Continua il percorso della Compagnia Bellini Teatro Factory, stavolta alle prese con testo e regia di Gabriele Russo e Arianna D’Angiò
“Neanche parenti” è uno degli esiti di un progetto in divenire; è infatti frutto di una programmazione in cui il Teatro Bellini di Napoli ha investito (non solo economicamente) e che ha visto lavorare in sinergia Mimmo Borrelli – che con gli stessi allievi della Factory ha portato in scena nel luglio scorso “Opera in transizione”, derivato dalla sua “Opera pezzentella” del 2014 – Marina Dammacco e Gabriele Russo.
Il progetto non si ferma qui; avrà altre tappe, altri spettacoli, altri “tutorati” eccellenti: dopo Borrelli e Russo (che firma quest’opera insieme ad Arianna D’Angiò), sarà la volta di Michela Lucenti con “Asfalto – poema fisico e musicale per sette attori” a gennaio, per poi tornare nelle demiurgiche mani di Mimmo Borrelli che, ad aprile, curerà un allestimento liberamente ispirato a “Romeo e Giulietta”: “Giu-Ro – Libera gioventù bannata dal tempo”.
Di questo percorso, questa tappa è un po’ come se si facesse metafora trasversale tra vita e teatro: appuntando la propria attenzione sul nodo concettuale della prima cellula sociale – la famiglia – e sulle relazioni che da quel nucleo iniziale dipanano e divergono, questo giovane ensemble d’attori sembra interrogarsi su come sia possibile cercare il proprio posto nel mondo delle relazioni proprio nel mentre s’affaccia alla ricerca della propria dimensione artistica, provando a immaginare e a ipotizzare il proprio “ruolo in commedia”.
Tutta rossa la scena, uno spazio chiuso su tre lati che potrebbe essere quello di un interno domestico, d’un rosso accesso, un cremisi che vagamente richiama alla mente un interno bergmaniano. Al centro due divani, rossi anch’essi, messi in diagonale, spalla contro spalla, mentre un tavolo, delle sedie e un televisore a tubo catodico in un angolo completano l’arredo in assito. In alto otto luci al neon rosse (ovviamente), la cui cromia varierà fino al freddo bianco in taluni momenti, come a contrappuntarne la variazione di temperatura emotiva.
Allo spegnersi del buio, sette figure sono schierate in posa raggruppata sui divani. Capiremo in corso d’opera – sebbene già s’intuisca – che a confrontarsi, in un dialogare asimmetrico e sghembo, saranno tre coppie; ciascuna delle donne indossa calze che fanno pendant col rosso della scena; gli uomini invece sono accomunati da nuance che variano dal chiarore del bianco a quello del beige; a sparigliare, una quarta donna, tutta in nero, che sembra assumere un ruolo centrale (e alla cui funzione scenica ci sarebbe piaciuto fosse data maggiore pienezza), una sorta di psicagoga esulante dal groviglio di relazioni che vedremo instaurarsi e complicarsi fra gli altri. Già, le relazioni. Perché questo appare chiaramente essere il nucleo centrale di “Neanche parenti”, ovvero un ronzante elucubrare centrifugo attorno a questioni che s’aggrovigliano e s’impantanano attorno alle minuzie minimali del vivere quotidiano, in tal modo facendosi volano di nodi ben più profondi e strutturali su cui vanno a incepparsi i rapporti, secche relazionali su cui finiscono inevitabilmente per impaludarsi conflitti interpersonali.
Nella coralità di relazioni che fra loro s’intrecciano, emerge un sostrato comune: “Siamo tutti specchi dello stesso bisogno”, vien detto praticamente da subito, e da subito emerge come quel progetto di felicità potenziale identificato come nucleo familiare altro non sia (in una visione che cinicamente non fa sconti) se non il “riconoscimento di un vuoto chiamato famiglia”. Una riflessione amara, in cui è possibile per ciascuno riconoscere le criticità, le ipocrisie e le fallibilità delle proprie vicissitudini, raccontate non come unico approdo possibile, certo, ma come deriva comune (e quindi probabile) in quest’epoca di facili sgretolamenti di legami che faticano a consolidare, e che spesso lasciano dietro di sé la scia malinconica di un tempo che non è dato ripercorrere a ritroso.
Nel gioco delle coppie che interagiscono sulla scena, i toni sono per lo più accesi e conflittuali, e all’inasprirsi delle tensioni corrisponde il trascolorare delle luci verso gradazioni più accese, mentre le musiche di Antonio Della Ragione sono un contrappunto costante, preciso, sottolineatura discreta e ficcante allo stesso tempo, sottile squarcio che s’insinua sottopelle e inocula siero emozionale a quanto sul palco avviene.
C’è, nella costruzione drammaturgica, una voluta frammentazione, parcellizzazione delle identità, funzionale a raccontare come entità individuali concorrano, nell’instaurarsi complesso di relazioni, a diventare corpuscoli pulviscolari, schegge di materia umana che variamente si combinano e si compongono. C’è un’esibizione delle emotività che trasuda verità, senza scivolare nell’eccesso: si tratta di emozioni verosimili, veridiche, vere, capaci di mostrare la plausibilità delle tensioni che ciascuno può vivere nel quotidiano, senza mai farti pensare che siano state costruite a bella posta, artificiosamente.
I personaggi non hanno nomi, ma sono tipicità consuete, coppie in crisi come sempre più se ne registrano, in una società che a forza di essere liquida, liquefa anche la sostanza umana che sottende ai rapporti interpersonali, siano essi tra congiunti o siano invece tra persone non legate da vincoli precostituiti, le quali potranno, all’apice d’una o di tante crisi, sentenziare amaramente di non essere neanche parenti.
La messinscena possiede un ritmo spedito, sceglie un andamento centrifugo che funziona nel dare l’idea d’un quadro d’insieme, sebbene resti la percezione della persistenza di certi sedimenti laboratoriali nella costruzione dell’impianto drammaturgico e registico. Ma è un peccato che ci sentiamo di considerare veniale nell’ambito di un percorso che andrà valutato nel medio-lungo termine dei successivi sviluppi. E che ha, nell’energia e nella presenza del corpo attoriale, un potenziale che merita ulteriore attenzione nel prosieguo del suo cammino.
Neanche parenti
testo e regia Gabriele Russo e Arianna D’Angiò
con la Compagnia Bellini Teatro Factory: Greta Bertani,Filippo D’Amato, Daniela De Riso, Miriam Giacchetta, Gaia Napoletano, Matteo Ronconi, Umberto Serra
assistente alla regia Bellini Teatro Factory Martina Abate
scene Accademia Belle Arti di Napoli, cattedra Luigi Ferrigno
costumi Enzo Pirozzi
progetto sonoro Antonio Della Ragione
Si ringraziano gli allievi dell’Accademia Belle Arti di Napoli: Alessia Di Pace, Claudia Pugliese, Roberta Fierro, Laura Lloret Garcia, Sabrina Olivia, Alessandra Avitabile, Salvatore Esposito, Emanuela Bartoli, Lucrezia Maria Aita, Claudia Sabella
produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini
durata: 1h 15’
applausi del pubblico: 3’ 40’’
Visto a Napoli, Teatro Piccolo Bellini, il 12 dicembre 2025
