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Ricci/Forte in un collage di idee stanche / Death

Imitationofdeath - Ricci/Forte|immagine usata per la promozione di Imitationofdeath|David La Chapelle|Measuring the Universe

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immagine usata per la promozione di Imitationofdeath
Una delle immagini usate per la promozione di Imitationofdeath
Qual è il mio ruolo (il ruolo di chi in questo momento sta scrivendo) rispetto a una fruizione spettacolare? Calibrarla nel sentimento che è stato in grado di comunicarmi, legarla al suo tempo e a come lo spiega, ai riferimenti cui rimanda, alla storia del linguaggio con cui sceglie di confrontarsi e alla storia della compagnia stessa. E raccontarla.

Dovessimo dire tutte queste cose in forma estesa finiremmo domani. Allora scegliamo di raccontarla di stomaco.
E’ un numero importante di performer quello che Ricci/Forte hanno scelto per “Imitationofdeath”, ultima loro creazione, che si lega alle precedenti per linguaggio, estetica e sentimento.

“Imitationofdeath”, già nell’immagine del flyer che lo reclamizza, pare citare in maniera esplicita un lavoro di David LaChapelle. Quegli esseri umani spiaggiati sugli scogli sono una rivisitazione di alcuni celebri scatti del maestro del kitch, ispirati alla catastrofe antidiluviana. Milano ricorda una mostra tenutasi anni fa a Palazzo Reale.

A quegli ammassi di carne umana derelitta si ispirano tutte le sequenze iniziali della pièce, corpi che rotolano uno sull’altro, uno nell’altro. Basta immaginare le foto di LaChapelle in movimento, con i loro protagonisti ammantati di luce artificiale che cercano spazio verso un ultimo brandello di vita per sfuggire alla morte, come in un girone dantesco. Ecco una sintesi efficace dei primi dieci minuti di spettacolo.

Un particolare dal lavoro di David La Chapelle – davidlachapelle.com
Risulta peraltro subito evidente il tentativo di lasciar vivere solo alcuni episodi di drammaturgia individuale, un po’ esile a dire il vero, e non certo nuovo per chi conosce i pregressi del duo registico: siamo di fronte al consueto raccontarsi di alcuni tardo-adolescenti alle prese con qualche problema psicologico non andato via insieme ai brufoli.

A volte, ovvio, si tratta anche di esperienze dolorose, che segnano, scarnificano, riportano in luce l’impianto osseo dell’individuo (in una scena una delle performer vede sul suo corpo disegnato a pennarello lo scheletro che riemerge, insieme alla spiegazione, con il tono da psicologia spicciola da rivistina, purtroppo, dei suoi tanti irrisolti).

Duole constatare come, in assenza nello spazio performativo di Anna Gualdo (storica attrice di Ricci/Forte, comunque sul loggione del Piccolo Teatro Studio ad incitare), la qualità del pianto in scena scada verticalmente, approssimandosi al più tragico dei frigni.
Se Marco Angelilli, coreografo della compagnia, continua, come nei precedenti esiti, a far correre anime in qua e in là, a farle sbattere le une sulle altre, la Gualdo non è stata purtroppo chiamata come crying tutor, e si vede. Tutti bocciati in pianto finto, al limite del penoso.

Torniamo all’evolversi della creazione. Dunque, la scena dei corpi gli uni sugli altri, e poi un po’ di storielle e sogni di eroi dal mondo dei piccoli (fra indiani e fatine), ed eccoli, i peli pubici.
In consecutio concettuale con i precedenti lavori di Ricci/Forte, dopo i lividi di “Troia’s Discount” a Chiara Cicognani, portata nuda in processione e poi sbattuta nel carrello della spesa (e anche in “Imitationofdeath” spiace vedere che, a distanza di sei anni, l’immaginario non riesce ad andare oltre i sacchetti del supermercato), le scene anal di “Macadamia Nut Brittle”, le leccate su addominali sudati della performance presso lo spazio Fendi, rimaneva giusto il sadismo estremo. Ecco allora gli attori che si trascinano l’un l’altro, tenendosi per i peli pubici, appunto.
Meno efficaci nell’interpretazione le ragazze dal vezzo della rasatura, che stanno ancora aspettando il tempo di una ricrescita pilifera che, in un paio di casi, tarda ad arrivare, costringendo a prese sadomaso per i capezzoli, sicuramente non meno dolorose, ma visivamente meno icastiche.

Il dialogo con il pubblico: per tutto il tempo gli attori guardano il pubblico, a significare che non c’è distanza, ma anche che chi assiste è zombie come chi, in scena, è risorto ad inizio spettacolo, guadagnando non senza stenti la posizione eretta.
Con il pubblico si gioca un po’, e c’è una scena in cui i performer mezzi nudi vanno in giro a imporre le mani sulle teste degli spettatori, per sviluppare forme ovviamente ironiche di pranoterapia da tempo del consumo.

Qui, colpo di scena, si spengono le luci. Visioni di ratti umani emergono dal buio, grazie a un faretto led che di tanto in tanto si accende, illuminando uomini-topo che rifuggono alla luce, mentre continua impietoso, in sottofondo, un remix sporco di brani musicali di livello mediocre (se God is a dj, come hanno celebrato in una loro traccia capolavoro i Faithless, sicuramente Satana ai piatti deve essere un disastro, avranno pensato Ricci/Forte, e infatti i brani della colonna sonora sono volutamente mixati male, disturbano).

Measuring the Universe di Roman Ondak nel suo esito alla Pinacoteca di Monaco (photo: Haydar Koyupinar – gbagency.fr)
Arriviamo in due balzi al finale. I ragazzi sul grande pannello scuro in fondo scrivono qualcosa (anche qui nessuna novità per chi ha visto altri lavori): sono numeri, altezze di esseri umani (aguzzando la vista si vede che c’è l’altezza dei due metri segnata in tonalità un po’ più scura, per facilitare il compito, ma è un aiutino irrilevante, li perdoniamo). Scrivono dunque altezze: 1,75, 2,03, 1,67… Un’idea che sembrerebbe presa pari pari da un’installazione che ha fatto il giro del mondo, intitolata “Measuring the Universe”, dell’artista slovacco Roman Ondák, che si componeva con ogni visitatore che arrivava e scriveva a muro la sua altezza, misurandosi come si misurano i bambini.
I registi l’avranno forse vista al MoMa nel 2009. Io mi sa nel 2007 a Monaco di Baviera, alla Pinakothek der Moderne. A chi è sfuggita, la raccomandiamo. Era divertente, anche per spiegare cosa vuol dire la medietà del genere umano. La normalità. Nella foto qua sopra l’esito tipico dell’installazione.

Ricci e Forte, a questa idea che variano ingrandendo di carattere i numeri per renderli leggibili dal pubblico lontano in sala, aggiungono l’espediente drammaturgico per cui ciascun performer, in corrispondenza di un’altezza, narra un evento, ora buffo ora triste, occorsogli in vita.

Nel prosieguo vengono fuori le solite maschere, che da “Macadamia” in poi, fino a “Pinter’s Anatomy” e al Fendi Xmas, ancora resistono, ma che hanno fatto il loro tempo (non senza disseminare la scena italiana di mediocri emuli).

Finale, come dicevamo, con i sacchetti della spesa, dove arriva il sottofondo di “Shine on you crazy diamond” dei Pink Floyd. Il mio pensiero va però a visioni più alte, come quelle di “Buongiorno notte” di Bellocchio sull’assassinio di Moro, quando proprio gli ultimi attimi del politico erano affidati a queste note.
Mentre penso all’omicidio Moro, i performer si insozzano il corpo con colori, tirano fuori giocattoli dell’infanzia e altri oggetti per cui nutrono passione.

Giuseppe Sartori si colora l’Europa di rosso sul torso nudo, che è sempre un bel vedere per gli amanti del genere, ma nonostante la collezione di atlanti, si scorda la Sicilia e un altro paio di isole maggiori: rimandato in geografia assolutamente. Un’altra performer ingoia dinosauri di plastica, un’altra batte bottiglie di Coca Cola vuote, con l’aria di chi si è fatta qualche canna…

Imitationofdeath (photo: Gianfranco Fortuna)
Sembra che Ricci/Forte abbiano smesso di cercare cose nel teatro con “Macadamia Nut Brittle”, proprio mentre stava arrivando il successo, e non hanno potuto quindi fare quello che in onestà, ad un certo punto, ogni artista dovrebbe fare, ossia dire: “Ragazzi, è stato bello. Per ora non abbiamo niente di nuovo da dire [anche Philip Roth ha appena deciso di smetter di scrivere e pubblicare!]. Abbiamo la creatività bloccata e non ci viene niente di veramente significativo da comunicare. Non vogliamo rifare gli stessi spettacoli all’infinito, quindi abbiate pazienza, facciamo altro o aspettiamo il tempo che un’idea forte maturi in noi”.

Le leggi del mercato, di quel pompaggio su facebook che avevano alimentato così forte, li ha travolti (e mai vergognarsi di quello che si è stati, ribattezzando facebook come il cimitero delle anime perdute, quando è stato lo strumento principe dell’escalation mediatica della compagnia).
Tutto questo li ha costretti a fare nuovi/vecchi spettacoli, mentre i grandi teatri d’Italia ed Europa li chiamavano, incuriositi da un fenomeno capace di portare in scena un’estetica in grado di attirare un pubblico numerosissimo e nuovo, con cui queste istituzioni “stabili”, pietrificate, ammuffite, non sono in grado di porsi in relazione ormai da anni, chiuse nella logica degli scambietti di spettacoli per ottuagenari dal portafoglio pingue.

Purtroppo, però, Ricci/Forte, ormai da sei anni, rifanno stancamente lo stesso lavoro. Fino a questo, che è davvero l’imitation of death del loro pensiero originario. Ora pare arrivata un’occasione diversa, cinematografica. Auguro loro ogni bene con il nuovo medium, perché al teatro non hanno da dire niente. Almeno per ora.
Sicuramente i loro appassionati restano, quelli che nelle loro cose vedono performance mai viste. Li rispettiamo. Sempre meglio uno spettatore in più in sala a scoprire le immense potenzialità del teatro, che uno a casa a guardare stancamente la tv pigiando sul telecomando.

Ma a chi scrive, dei loro spettacoli sempre più uguali, sempre più collage di idee stanche, per persone che non hanno il piacere o la fortuna di girare i musei, e che si accontentano di surrogati di arte contemporanea adattata allo spazio scenico, o che non si ricordano negli anni Settanta di performance davvero rivoluzionarie, con compagnie tipo il Living Theatre che per arrivare a comunicare l’idea estrema di immedesimazione del teatro con il reale arrivavano a fare i pompini agli spettatori (quelli sì, bei tempi per la storia del teatro!), insomma di questi (non più nuovi) Ricci/Forte, con tutto il bene che voglio loro, mesorottolicojoni.

IMITATIONOFDEATH
drammaturgia: ricci/forte
movimenti: Marco Angelilli
direzione tecnica: Davide Confetto
assistenti regia: Liliana Laera, Barbara Caridi, Claudia Salvatore, Ramona Genna
regia: Stefano Ricci
con: Cinzia Brugnola, Michela Bruni, Barbara Caridi, Chiara Casali, Ramona Genna, Fabio Gomiero, Blanche Konrad, Liliana Laera, Piersten Leirom, Pierre Lucat, Mattia Mele, Silvia Pietta, Andrea Pizzalis, Claudia Salvatore, Giuseppe Sartori, Simon Waldvogel
una produzione: ricci/forte
in coproduzione con: Romaeuropa Festival | CSS Teatro stabile di innovazione del FVG | Festival delle Colline Torinesi | Centrale Fies

Visto a Milano, Piccolo Teatro, il 14 novembre 2012

Leggi anche Tutti i battiti del cuore di una Imitationofdeath / Life di Giacomo d’Alelio
  

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