Un classico in chiave contemporanea che racconta, con voce femminile, gabbie sociali e libertà negata
Opera giovanile e di transizione, “Storia di una capinera” è un componimento epistolare di Giovanni Verga scritto poco prima dei suoi romanzi veristi. È un’opera sospesa tra il romanticismo delle prime prove e quella che diventerà la cifra stilistica successiva dell’autore. Ma già in questo testo si ritrovano l’attenzione ai temi sociali, lo sguardo rivolto agli innocenti e la presenza di un male collettivo opprimente. Da questo punto di vista, appare coerente con alcune tematiche ancora attuali la scelta dell’attrice siciliana Rosy Bonfiglio di riadattare e rispolverare questo classico della letteratura italiana.
Il pubblico entra al Teatro Franco Parenti di Milano mentre Bonfiglio è già in scena: un carillon lento, una litania siciliana e un movimento costante invitano all’ascolto. Il trattamento epistolare del romanzo è trasformato in un monologo diretto alla migliore amica. La scena nera è dominata dal vuoto: sul proscenio una gabbia per uccelli e ombre di accessori e vestiti che verranno utilizzati nel corso della pièce. Tutto sarà affidato alla capacità dell’interprete di evocare ed emozionare attraverso il racconto di una Sicilia arcaica.
La storia narra infatti di una ragazza, Maria, destinata a diventare suora che, durante l’epidemia di colera, torna dalla sua famiglia e, in quei mesi, scopre il sapore della libertà e dell’amore.
Le luci di Stefano Mazzanti sono soffuse, con tagli netti e cambi di colore decisi. Il racconto evolve verso l’inevitabile soffocamento dei desideri, delle pulsioni e del bisogno di libertà della protagonista. Questa costrizione è resa metaforicamente da un costume scenografico: una gabbia-vestito che l’attrice indossa e con la quale gioca, trasformandola ora in una gonna – per dare voce alla matrigna –, ora in una vera e propria prigione. Questa gabbia-vestito diventa la vera protagonista visiva della performance, simbolo di una clausura che si fa corpo, e strumento con cui l’attrice misura i limiti della libertà del personaggio. Per il resto i costumi sono essenziali, forse sin troppo: un abbigliamento casual contemporaneo all’inizio, un body color carne sotto la gonna-gabbia.
La struttura dell’intero spettacolo è semplice e diretta: un monologo con pochi orpelli, sostenuto dall’innegabile bravura di Rosy Bonfiglio, vocalmente ineccepibile e straordinariamente attenta ai movimenti. Le musiche di Angelo Vitaliano, forse fin troppo sottolineanti, si alternano agli intermezzi registrati, che rimandano a citazioni di Alda Merini, De André e Pegah Moshir Pour, pensati come un coro universale volto ad ampliare i temi dello spettacolo, ma che finiscono per apparire didascalici e avulsi sia dalla drammaturgia che dalla struttura del monologo.
L’adattamento della Bonfiglio è essenziale e mantiene il lirismo di Verga, ma risulta un po’ piatto nell’evoluzione. L’intento di riportare alla luce il romanzo e mostrarne la contemporaneità è comunque chiaro e coerente: emergono gabbie sociali opprimenti, la condizione femminile e la violenza di strutture sociali che condurranno alla follia e alla morte di Maria, non tanto per delusione d’amore quanto per la rinuncia alla libertà.
L’interpretazione di Bonfiglio resta lodevole, capace di tenere la scena per un’ora e mezza con una presenza significativa e intensa. Un monologo potente che, nonostante la sala gremita di studenti rumorosi e l’improbabile coro di voci registrate, arriva al pubblico grazie alla forza corporea e interpretativa dell’attrice.
CAPINERA
tratto dal romanzo “Storia di una capinera” di Giovanni Verga
adattamento drammaturgico, regia e con Rosy Bonfiglio
musica Angelo Vitaliano
luci Stefano Mazzanti
produzione La memoria del teatro
durata: 1h 30′
applausi del pubblico: 1′
Visto a Milano, Teatro Franco Parenti, l’8 ottore 2025
