A Cuneo, dal 3 al 7 settembre, il clou del festival multidisciplianare diretto da Fabrizio Gavosto: “È un moto di fiducia non solo verso il potere trasformativo dell’arte, ma verso la capacità dell’umanità di rinnovarsi attraverso la società”
Dopo un lungo tour attraverso comuni e frazioni del Piemonte, dal 3 al 7 settembre Mirabilia International Circus & Performing Arts Festival, giunto alla sua 19^ edizione, approderà a Cuneo, capoluogo piemontese incastonato tra il fiume Stura e il torrente Gesso. Piazze, strade, cortili, teatri, musei e chiese della città si preparano ad accogliere artiste e artisti provenienti dall’Europa e dall’America del Sud.
Il festival, in continua evoluzione, si presenta ricchissimo di eventi (spettacoli, incontri, laboratori, progetti speciali), e nasce dalla stretta collaborazione con il territorio: soprattutto dal desiderio di condivisione e dalla volontà di costruire insieme percorsi nuovi.
Abbiamo intervistato il suo direttore artistico, Fabrizio Gavosto.
Partiamo dalla scelta del titolo che, come ogni anno, non è mai casuale ma tonante e dirompente. In un momento storico in cui il potere, e in particolare la corsa al potere, si manifesta nelle sue peggiori declinazioni e atroci conseguenze, il richiamo a una delle canzoni di protesta più note di tutti i tempi “People Have The Power”, porta a chiederti: che tipo di potere?
È frutto di una riflessione particolare. Quando Patti Smith scrisse e cantò questo pezzo a fine anni Ottanta, vivevamo un periodo di relativa pace mondiale, o almeno è quanto percepivamo, e quello era un grido sentito, nel senso che ci credevamo: “La gente ha il potere!”. Ora invece è un augurio. Siamo veramente nei guai, ricaduti sotto certi punti di vista in un’epoca quasi feudale; la democrazia reale sta scomparendo. Lo vediamo in Israele, negli Stati Uniti, ma in chissà quanti altri Paesi del mondo. E quindi “People Have The Power” è un urlo di incitamento, di rivolta.
È anche un attestato di fiducia nei confronti del potere trasformativo dell’arte?
È un moto di fiducia non solo verso il potere trasformativo dell’arte, ma verso la capacità dell’umanità di rinnovarsi attraverso la società, attraverso tutte le sue espressioni, e di cambiare le cose, di modificare quello che sembra un percorso segnato e non proprio ottimistico.
Lo spettacolo che apre il festival, così come molti altri che seguiranno, ci parla di quello che può essere il nostro futuro. Marie Molliens e la compagnia Rasposo (dal 3 al 6 settembre, con il monumentale e intenso “Hourvari” in prima nazionale, unica tappa italiana) ci lasciano un messaggio utilissimo, invitandoci a ricominciare da capo, da chi ci sta vicino, dalla nostra famiglia, dai nostri amici: distruggono il tendone da circo, che rappresenta la nostra attuale società, e ripartono con i loro bambini, con la scuola, con gli amici. “People Have The Power” ha la responsabilità della ricostruzione.
Questa è un po’ la conferma della natura politica, nel senso più nobile del termine, che il festival ha sempre avuto, della sua volontà di incidere attivamente sul presente. La si coglie nella scelta del titolo, ma soprattutto nella programmazione, che si declina nuovamente in più forme: quella “On the Road”, attraverso i comuni di Rittana, Savigliano, Alba, Busca, Vernante, Chiusa di Pesio, Ceva e Dogliani, e la “full immersion” di cinque giorni a Cuneo dal 3 al 7 settembre. La fase “On the Road”, iniziata il 6 luglio e proseguita nel corso dell’estate, segnerà anche la chiusura del festival a fine settembre. C’è dunque, come ogni anno, un “prima” e un “dopo” Cuneo. In questi 19 anni il festival si è esteso a macchia d’olio sul territorio, rispondendo a quali urgenze, desideri, obiettivi?
Tutto è nato quando eravamo a Fossano: quattro o cinque giorni di festival, un festival compatto, molto bello, con tanta gente che veniva da fuori; poi ci hanno chiesto di portarlo anche nelle frazioni. L’abbiamo fatto e abbiamo capito che un festival non può essere isolato dal proprio territorio. Un festival non è un evento singolo, non è – per dire – il concerto di Vasco Rossi che richiama gente, riempie e poi finisce tutto; un festival è una serie di eventi e richiede una progettazione sul territorio e con il territorio, che nasce, cresce, si sviluppa. Devi adottare una modalità di progettazione il più aperta possibile, inclusiva nei confronti di qualsiasi tipo di pubblico, anche di coloro che vi si avvicinano per la prima volta e per caso.
Noi abbiamo sempre lavorato su quattro livelli di programmazione per avvicinare il pubblico all’arte performativa: eventi performativi di strada di primo approccio gratuiti, a cui si può accedere anche per caso, camminando per strada, andando a fare la spesa; eventi sempre di strada, quindi ad accesso libero, ma più sostanziosi; spettacoli particolari, protetti dal biglietto, da mostrare al pubblico già incuriosito; spettacoli molto sperimentali, sempre a pagamento, al chiuso dentro gli chapiteau o nei cortili, per un pubblico ormai formato.
La stessa modalità l’abbiamo applicata sul territorio: l’idea è di portare nei comuni del circondario spettacoli interessanti e contemporaneamente di portare il pubblico alla conoscenza dell’arte performativa, con una particolare attenzione per i giovani. Il percorso di formazione si fa con la programmazione sul territorio, che include incontri, collaborazione, condivisione.
“La formazione si fa con la programmazione”, con la scelta degli spettacoli. C’è tanta Europa in questo festival, compagnie che provengono da Paesi con grande esperienza nell’arte performativa di strada, come la Francia e la Spagna, ma anche dal Belgio, dall’Ucraina e dalla Svizzera, e poi c’è l’America del Sud: il Perù e il Cile. Il focus sul Cile, che interessa in particolare l’area del teatro e della danza, vede la partecipazione di quattro compagnie. Com’è nata questa collaborazione?
In realtà non è nuovissima, ma quest’anno si è certamente consolidata. Com’è nata? Tutto è il risultato di una serie di coincidenze e collegamenti, di persone incontrate, di libri letti.
Io sono cresciuto in Costa Rica, dove si svolge un grandissimo festival, uno dei più importanti nel continente americano, il Festival Internacional de las Artes. In una delle sue edizioni – avevo quindici anni – andai a vedere, per caso, uno spettacolo cileno di danza contemporanea: due ore di spettacolo, senza pause, senza cambi di scena né di costume, senza cambi di luci. Un lavoro così impegnativo ti aspetti sia respingente per un adolescente e, invece, causò l’effetto opposto: mi aveva completamente affascinato. Così è nata la mia curiosità per il Cile.
A distanza di dieci anni, sempre a proposito del filo che mi lega all’America Latina, un altro fatto. Avevo abbandonato il “terzo teatro” per fare “teatro di strada”, molto più divertente e all’epoca anche più redditizio, facevo cappello e giravo per i festival. Sulla piazza di Trento mi capita di vedere Teatro Nucleo (storica compagnia teatrale italo-argentina), proprio con “Quijote! Un cavallo. Un asino” (grande evento urbano, in scena il 6 settembre). Rimango folgorato. Comincio a seguire i lavori di Teatro Nucleo, ricordo il loro strepitoso spettacolo sull’Argentina e la colonizzazione dell’America del sud, attuata dagli europei ma raccontata stavolta da chi l’ha subita: per me il loro spettacolo più bello. Così si è pensato che dovessimo mettere su un festival abbastanza grande e cercare spazi e risorse che sostenessero questo tipo di creazione. Non è stata una riflessione solo mia, eravamo in parecchi, un gruppo di persone che girava intorno al teatro di strada per trasformarlo e fare cose come quelle che faceva il Teatro Nucleo e sull’esempio di quello che stava succedendo già da parecchio in Francia.
Il problema è che quando Mirabilia è pronto, Teatro Nucleo si è sciolto e lo spettacolo che ha dato origine a tutto non c’è più. Adesso che Nucleo ha rimesso in piedi “Quijote!”, non potevamo non averlo e Horacio Czertok (co-fondatore di Teatro Nucleo) il 6 settembre ci parlerà di cosa significa fare teatro nelle strade sotto la dittatura, tema che noi pensavamo fosse passato, almeno per l’Occidente, e invece è molto attuale.
Torno al Cile, da cui tutto è nato. In Cile il circo è ancora molto legato a un’interpretazione tradizionale, forma di animazione, mero divertissement, non viene ancora considerato come potente strumento teatrale. Diverso è il discorso sulla danza e sul teatro, con proposte meravigliose.
Per concludere, la collaborazione col Cile e con l’America Latina viene dal passato ma andrà avanti almeno per i prossimi tre anni.
Prima hai citato la compagnia Rasposo, che rientra tra i grandi e importanti ritorni al festival, accanto a interessanti novità. Vuoi ricordarne alcune?
Una bella scoperta è stata “Inferno”, prima assoluta della Compagnia di Piazza (il 12 agosto a Chiusa di Pesio, verrà riproposto a Cuneo il 4 settembre), spettacolo immersivo che trasforma il bosco in un viaggio dantesco. Rientra nel progetto “Into the Woods”, un progetto all’insegna della sostenibilità che coinvolge anche altri spettacoli (tra cui “Storie di un ruscello”, spettacolo di Erica Meucci, il 5 settembre). Abbiamo voluto dare spazio a una giovane compagnia, formatasi all’Accademia di Teatro Internazionale di Roma. Proporranno qualcosa di davvero inquietante, con materiali poveri e scene corali intense, agite in percorsi naturali.
C’è poi “Epiphytes” (della Cie de Chaussons Rouge, il 7 settembre, per la prima volta in Italia in partnership con il Festival Oriente Occidente di Rovereto). Un lavoro molto particolare, sulla dimensione vegetale, quindi con tempi molto lunghi, che sono quelli delle piante, il tempo per radicare, il tempo per crescere, messo in scena da cinque funambole. Solitamente le camminate sulla corda o gli esercizi sui pali oscillanti sono concepiti come numeri di equilibrismo, ma qui si va oltre. Il pubblico diventa parte dello spettacolo e contribuisce, manovrando dei bastoni, a creare il movimento e il ritmo lento delle piante. Va in scena al tramonto.
E tra i grandi ritorni?
Ci sarà ovviamente Abbondanza/Bertoni, che vedremo in scena con “Epiphania – Mi rendo manifesta” (il 4 settembre); con loro la collaborazione è ormai assodata da quattro anni. Nel 2020 fecero proprio una creazione al festival: “Hyenas”, sul tema della maschera come riflesso di quadri generazionali. In una settimana misero in piedi uno spettacolo basato su sei mesi di prove fatte solo via video, a distanza, a causa della pandemia. Da quel momento, la loro partecipazione a Mirabilia non si discute. Non mi interessa nemmeno conoscere lo spettacolo, ma è il loro percorso, la loro visione artistica, che tra l’altro è sempre diversa ogni anno, ad incuriosirmi.
Ci sarà poi Balletto Civile il 5 settembre con “I’m not a Hero” nella Chiesa di San Francesco, e la Compagnia EgriBiancoDanza con una doppietta potente: “Leonardo – Anatomie spirtituali” (il 6 settembre, in collaborazione con Piemonte dal Vivo) e “Au delà” (il 6 e 7 settembre), in prima nazionale.
Tuttavia, ciò su cui faccio più attenzione, che mi interessa di più, sono i giovanissimi. Per esempio, c’è Lupa Maimone della Compagnia Oltrenotte che presenta “Finzioni” (il 5 settembre), performer e coreografa sarda che si è innamorata del circo, con grande potenziale a livello fisico e dotata soprattutto di un’interessante visione dell’arte dell’illusione. In questo spettacolo lavora, per esempio, con quattro braccia, due ovviamente sono posticce. Lei ha delle braccia posticce con cui crea. In futuro sarà certamente una di quelle persone a cui chiederò di creare un progetto per il festival, oppure di affiancarmi nella codirezione artistica.
Quest’anno è successo con Filippo Porro del giovane collettivo di Trento AZIONIfuoriPOSTO, che presenta “Oltrepassare” (il 5 settembre), un’azione site specific partecipata in natura: al pubblico saranno consegnate scarpe dotate di microfoni a contatto, per cui la camminata si farà concerto e coreografia.
Sinestesie performative. Ha ancora senso, a questo punto, continuare a distinguere l’arte performativa in generi – teatro, circo, danza, e ancora teatro di strada, di figura, urbano… – quando gli intrecci, le incursioni, le fusioni sono così frequenti?
In realtà quelle distinzioni per le artiste e gli artisti non esistono. Ho sempre cercato, per esempio, coreografi che lavorassero con gli artisti di circo. Ciò su cui ci concentriamo, nell’ambito dello sviluppo delle arti performative, sono le “aree grigie”, che ci sono tra le varie discipline. Nel momento in cui incaselli, inquadri una forma d’arte, ne stai bloccando l’evoluzione. Vero è che, nonostante il ministero, dopo anni, abbia finalmente riconosciuto come genere il “multidisciplinare”, ancora viene concepito come accostamento di discipline diverse, non come un loro superamento. Anche il pubblico fatica ancora, ci siamo fossilizzati su forme riconoscibili per evitare forse l’evoluzione dei generi, delle azioni e dei concetti.
Il numero delle collaborazioni con altri festival è cresciuto di anno in anno. È questo un modo per favorire la costruzione di reti?
Sì, ma non solo, è anche il non volere mettere il proprio marchio alle cose. Sono reti che nascono dalla voglia e dal piacere di lavorare insieme. Quelle che nascono dal bisogno di accedere a un finanziamento e che prevedono un leader hanno una vita breve: una volta raggiunto lo scopo, si sciolgono.
Spesso ho proposto la “prima” condivisa; fare rete significa fare delle cose insieme che da soli non potremmo fare. Grazie alla collaborazione con il festival Oriente Occidente ci è stato possibile accogliere “Epiphytes”, per esempio.
Non è più il momento di correre da un lato all’altro e far vedere quanto sei bravo, è il momento di costruire cose che siano sostenibili, che agiscano sul territorio, anche attraverso laboratori, anche con le scuole, e siano condivise. Purtroppo, il sistema spettacolo è ancora, per buona parte, basato sul concetto di cavallette che saltano da un posto all’altro.
La nostra programmazione è frutto di tutta una serie di condivisioni, lavori sul territorio, ascolti, incontri tra persone, e risponde a bisogni, esigenze, desideri, meno tonificante forse per l’ego di un direttore artistico, ma molto più utile a livello di costruzione.
A proposito di costruzione, all’interno del festival ci sarà, il 7 settembre, il SAICuneo, che presenta un progetto che favorisce accoglienza e inclusione, “Casa Mia”.
Un modo di sviluppare la narrazione di ciò che è l’Altro, di proporre al pubblico il fatto che l’Altro non è diverso da te. “Ti racconto la mia casa” per scoprire che la mia casa, in Sudan o in Burkina Faso, è sì un po’ diversa, perché il clima è diverso, ma per il resto non lo è e allora perché deve esserci paura tra di noi? È una bella iniziativa.
Ora che la prima parte “On the Road” si è conclusa e si avvicina la full immersion di Cuneo, quali sono le tue aspettative?
Sono molto preoccupato, perché l’edizione di quest’anno è molto ambiziosa, meno espansa ma più impegnativa a livello di progetti e programmazione, con tematiche ulteriormente politiche, orientate verso il sociale.
Ci sono vari percorsi partecipati e il Ministero della Cultura del Cile ci ha comunicato i nomi delle compagnie e gli spettacoli selezionati solo un mese e mezzo fa. Ci sono scenografie da costruire. C’è anche un nuovo spazio: la meravigliosa Chiesa di San Francesco, allestita con gradinata e ring.
E quindi c’è ansia, preoccupazione, ma anche gioia per quello che nascerà un po’ alla volta, che si andrà costruendo grazie ai volontari, ai tecnici, a tutto lo staff che è formato perlopiù da ex volontari. Tutto è molto complesso, è ovvio, ma anche estremamente stimolante.
