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Stop being dumb! L’impegno formativo di Danza In Rete

Fra i protagonisti delle masterclass, Panzetti / Ticconi, qui in Cry Violet (ph: Valerio Figuccio)

Fra i protagonisti delle masterclass, Panzetti / Ticconi, qui in Cry Violet (ph: Valerio Figuccio)

A curare il progetto di masterclass con Adriana Borriello, Daniele Albanese e Panzetti-Ticconi è Stefano Tomassini

Da tempo vi stiamo raccontando come il festival Danza in Rete sia un vero e proprio hub per la performing art con epicentro a Vicenza. Oggi ci inoltriamo in un’ulteriore declinazione della sua vocazione sinergica.

“Stop being dumb! Sul comporre in danza” è il titolo di un progetto formativo che si inserisce nel festival e nasce da un accordo di collaborazione tra l’Università Iuav e la Fondazione Teatro Comunale Città di Vicenza. Si tratta di un’opportunità di alta specializzazione rivolta agli iscritti al corso di coreografia nell’ambito della laurea magistrale in Teatro e Arti performative e della laurea magistrale in Arti Visive e Cinema Espanso.
Il percorso si modula in tre appuntamenti di quattro ore ciascuno, fra altrettanti interpreti della scena contemporanea e un gruppo al massimo di 20 partecipanti. Nell’edizione in corso, le masterclass sono state condotte da Adriana Borriello, Daniele Albanese e dalla coppia Panzetti-Ticconi.

Il curatore del progetto, il prof. Stefano Tomassini, storico e critico della danza e docente di Studi coreografici e di danza, ricostruisce la genesi di questa esperienza davvero unica nel panorama italiano: «E’ nata nel periodo del Covid: cercavamo degli spazi in cui fare lezione con momenti di pratica, rispettando le distanze. Tutto era chiuso, il Teatro Comunale di Vicenza non aveva ancora ripreso le sue attività: sembrava quindi il momento giusto per avviare una collaborazione».
Da una reazione alle contingenze è dunque nato un progetto che istituisce un ponte tra l’accademia e la scena reale della danza e che, nel corso di sei anni, ha offerto a molti giovani il privilegio di un confronto con ben 19 artisti, appartenenti alle generazioni e ai generi più vari: maestri fondatori di alcuni orientamenti della danza contemporanea, come Adriana Borriello; esponenti di forme eversive, come Silvia Gribaudi ed Enzo Cosimi; o nuovi interpreti, come Roberto Tedesco e Nicola Galli.
Tomassini li ha scelti in coerenza col percorso universitario e in collaborazione con Alessandro Bevilacqua, uno dei curatori del festival; ma la maggior parte di essi sono risultati esterni al cartellone, quindi hanno impresso uno sviluppo ulteriore alla rassegna.

Entriamo nel merito dei contenuti e degli obiettivi didattici. Le masterclass sono incentrate sulle pratiche, i metodi e i processi compositivi degli artisti conduttori. Ma non sono rivolte soltanto a studenti che abbiano già alle spalle esperienze formative nella danza e che guardino al futuro proiettandosi come figure artistiche, anzi: l’intento di Tomassini è «formare anche una nuova generazione di organizzatori, curatori, critici, che non provengano da altri saperi e che possano acquisire una conoscenza non solo teorica ed astratta, ma anche esperienziale e corporea di pratiche di cui forse nel futuro si occuperanno». Attraverso questa diversa consapevolezza, potranno maturare «operatori capaci di prendersi cura dei corpi e dei processi compositivi».

Un momento di una masterclass (ph: Stefano Tomassini)

Le lezioni si svolgono al di fuori di una cornice istituzionale: i frequentanti vi arrivano a scatola chiusa, senza essere stati preliminarmente introdotti agli artisti; durante lo svolgimento, Tomassini non esercita nessuna mediazione, né impone gerarchie; ai conduttori non viene fornita nessuna indicazione stringente, se non quella di mostrare i loro processi compositivi e rivolgersi a tutti i tipi di corpo, anche quelli privi di preparazione tecnica. «Mi interessa accada qualcosa nel momento in cui si incontrano in sala – commenta il docente – l’esperienza dev’essere autentica».

Yari Montemagno, studente al secondo anno della magistrale, conferma coma sia «interessante essere in sala e iniziare immediatamente dalla pratica, più che dalla teoria, senza perdersi in chiacchiere. La sfida, sia per gli artisti che per noi allievi, è tutta nel presente». Forse proprio per merito di questa «organizzazione un po’ punk – racconta Tomassini – non c’è nessuna masterclass che non abbia funzionato» e non si registra dispersione, anzi: chi frequenta un’edizione, tendenzialmente si ripresenta alla successiva.

Il coreografo invitato, attraverso la fase di riscaldamento, capisce subito con che corpi ha a che fare, se sono allenati o non preparati; e in base a questo primo momento decide poi come modulare la sua proposta. Non sempre c’è un passaggio narrativo di illustrazione delle pratiche oppure un tema guida di approfondimento; l’esperienza può seguire delle consegne prestabilite oppure svilupparsi da improvvisazioni. Prima della fine, sono sempre previsti 20 minuti di feedback.

La masterclass con Adriana Borriello (ph: Stefano Tomassini)

Yari si sofferma a confrontare l’approccio pedagogico degli artisti in programma quest’anno.
Adriana Borriello ha generato dei pretesti di composizione a partire da alcune tecniche, impostando «un dispositivo coreografico da assecondare con una presenza rigorosa»: all’interno di esso, poi, «si scopriva quanta libertà creativa ci fosse, quanto insistere nel compito permetta in realtà di trovare gli strumenti con cui sovvertire le regole».
Con Ginevra Panzetti ed Enrico Ticconi «si è entrati nel vivo della loro personale ricerca», di cui ha apprezzato l’originalità estetica: «A partire da un loro lavoro in repertorio, siamo stati inizialmente invitati a copiare fedelmente quanto visto, focalizzandoci poi su un dettaglio puntuale e vedendo dove questo potesse condurci». Questo tipo di “copia” da materiali d’archivio è un processo compositivo già introdotto nel corso di laurea dello Iuav: da una parte esso permette di indagare ciò che è già stato codificato «come materia viva per i desideri e i corpi di oggi», dall’altra di «definire la propria intenzione sulla base di ciò che si fa, non di ciò che si crede di sapere».
Infine, Daniele Albanese ha condotto il gruppo a partire da suggestioni più libere, stimolandolo la composizione a partire da improvvisazioni: «Si inizia a vedere cosa succede nelle prove e poi si prova a distillare, distillare, finché si individua qualcosa che ha un significato».

Yari tiene nel cuore soprattutto l’esperienza con Adriana Borriello: l’aspettativa generata da «un’aura attorno al suo nome» non è stata delusa e anzi, semmai è stata rafforzata da uno stile pedagogico «efficace e chiaro, attraverso un lavoro concreto, tangibile». La coreografa è risultata al tempo stesso «empatica e precisa»: «Il suo approccio può sembrare qualcosa di più severo soltanto perché chiede una presenza che non è scontata. La qualità umana che ha espresso – conclude Yari – ha generato un orizzonte di senso che supera le ore del training».

Beatrice, studentessa al secondo anno della laurea magistrale, proviene da una triennale in Lettere e da una formazione coreografica, che vorrebbe sviluppare ulteriormente in senso artistico. Da due anni segue “Stop being dumb!” e si sente «arricchita nella quantità di proposte e pratiche» assimilate attraverso un’occasione più unica che rara di poter accedere gratuitamente ad un incontro così ravvicinato con grandi nomi ed autori originali. Aggiunge inoltre che «Iuav lavora molto sul porsi con senso critico anche rispetto alle modalità di trasmissione di questo tipo di saperi e le quattro ore attivano questioni e dubbi su che cos’è la danza che risuonano anche oltre la loro conclusione».
Gli artisti stessi promuovono l’apertura al dialogo e alla partecipazione attraverso domande. L’ha colpita «l’estrema generosità con cui essi si pongono, con un approccio informale di pura condivisione» che si estende anche oltre il termine delle lezioni: gli allievi, infatti, tendono a trattenere, chiacchierare coi nuovi maestri, informarsi su dove poterli frequentare ancora. Secondo Beatrice, la lezione forse è utile anche al conduttore, che attraverso di essa è indotto a riflettere sui processi della propria creatività e a verbalizzarli.

Ma l’esperienza dei partecipanti non finisce nei training, perché hanno accesso a prezzo agevolato agli spettacoli in programmazione negli stessi giorni. Quindi le giornate trascorse a Vicenza assumono «la dimensione di una gita o di un esodo – prosegue Tomassini – Ogni volta che finiamo c’è sempre un po’ di commozione».
«Sono momenti dove ci si conosce in una maniera diversa – commenta Yari – si innescano degli incontri inaspettati anche con persone che si conoscono, se si mantiene la volontà di lasciarsi sorprendere».

Uno degli aspetti più affascinanti di questa operazione è la mancanza di un ritorno immediato per il Teatro Civico di Vicenza e la sua estraneità ad una logica di monetizzazione: il percorso delle masterclass è gratuito, e la frequentazione degli spettacoli è offerta agli studenti dello Iuav a prezzo agevolato, aprendo loro opportunità che, se fossero a pagamento e a prezzo pieno, escluderebbero molti. Ciò conferma come il festival Danza In Rete persegua l’obiettivo virtuoso di creare e nutrire comunità composte da diversi elementi: non solo danzatori e operatori del mondo performativo, ma anche praticanti ed artisti in fieri, habitueé e fruitori occasionali, la platea esperta e spettatori del domani. Un investimento di cui l’intero sistema non potrà che beneficiare.

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