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Sulla leggerezza. Virgilio Sieni riparte dalle “Lezioni americane” di Calvino

Sulla leggerezza (ph: Luigi Gasparroni)

Sulla leggerezza (ph: Luigi Gasparroni)

In anteprima a Civitanova Danza, lo spettacolo debutterà il 10 ottobre al Visavì festival di Gorizia

Confesso: non avevo mai letto le “Lezioni americane”. I miei giri all’interno del mondo letterario di Italo Calvino non mi avevano mai portato nei pressi di questa pubblicazione postuma. La presentazione, in anteprima nazionale a Civitanova Danza, della nuova produzione di Virgilio Sieni, che prende spunto proprio dalla prima di queste lezioni – quella dedicata alla leggerezza – è stata la mia occasione per farlo.

Mi sono avvicinata al testo con curiosità: leggerlo con lo sguardo rivolto a uno spettacolo di danza mi ha dato un accesso laterale, quasi tangenziale. Calvino scrive: “La mia operazione è stata di sottrarre peso: ho cercato di togliere peso […] ai corpi, alle figure umane, ai cieli”. La leggerezza, per lui, non è evasione, ma un modo di attraversare la densità del mondo con uno sguardo che sa sollevarsi, filtrare, distillare. Non è l’assenza di peso, ma la sua trasfigurazione. In questo senso, è un atto etico e poetico insieme: un modo di stare nel reale senza rimanerne schiacciati.

Nel linguaggio della danza, la leggerezza come sottrazione ha una traduzione immediata ma non banale. È nella consapevolezza del peso, nel rilascio, nella sospensione che il corpo può farsi leggero. È nel gesto che si sottrae all’enfasi, che abita il vuoto, che accoglie la gravità invece di combatterla. Il danzatore leggero non è quello che “vola”, ma quello che dialoga con il peso senza farsene dominare.

Tornando a Calvino, la sua non è una leggerezza semplice né lineare. Alla sottrazione di peso si affiancano, attraverso esempi mitologici e letterari, altri elementi: la trasparenza, la rapidità, la molteplicità, l’esattezza, perfino l’ironia. È un concetto stratificato, che non si esaurisce nella leggerezza del corpo. È un modo per attraversare la complessità del mondo senza esserne travolti, per cercare varchi, deviazioni, percorsi laterali.

Di tutto questo, nello spettacolo di Virgilio Sieni, ritroviamo una sola direzione, quella che coincide con la sua poetica più riconoscibile: il gesto misurato, il corpo che si fa segno, l’armonia costruita per sottrazione.
La coreografia si compone per quadri successivi: dapprima assoli, poi duetti, quindi trii, quartetti, fino ad accogliere tutti i danzatori in scena. I corpi disegnano geometrie dense, quasi pittoriche, che si formano e si dissolvono con una fluidità inappuntabile. Le traiettorie si intrecciano, si sfiorano, si evitano con precisione chirurgica, senza mai sovrapporsi né scontrarsi.
A tratti ho pensato alle composizioni di Trisha Brown, a quel suo modo di far collassare e ricostruire la forma in tempo reale, dentro una logica condivisa ma non rigida. Così come mi ha ricordato le quinte di “Set and Reset”, la tela fatta di fili glitterati che delimita la parte retrostante del palco. I danzatori vi entrano e ne escono senza mai scomparire del tutto, rimanendo visibili in trasparenza. Una soglia porosa tra ciò che è già in scena e ciò che ancora deve accadere.

Tutto è molto curato, composto, riconoscibile. E allora dove sono la tensione, il rischio, lo sguardo indiretto di Perseo? Ho avuto l’impressione che Calvino fosse presente come un’eco, una suggestione letteraria da cui farsi accompagnare, più che come una presenza capace di spostare davvero lo sguardo.

A sostenere l’intera costruzione coreografica è la musica di “Peace Piece” di Bill Evans, utilizzata per ogni quadro, ad eccezione del primo e dell’ultimo. È un brano iconico, nato quasi per caso durante una sessione di registrazione nel 1958, in cui Evans si lascia guidare da un pedale ostinato della mano sinistra, mentre la destra disegna variazioni libere, liquide, quasi oniriche. La struttura è basata su un unico accordo ripetuto che regge un’improvvisazione aperta, fatta di rilanci, silenzi, piccole deviazioni melodiche che sembrano svanire appena si formano. Anche qui una pesantezza, l’ostinato della mano sinistra, in dialogo con una leggerezza: le aperture e i voli della mano destra.
Una scelta musicale quindi quanto mai giusta e anche, in un certo qual senso, potente. Ma il suo reiterarsi, unito al reiterarsi dei quadri troppo uguali a sé stessi, alla fine genera la stanchezza del conosciuto, il desiderio di trovare una rottura, una faglia in cui sprofondare o una vetta da cui volare.

“Sulla leggerezza” è un impianto raffinato, coerente, visivamente armonico. Ma proprio questa coerenza rischia di diventare limite: la leggerezza si fa cifra stilistica, più che campo di esplorazione. Le altre suggestioni contenute nella lezione di Calvino – l’ironia, il pensiero che si fa trama, la tensione tra opposti – restano fuori campo, come se il testo fosse stato evocato più che interrogato.

SULLA LEGGEREZZA
coreografia – spazio – luci Virgilio Sieni
danza e coreografia Jari Boldrini, Sofia Galvan, Maurizio Giunti, Chiara Montalbani, Andrea Palumbo, Valentina Squarzoni, Luca Tomaselli, Andrea Zinnato
Costumi Marysol Maria Gabriel
Musiche John Coltrane – Bill Evans – Debussy
Produzione Centro Nazionale di produzione della danza Virgilio Sieni Centro di rilevante interesse nazionale
In collaborazione con AMAT & Civitanova Danza, Visavì Festival / Artisti Associati Gorizia,
Con il sostegno di MiC, Regione Toscana, Comune di Firenze, Fondazione CR Firenze

durata: 60’
applausi del pubblico: 1’ 30”

Visto a Civitanova Marche, Teatro Rossini, il 18 luglio 2025 
Anteprima nazionale

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