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Parallax di Kornél Mundruczó: viaggio tra identità, trauma e generazioni

Parallax

Parallax

Proton Theatre porta al Piccolo Teatro di Milano una riflessione intensa e provocatoria sulle eredità familiari e sulle sfide del presente

“Parallax” di Proton Theatre travolge come una cascata d’acqua, scavando nei traumi del passato e nelle cicatrici delle generazioni. Kornél Mundruczó presenta al Piccolo Teatro di Milano un dramma familiare che esplora il conflitto tra memoria storica, identità etnica e di genere. L’opera, ambientata in una cucina di Budapest, ruota attorno a tre generazioni: Eva, Lena e Jonas, che si confrontano con il passato della Shoah e con un presente che non riesce a liberarsi dalle proprie eredità. Ogni personaggio è intrappolato tra la propria storia familiare e il desiderio di libertà.

L’anziana Eva, interpretata da Lili Monori, è il cuore dello spettacolo. Il suo viso segnato dalla demenza, ma comunque vibrante, la rende una figura tragica e al contempo viva. Eva è un’ebrea sopravvissuta ad Auschwitz che rifiuta la medaglia d’onore offerta dallo Stato ungherese per celebrare il suo status. Non vuole essere un simbolo né un segno nel grande libro della storia. La sua presenza, tuttavia, è imprescindibile, poiché mantiene viva la memoria di una tragedia collettiva che non la abbandona mai.

Lena, figlia di Eva e interpretata da Emőke Kiss-Végh, appartiene alla generazione successiva. Lena cerca di fare i conti con il dolore del passato, ma con uno sguardo diverso, cercando di “capitalizzare” la sua identità ebraica. Lena spera che la memoria della Shoah diventi un vantaggio per suo figlio Jonas, che vuole trasferire in una scuola ebraica di Berlino. La tensione tra madre e figlia diventa il fulcro di uno scontro generazionale dove ogni parola non detta e ogni gesto portano con sé il peso di un dolore che solo chi ha vissuto certe esperienze può comprendere.

La regia di Mundruczó unisce teatro e cinema in modo viscerale e innovativo. L’impianto scenico è realistico ma arricchito da elementi surreali che accentuano il senso di alienazione. La cucina, ambiente familiare e rassicurante, diventa il luogo asettico che custodisce le tracce del passato. L’acqua che invade la scena simboleggia un trauma irrisolto, memorie represse che riaffiorano improvvisamente. Non è solo un elemento fisico, ma il ritorno di una memoria storica che non può essere dimenticata, che inonda lo spazio, suggerendo anche la catarsi, la resistenza di una donna che, nonostante tutto, non si arrende.

Una scelta simbolica nella scenografia: la casa in cui avviene il confronto tra le due donne ha le finestre chiuse. È visibile solo dall’esterno. L’interno, ripreso da telecamere in presa diretta che alternano angolazioni diverse, rivela la solitudine e la frattura tra le generazioni. La tensione tra madre e figlia, acuito da inquadrature che variano dal piano americano al primo piano al dettaglio, diventa il motore di una riflessione dolorosa, con il passato che irrompe nella scena come un fiume in piena, portando con sé una memoria che non può essere ignorata.

Il linguaggio visivo di Mundruczó, in perfetta sintonia con il testo di Kata Wéber, alterna il realismo più crudo a momenti di surreale poesia. L’uso delle telecamere, che catturano dettagli e stati d’animo, amplifica la drammaticità del momento. La scena della cucina, pur nell’iperrealismo, è attraversata da momenti surreali che ne amplificano il significato simbolico. L’acqua che inonda l’appartamento diventa il ritorno del trauma, il riaffiorare di emozioni represse mai dimenticate.
L’acqua, tuttavia, simboleggia anche la purificazione. Lena, che si lascia contagiare dalla forza di Eva, si libera dalle proprie catene in una danza sotto la pioggia. Un atto liberatorio che prefigura una possibile rinascita.

La seconda parte dello spettacolo si concentra su Jonas (interpretato da Erik Major), nipote di Eva e figlio di Lena. Jonas è un giovane in cerca di identità, intrappolato tra il desiderio di libertà e il peso di una storia familiare che non lo abbandona. Dopo la morte della nonna, organizza un party gay tra sesso e droga proprio in quella cucina, prima del funerale, come tentativo di esorcizzare la propria solitudine. La scena, viscerale e disturbante, va oltre la semplice provocazione: la ricerca di libertà di Jonas diventa una riflessione sulla difficoltà di liberarsi dalla solitudine e dalle catene invisibili del passato.
Il momento dell’orgia, pur crudo, non scade nel voyeurismo. Ogni gesto rimanda a una generazione che, pur cercando di sfuggire alla propria eredità, è costretta a confrontarsi con essa. La libertà di Jonas è sfuggente, messa in discussione da un mondo (in particolare l’Ungheria razzista e omofoba di Orbán) che non riconosce e rispetta la diversità che lui tenta di affermare.

Il culmine dello spettacolo è una danza surreale, dove vivi e morti si intrecciano in un atto simbolico di riconciliazione con il passato. La danza, inizialmente liberatoria, si trasforma in una preghiera collettiva per elaborare il ritorno delle tragedie passate. La musica accompagna il lamento di un popolo che non smette di piangere la propria sofferenza. Questa danza diventa simbolo di ciò che non può essere dimenticato, ma che inevitabilmente riaffiora.

L’interpretazione di Lili Monori è straordinariamente naturale. Monori incarna una figura che va oltre la sopravvivenza, incarnando una resilienza che sfida la storia stessa. La sua presenza sul palco è magnetica, trasmettendo la forza di una donna segnata dalla memoria storica ma che continua a lottare. Viva e credibile nei suoi equilibrismi esistenziali Emőke Kiss-Végh. Più bozzettistica, ma comunque efficace, la figura di Erik Major, autore anche di brevi e struggenti cenni di coreografia sulla canzone “Soldi” di Mahmood, che si integra drammaturgicamente con la storia.

“Parallax” non è solo uno spettacolo teatrale: è un’esplorazione profonda della verità e della memoria. La glaciale forza emotiva della narrazione coinvolge il pubblico, immergendolo in una storia che va oltre il contesto familiare per toccare temi universali come identità, trauma e memoria. Il linguaggio visivo di Mundruczó, che alterna il realismo più crudo a momenti di surreale poesia, fa emergere la brutalità del passato senza mai cadere nel sensazionalismo. La profondità è nella banalità dei dialoghi quotidiani.

“Parallax” non lascia indifferenti. La sua forza iconoclasta e la riflessione sulla memoria storica e sulle cicatrici generazionali ci spingono a confrontarci con la complessità della vita e delle storie familiari. Non c’è redenzione facile, né chiusura. C’è solo una storia che continua a vivere, a risuonare, a lacerare, anche quando sembra che tutto sia stato dimenticato.

Il pubblico rimane con il respiro sospeso. Il volto di Eva, il corpo di Lena, le parole di Jonas e la danza dei vivi e dei morti restano dentro di noi come un’eredità che non smette di respirare. Quello che abbiamo visto in scena non è mai solo teatro. È vita. Ed è questa la verità che ci rimane.

PARALLAX. L’identità è un privilegio o un peso?
Tre generazioni a confronto nell’Ungheria contemporanea

Proton Theatre
Testo scritto da Kata Wéber, comprendendo anche le improvvisazioni della compagnia.
Regia Kornél Mundruczó
Con Lili Monori, Emőke Kiss-Végh, Erik Major, Roland Rába, Sándor Zsótér, Csaba Molnár, Soma Boronkay
Scene Monika Pormale
Costumi Melinda Domán
Luci András Éltető
Collaborazione artistica e producer Dóra Büki
Dramaturgia Soma Boronkay, Stefanie Carp
Musica Asher Goldschmidt
Coreografia Csaba Molnár
Produzione Proton Theatre
In coproduzione con Wiener Festwochen | Freie Republik Wien, Odéon-Théâtre de l’Europe, Comédie de Genève, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, HAU Hebbel am Ufer, Athens Epidaurus Festival, Festival d’Automne à Paris, Maillon Théâtre de Strasbourg – Scène européenne, International Summer Festival Kampnagel – Hamburg, CNDO Orléans, La Bâtie – Festival de Genève
Con il supporto di Gábor Bojár e dott.ssa Zsuzsanna Zanker, 220volt, Számlázz.hu, Minorities Talents & Casting, Danubius Hotels.
Consigliato a partire dai 18 anni per la presenza di scene di nudo integrale e atti sessuali espliciti.
Spettacolo in lingua ungherese con sovratitoli in italiano e in inglese

Durata: 1h 50’
Applausi del pubblico: 3’ 30”

Visto a Milano, Piccolo Teatro Strehler, il 13 marzo 2025
Prima nazionale

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