In prima nazionale al Festival Aperto di Reggio Emilia, in corso fino al 15 novembre
Un ammasso di rocce domina la scena, ultimo rifugio a cui tre corpi si aggrappano come a una scogliera sull’orlo della fine. Tremori tellurici scuotono il terreno, alcune rocce si sgretolano, il respiro si fa trattenuto. Poi compaiono figure in tunica nera, con larghi dischi dorati in testa, monaci di un culto sconosciuto che trascinano via i corpi, officiando un rito insieme mistico e brutale. È l’inizio di “Chroniques”, l’ultima creazione dei Peeping Tom, in scena al Teatro Valli di Reggio Emilia per Festival Aperto, la cui 12^ edizione prosegue fino al 15 novembre.
Il titolo parla chiaro: non una narrazione lineare ma una costellazione di frammenti, “cronache” che attraversano epoche e immaginari, oscillando tra medioevo e dopoguerra, fantascienza e rito arcaico. Non solo tempi storici, ma anche fenomeni fisici diversi: meteorologici, tellurici, astronomici, biologici. Si passa da tempeste a scosse, da forze gravitazionali a metamorfosi cellulari, come se lo spettacolo fosse il diario di una natura che attraversa la storia umana e la ingloba. Il tempo non scorre, si spezza: ciò che accade sembra già accaduto e pronto a ripetersi.
Come sempre avviene nei lavori dei Peeping Tom (in questo caso, sotto la regia di Gabriela Carrizo), la danza si intreccia al teatro in una precisione fisica che disumanizza il corpo. I performer sono mossi da energie invisibili: teste che si torcono come entità a sé stanti, arti che comandano masse, corpi che si sollevano da terra poi scagliati al suolo come burattini. È la Storia stessa che manipola i suoi attori, costringendoli a reiterare la violenza.
Ad alternarsi in scena non sono solo figure storiche o proiezioni future, ma un intero catalogo iconografico che attinge a fonti diversissime: echi medievali e samurai, suggestioni alchemiche e fumetti, astronauti da fantascienza e apparizioni da B-movie. Ogni immagine si sovrappone all’altra, creando un universo visivo ibrido e instabile, che riflette la natura contaminata della nostra memoria culturale. I personaggi non si alternano, così come non si susseguono le epoche, ma si affiancano, si intersecano, come se si fosse creata una nuova dimensione temporale. Un astronauta appare sulla scena di un disastro, procedendo in una camminata a gravità ridotta: la conquista dello spazio come ennesimo mito di progresso, che non sfugge però alla stessa ciclicità di distruzione. In questo vortice di epoche e segni, il confine tra realtà e sogno, rito e spettacolo, storia e fantascienza, si dissolve. La scena stessa si rivela ostile e refrattaria: rocce troppo pesanti da spostare, oggetti che sfuggono al controllo, macchine che si ribellano a chi le ha costruite. L’essere umano non domina l’ambiente, ne è sopraffatto, costretto a misurarsi con una materia che resiste a ogni tentativo di addomesticamento.
La guerra si insinua nei giochi infantili: uomini-bambini maneggiano una pistola senza consapevolezza, fino a puntarla l’uno contro l’altro e spararsi. L’innocenza si incrina, trasformandosi in tragedia. Subito dopo, in scena compaiono secchi di vernice: gialla, densa come un fluido organico indefinito, e rossa, che inevitabilmente richiama il sangue. Le macchie colano sui corpi come ferite e allo stesso tempo come pittura, oscillando tra rituale e gesto artistico. In questo paesaggio di materia ibrida, un danzatore si getta in un assolo doloroso: cade, si rialza, cade di nuovo, in una lotta interminabile contro forze oscure, fino a ritrovarsi ricoperto di segni rossi, come se il suo corpo stesso fosse diventato tela e campo di battaglia. Poi arriva lo straniamento: dopo il delirio tellurico e cosmico, un performer intona “I Can’t Stop Loving You” di Ray Charles. La canzone pop americana irrompe in mezzo alle rovine, sovrapponendo malinconia, ironia e leggerezza al dramma. È la memoria collettiva contaminata dalla cultura di massa, che si iscrive anche nel dolore.
Un elemento che segna profondamente la drammaturgia è il linguaggio. I personaggi parlano, ma il pubblico non li comprende: suoni, parole inventate, frammenti che rivelano più distanza che comunicazione. L’incomunicabilità è universale. Poi, improvvisamente, compaiono esseri deformi, quasi nani o figure ibride, che parlano in uno spagnolo maccheronico, caricatura linguistica che moltiplica lo straniamento. Se le voci precedenti aprivano un varco nell’intraducibile, qui si produce una falsa comprensione: capiamo e non capiamo, siamo dentro e fuori al tempo stesso.
Rispetto a lavori precedenti, “Chroniques” appare meno reattivo e meno spettacolare. Ci sono meno effetti visivi a sorpresa, o momenti che lasciano lo spettatore stupefatto: il ritmo è più lento, a tratti dilatato. Una scelta che può spiazzare chi conosce la compagnia, ma che apre anche a una lettura diversa: non più l’accumulo di colpi di scena, bensì una riflessione cupa, quasi ipnotica, sull’eterna ciclicità dell’umano.
Non a caso viene citato Borges, nell’introduzione allo spettacolo: «Tra gli immortali, ogni atto (e ogni pensiero) è l’eco di chi lo ha anticipato in passato o il fedele presagio di chi, in futuro, lo ripeterà fino alla vertigine». È forse questa la vertigine di “Chroniques”: vedere il presente come un mosaico di ripetizioni infinite, in cui nulla è mai nuovo e tutto si ricompone in nuove maschere.
Se ogni epoca porta con sé la sua rovina, il suo rito e la sua canzone, “Chroniques” non può che lasciarci con una domanda sospesa: siamo sicuri che il prossimo capitolo sarà diverso dai precedenti?
Chroniques
ideazione e regia Gabriela Carrizo
in co-realizzazione con Raphaëlle Latini
creazione e interpretazione Simon Bus, Seungwoo Park, Charlie Skuy, Boston Gallacher e Balder Hansen
assistente artistica Helena Casas
composizione sonora Raphaëlle Latini
scenografia Amber Vandenhoeck
assistente alla scenografia Edith Vandenhoeck
disegno luci Bram Geldhof
ideazione costumi Jana Roos, Yi-Chun Liu
consulenza artistica Eurudike de Beul, Horacio Camerlingo
produzione tecnica Filip Timmerman
assistenza tecnica Clement Michaux
ingegnere del suono Jo Heijens
collaborazione speciale Lolo y Sosaku
tirocinanti Laura Capdevila Millet, Ivo Hendriksen
si ringraziano Franck Chartier, Uma Chartier
dipinto sullo sfondo di Seungwoo Park
figuranti Sofia Oliva, Jada Piccinini, Viviana Sanfilippo, Maxime Schiavon, Gennaro Todisco
Visto a Reggio Emilia, Teatro Valli, il 28 Settembre 2025
Prima italiana
