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Solo quando lavoro sono felice: l’infelicità produttiva secondo Fettarappa e Maragoni

Ph: Vincenzo Sardelli

Ph: Vincenzo Sardelli

Un duello performativo che smaschera il lavoro come religione moderna. Due attori, un’idea feroce, una platea coinvolta fino allo stordimento

Una scarica elettrica. Così arriva “Solo quando lavoro sono felice”, spettacolo di e con Niccolò Fettarappa e Lorenzo Maragoni, due artisti che si sono incontrati anni fa a un laboratorio di scrittura di Lucia Calamaro e che firmano una delle esperienze teatrali più caustiche della nuova scena italiana.

La performance, nata negli spazi di Carrozzerie n.o.t., approda al Teatro Don Bosco di Brindisi in apertura della rassegna “Tutte le sere del mondo”, curata da Teatri del Nord Salento. E lì, davanti a un pubblico curioso e ignaro, si trasforma in un piccolo terremoto.

Sul palco, un ambiente spoglio: due microfoni, qualche oggetto che sa di ufficio, reperibilità e frustrazione. Ma bastano loro due a riempire lo spazio: Maragoni, l’influencer dell’efficienza; Fettarappa, il filosofo dell’alienazione. Insieme, una coppia scenica di irresistibile carisma. Si inseguono, si interrompono, si correggono, si deridono. È comicità fisica e dialettica, corpo e parola in lotta.

Lo spettacolo non racconta: aggredisce. È un manifesto che ti guarda negli occhi e ti graffia la faccia. Parte come una conferenza motivazionale e si trasforma in un rito di liberazione collettiva. “Solo quando lavoro sono felice” è un titolo beffardo, quasi una bestemmia. Ci prende in giro, perché siamo tutti dentro quella frase. Siamo parte del sistema: dell’uno per cento che possiede metà della ricchezza, dei performanti sempre connessi che vivono soppesando la produttività come fosse una misura del valore umano.

Il pubblico non assiste: partecipa. Fettarappa e Maragoni rompono la quarta parete con naturalezza. Irrompono quasi con violenza. Entrano in platea. Provocano, accusano. Ti chiamano in causa. Ti chiedono: “Che lavoro fai?” Ma intendono: “Tu, sei felice quando lavori?” E il sorriso si spegne.

Le risposte non esistono, ma le domande restano. Meglio essere dipendenti o tossicodipendenti? Meglio produrre o respirare? Meglio l’ufficio o la giungla, le banane sugli alberi come scimmie libere, lontane dal badge e dalla connessione internet? La loro satira si fa carne, voce, ritmo. Un teatro che respira col pubblico, che suda, che non lascia tregua.

Le immagini sono forti, fisiche, a tratti feroci: moduli da compilare, corsi di formazione, tirocini infiniti, stage non retribuiti che generano altri stage non retribuiti. È la catena dell’assurdo, una giostra di precariato dove tutti corrono, tutti competono, nessuno vince. E nel frattempo si accumulano ansia, insonnia, gastriti, crisi d’identità. “Siamo grattacieli o frittate?”, chiede Maragoni, oscillando tra l’autoaffermazione e il crollo.

In scena esplode la follia del nostro tempo. Fettarappa e Maragoni incarnano due estremi: chi punta in alto come Cristiano Ronaldo o Elon Musk, e chi si schianta e si spande, molle e disfatto, come una frittata sul pavimento. La parabola è esilarante e tragica insieme.

Poi la ribellione: la birra sputata addosso come atto di esorcismo, una piccola festa triste all’insegna dell’improvvisata, la chitarra sbrindellata per cantare un inno al fallimento. Non c’è pietà, non c’è catarsi, ma un’energia contagiosa, quasi punk. Un finale che sa di distruzione, di furia luddista, di voglia di mandare tutto all’aria.

Nel frattempo, il pubblico ride. Ma quella risata è un coltello: ti taglia, ti espone. Perché è impossibile non riconoscersi in quelle parole, in quei tic, in quelle mail scritte alle dieci di sera, in quella sensazione di non essere “abbastanza produttivi”. Lo spettacolo colpisce proprio lì: nel nostro senso di colpa contemporaneo, quello che ci tiene svegli e connessi anche di notte.

La scrittura è affilata, costruita su un ritmo di botta e risposta, di contrappunti, di sbalzi di tono. La comicità si alterna alla filosofia, il sarcasmo alla confessione. Fettarappa e Maragoni possiedono una naturalezza scenica impressionante: si muovono con la leggerezza di chi ha interiorizzato ogni parola, ogni gesto, ogni pausa. Sono due istrioni moderni, capaci di improvvisare, di tenere la sala sospesa tra riso e disagio, tra identificazione e distacco.
La loro forza sta nella sincerità. Non c’è predica, non c’è ideologia: c’è l’osservazione lucida e crudele di un mondo che ha fatto del lavoro un totem. Un dio che chiede sacrifici quotidiani, che misura la nostra esistenza in ore fatturabili, che trasforma il tempo libero in rimorso.
Eppure, nel caos, si apre anche uno spiraglio di libertà. Un momento in cui tutto si ferma, in cui la risata diventa respiro, in cui la fatica diventa danza. È lì che il teatro torna a essere rito: collettivo, necessario.

Alla fine, la domanda rimane sospesa: il lavoro ci rende davvero felici o ci fa solo sopravvivere? Non arriva una risposta, ma un’invocazione. Forse la felicità non è nel lavoro, ma nel diritto a disconnettersi, a sbagliare, a perdere tempo. Nel poter dire “no”, anche solo per un giorno.

Solo quando lavoro sono felice

“Solo quando lavoro sono felice” è teatro vivo, sudato, diretto. È una performance che graffia e consola, che ti fa ridere mentre ti senti preso in giro, che trasforma lo spettatore in specchio. Non è solo uno spettacolo: è un’esperienza collettiva, uno sfogo, un atto di resistenza poetica.
Fettarappa e Maragoni ci costringono a guardarci dentro, a riconoscerci parte del problema ma anche potenziali sabotatori del sistema. Ci ricordano che, se non siamo frittate, siamo comunque fritti. Ma almeno, per una sera, possiamo ridere della nostra disfatta.
E quando le luci si spengono, resta un silenzio pieno. Poi un applauso lungo, liberatorio. Perché, in fondo, abbiamo tutti bisogno di sentirci un po’ meno produttivi e un po’ più vivi.

SOLO QUANDO LAVORO SONO FELICE
di e con Lorenzo Maragoni e Niccolò Fettarappa
in collaborazione con Teresa Villa
residenza produttiva Carrozzerie | n.o.t.
produzione La Corte Ospitale
luci Linda Malvezzi
con il sostegno di MiC, Regione Emilia-Romagna, Ferrara Off APS
menzione speciale “Forever Young” 2021/2022 – La Corte Ospitale

durata: 1h 15’
applausi del pubblico: 2’

Visto a Brindisi, Teatro Don Bosco, il 23 ottobre 2025

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