani, rappresentare tale brutalità?

Rau non si limita a raccontare il crimine: lo esplora. Lo mette sotto il nostro sguardo, senza mediazioni. Non c’è giustificazione possibile. Non esiste una verità assoluta. Solo una serie di versioni diverse della stessa storia. L’uso della telecamera è fondamentale. Non è solo un mezzo tecnico, ma un filtro che ci costringe a guardare la realtà con occhi diversi. Ogni angolo della scena, ogni gesto, viene catturato e amplificato. I bambini recitano, ma osservano anche. E ci interrogano. È un atto di violenza anche per loro.

Ma perché scegliere i bambini? Qual è il senso di metterli al centro di una storia così brutale? I bambini, nella tragedia classica, erano assenti, silenti. Qui, invece, sono presenti e hanno voce. Parlano della morte, della solitudine. Lo fanno con una sincerità disarmante, forse con gli occhi di chi non ha ancora imparato a dare un senso al mondo. È un atto politico. Rau scuote il nostro senso di protezione nei loro confronti: non vuole una risposta facile o un giudizio. Vuole che ci confrontiamo con l’oscurità del mondo, e con la nostra incapacità di difenderli.

La violenza in “Medea’s Children” non è un espediente scenico. È parte integrante del racconto. Rau ci obbliga a confrontarci con il crimine, a guardarlo negli occhi. I bambini non sono più solo vittime. La loro fragilità, il loro sguardo puro, ci colpiscono e ci obbligano a guardare dentro noi stessi.
Il palcoscenico, mobile, è una macchina in continua evoluzione. Tre spazi distinti – un esterno che guarda il mare, una parete di edera, un interno diviso tra pianoterra e mansarda – sono il luogo di un dramma che si svela attraverso il movimento della telecamera. Lo spazio non è mai statico e interagisce con immagini grandiose che riprendono spazi urbani o una natura maestosa. Sulla scena, anche, nuvole di fumo e fremiti di vento. Ogni angolo è interrogato. Ogni parte della scena è scrutata. Il dramma non ha una sola versione, ma molteplici riflessi. Non esiste una verità assoluta, solo un gioco di specchi che ci costringe a indagare.

Il cameraman (sempre Peter Seynaeve) diventa un altro protagonista. Il suo occhio è il nostro occhio. Ci guida nel racconto, ma allo stesso tempo ci fa sentire estranei, distanti. La violenza, la crudeltà, le emozioni sono amplificate dallo schermo. Ogni scena si riflette e si ingigantisce. Non è solo un gioco di immagini. È un invito a guardare la realtà in faccia, a non sottrarci, a confrontarci con la nostra inadeguatezza di fronte alla brutalità insita nell’uomo.
La violenza è sempre lì. Non è spettacolo. È un mostro disturbante, uno spettro insostenibile e agghiacciante. Rau, con la drammaturgia di Kaatje De Geest, ci chiede di fare i conti con essa. La violenza, gli infanticidi, la crudeltà che viene esibita in dettaglio, sono accompagnati dalle parole dei bambini. Bambini che parlano della morte, della solitudine, ma anche dell’innocenza. Forse non hanno una visione chiara. Forse non sanno dare un senso a ciò che vedono e fanno. Eppure, sono loro a raccontare.
Il finale è un urlo silenzioso. Una riflessione sull’identità, sul legame tra le generazioni. Le parole di Amandine, la madre, che chiede di essere liberata dalla solitudine, si riflettono nei bambini. Siamo figli di noi stessi, ma anche delle nostre madri. “Medea’s Children” ci lascia con una domanda: la violenza è un destino inevitabile, o siamo noi a darvi forma?
È questa la catarsi che ci lascia Rau. E l’unica cosa che possiamo fare, alla fine, è guardarci allo specchio: non possiamo scappare.

Medea’s Children
con: Peter Seynaeve, Anna Matthys, Emma Van de Casteele, Jade Versluys, Gabriël El Houari, Sanne De Waele, Vik Neirinck
ideazione e regia: Milo Rau
drammaturgia: Kaatje De Geest
set design: ruimtevaarders (Karolien De Schepper, Christophe Engels)
attrezzeria: Joris Soenen
costumi: Jo De Visscher
light design: Dennis Diels
video design: Moritz von Dungern
disegno sonoro: Elia Rediger
acting coaching: Peter Seynaeve, Lien Wildemeersch
child guidance: Dirk Crommelinck
produzione: NTGent
co-produzione: Wiener Festwochen, La Biennale de Venezia, Internationaal Theater Amsterdam, Tandem – Scène nationale

durata: 1h 30’
applausi del pubblico: 3’ 30”

Visto a Milano, Triennale, il 2 marzo 2025

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