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“Quiver” di SPaCCa / Sanpapié. Appunti di un incontro mancato

Quiver (ph: Emma Terenzio)

Quiver (ph: Emma Terenzio)

Al Festival Exister di Milano, Lara Guidetti tra festa e protesta

“Quiver” è una coreografia nata dal fallimento di un incontro. Dal tentativo – non riuscito – di far arrivare in Italia un gruppo di danzatori e danzatrici turche. E in questo “non arrivo” c’è qualcosa che pesa, che punge, come un fremito trattenuto sotto pelle.
“Quiver” è quel tremare, fremere, stare in bilico tra un moto che vorrebbe uscire e la costrizione che lo trattiene.

La compagnia – che oggi si chiama SPaCCa / Sanpapié – aveva iniziato un percorso con un festival emergente di Istanbul. Avrebbero dovuto lavorare insieme, in presenza, costruire una coreografia a partire da una relazione, da un attraversamento vero di corpi, culture, ritmi. E invece no. Visti negati, permessi bloccati, frontiere chiuse… tutto quel groviglio di burocrazie e politiche che continuano a non stare al passo coi tempi.
Qui, in questa coreografia, se ne fa buon uso e si trasforma il nodo della questione in drammaturgia.
Da come lo racconta la coreografa Lara Guidetti, la scena è obbligata a resistere a questo tipo di attrito che blocca i corpi: “È più facile far viaggiare un tappeto che una persona”. Una sintesi amara, ma che rende bene l’idea.

Siamo a Milano al Festival Exister nella DanceHaus di via Tertulliano.
La scena è semplice: un pavimento bianco e gabbiani morti. A pensarci a posteriori avremmo preferito una quantità più cospicua degli uccelli simbolo del viaggio in mare. Ma l’effetto è già abbastanza eloquente da far scattare subito un retro-pensiero.
Gabbiani sporchi, spiaggiati, cadaveri leggeri. Il mare c’è. Mare Nostrum è un’invocazione non detta.

Entrano in scena di corsa, in ritardo, come fossero stati trattenuti da qualcosa più grande di loro. Gabriel Interlando, Erika Di Mauro, Tejaswini Dilip Loundo, Jesús Andrés Rea López ringraziano. Ringraziano troppo. Si scusano troppo. Hanno quella gestualità un po’ affannata di chi sente il bisogno di dimostrarsi all’altezza. Fa subito pensare a quel tipo di ringraziamento ossessivo che appartiene a chi arriva in un Paese non suo e si sente sempre in debito. Come se ogni minuto vissuto lì fosse un favore.
Hanno addosso un codice a barre, ognuno il proprio. Catalogati, prezzati, in vendita. Merce prima che persone.
E poi i piedi sporchi, mani e braccia nere. Una patina scura che sembra petrolio. E i gabbiani, sul pavimento bianco, col petrolio che sporca, dà l’idea di un micro-mare inquinato. La scena sembra voler essere il relitto di una catastrofe politica, economica e naturale insieme.

Quiver (ph: Emma Terenzio)

Le prime sequenze alternano frammenti di conversazioni di pura forma – tipo le chiacchiere vuote: “Ciao come va? Bene, grazie, e tu?” – a piccole coreografie a quattro. Interazioni sociali sfasate e una danza che non trova mai veramente il proprio centro. Non sono mai all’unisono. Mai. Non c’è una sola volta in cui i loro corpi riescano davvero a incontrarsi nello stesso gesto. Quattro persone nello stesso mondo che però vivono in fusi orari diversi.
Ognuno ha una sua “sporcatura”, un micro-movimento fuori tempo, una sbavatura. Non c’è precisione, non c’è pulizia e lo stile di movimento rivela le diverse formazioni dei danzatori. Una scelta che, nel suo svilupparsi, crea la coreografia dell’incontro mancato.
Il pezzo lirico “Auf Dem Wasser Zu Singen” lascia spazio a una vibrazione scura, sotterranea. Maschere nere diventano ombre che sostengono un discorso danzato, una sorta di LID – Lingua Inglese Danzata (la definizione migliore che mi è venuta mentre la guardavo). Ricorda in qualche modo la Bharatanatyam.

Si appoggiano, si sostengono, cercano di stare in piedi. Ma lo spazio li respinge. La gravità sembra alterata, il pavimento inclinato o ostile. Lo spazio è il quinto danzatore, ed è un danzatore contro. Non lottano tra di loro: lottano contro una specie di forza invisibile.
Una pressione laterale. Una resistenza sottile. Una densità nell’aria che li costringe a compensare, a riadattarsi, a non fermarsi mai.
La drammaturgia dello sguardo manca e si fa sentire. Lo sguardo dei danzatori è sfuggente, dispersivo, non accompagna il peso del movimento.

A portarci alla conclusione è un rituale disco-tribale, con uno sciamano tip-tap che porta all’esorcismo finale. Dall’assolo a una danza di gruppo a metà tra discoteca e rito arcaico. Qui arriviamo all’ennesima mescolanza di linguaggi che rifiuta qualsiasi purezza di stile.
Danzano, urlano, spingono il ritmo, anche se non raggiungono mai un massimo che giustifichi il loro crollare tra i gabbiani.
Nel rialzarsi lo sguardo di chi non capisce bene dove si trova o cosa sia successo.
Raccolgono i gabbiani con dolce cura. Li portano in proscenio. Li mettono in fila, come corpi bianchi avvolti in teli su una spiaggia dopo un naufragio.
E poi ringraziano. Ringraziano di nuovo. Ringraziano come chi deve chiedere il permesso anche quando non dovrebbe.
Ha il sapore di colonizzazione.
“L’idea è festeggiare il desiderio. Il desiderio di incontrarsi, di trasformarsi, di non essere definiti – precisa Guidetti – Ma questo desiderio oggi si schiaccia contro una realtà politica ed economica troppo affezionata a categorie, etichette e controllo dei corpi”. E poi aggiunge una frase che è quasi una tesi di poetica: “Dalla protesta nasce sempre una festa”.

“Quiver” non è un manifesto. E forse non è ancora un lavoro fatto e finito. Sia sul piano drammaturgico che coreografico ha necessità di una cura dei dettagli; ammicca fin troppo alla possibilità di un’imprecisione fatta tutta apposta. Presenta sbavature, inciampi, fragilità. Ma allo stesso tempo è uno spettacolo onesto e necessario, visto il tema e il background progettuale, perché parla di un mondo in cui è più facile viaggiare come merci che come persone. 

Domenica 30 novembre alle ore 16 a Magnete (Milano).

QUIVER
Regia e Coreografia: Lara Guidetti
Danza: Gabriel Interlando, Erika Di Mauro, Tejaswini Dilip Loundo, Jesús Andrés
Rea López
Assistente alla coreografia e consulente creativo: Fabrizio Calanna
Elaborazioni sonore e musiche originali: Marcello Gori
Costumi e scene: Maria Barbara de Marco
Assistente costumi e scene: Cecilia Ferrero
Una produzione SPaCCa / Sanpapié
Con il contributo di Ministero della Cultura, Regione Emilia-Romagna – Legge Regionale 13/99, Comune di Milano – Attività di spettacolo a carattere continuativo
NEXT – Laboratorio delle idee per la produzione e la programmazione dello spettacolo lombardo
Con il supporto di Improdance Festival, Akbank Sanat, Marche Teatro Inteatro / Polverigi, Rassegna Resistere e Creare – Fondazione Luzzati Teatro della Tosse
Parte del progetto “SII ACQUA. La diversità culturale nutre il quartiere” a cura di Magnete Milano, con il contributo di Fondazione Cariplo

Durata 45′ 07”

Visto a Milano, DanceHaus, il 22 novembre 2025

 

 

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