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La ricerca perseverante di Teatro Akropolis, fra tagli e Ubu

Ph: Luca Donatiello

Ph: Luca Donatiello

Carlo Massari, Gruppo Nanou e Natsuko Kono alcuni degli ospiti del festival 2025

La XVI edizione del festival Testimonianze Ricerca Azioni, ideato e diretto da Clemente Tafuri per Teatro Akropolis, pone al centro la parola ‘ricerca’, intesa non come territorio elitario o separato dalla vita, ma come movimento che riguarda tutti. La ricerca, nel suo carattere ostinato e fragile, non è una regione secondaria dell’arte: è ciò che la connette profondamente al reale, ciò che interroga la tradizione e allo stesso tempo la supera, ciò che costringe a rimettere in discussione le verità, attraversandole, fino a scoprire che nessuna di esse è definitiva. Ogni opera diventa così un passaggio, una traccia momentanea, un frammento di un processo più grande della scena stessa.

È in questa prospettiva che si collocano gli appuntamenti del festival a cui abbiamo assistito, frammenti parziali di un panorama più ampio, ma sufficienti a raccontare la direzione e l’urgenza dell’indagine proposta. Un percorso che interroga lo spettatore più che rassicurarlo, e che sembra oggi ancora più prezioso se confrontato con un contesto culturale nazionale che tende a privilegiare la programmabilità e la sicurezza rispetto allo sconfinamento e alla sperimentazione.
Il lavoro portato avanti dal festival continua invece a muoversi con lucidità e determinazione in territori meno battuti, dando spazio a compagnie e artisti che interrogano il linguaggio teatrale a partire dai suoi limiti e dalla sua relazione con la comunità.

Questa edizione ha confermato come il progetto di Akropolis non sia una semplice successione di spettacoli, ma un ambiente di pensiero, un luogo di incontro in cui la riflessione critica ha lo stesso peso del gesto scenico. 
Il pubblico non è chiamato a consumare, ma ad attraversare; non si cerca la facilità, ma un coinvolgimento che richiede tempo, attenzione e ascolto. È un’idea di festival che resiste alla logica dell’intrattenimento e rivendica invece una funzione culturale più profonda, quella che mette al centro la responsabilità artistica e la possibilità di generare immaginazione.

In questo scenario si inserisce senza pietà una ferita ancora aperta: a luglio di quest’anno il Ministero della Cultura ha tagliato drasticamente il finanziamento destinato al festival, circa 58mila euro persi. La commissione ha abbassato la valutazione, alterando in modo significativo l’equilibrio economico del progetto. Il direttore artistico Clemente Tafuri aveva parlato di “scelte miopi”, ricordando come la riduzione di risorse non riguardi solo la dimensione artistica ma un intero sistema produttivo, fra artisti, tecnici, collaboratori e figure professionali coinvolte nell’organizzazione del festival. Un taglio che non ha colpito soltanto un’istituzione culturale, ma un tessuto umano fragile e raro che lavora quotidianamente per rendere possibile la ricerca teatrale in Italia.

La sensazione – come avevamo già analizzato su queste pagine parlando anche di altri storici festival del contemporaneo come Santarcangelo o Teatri di Vetro, cui è toccata la stessa sorte – è che ad essere penalizzata sia un’idea stessa di teatro, che non si misura sulla quantità ma sulla capacità di aprire domande, di ospitare ciò che non è immediatamente classificabile, di generare visioni nuove.

Nonostante ciò, l’edizione appena conclusa e la tenacia della compagnia genovese dimostrano che la traiettoria tracciata rimane solida: una comunità di artisti, spettatori e operatori riconosce in questo festival un punto di riferimento necessario. In un momento in cui la cultura subisce contrazioni sempre più severe, Akropolis continua a tenere ferma la rotta, ricordando che la ricerca è un bene pubblico. Privarsene, oggi più che mai, significa rinunciare a una parte essenziale della vita culturale del Paese.

Il primo evento a cui abbiamo partecipato è stata l’inaugurazione della nuova sede dell’Archivio Heliopolis a Villa Durazzo Bombrini, accompagnata dalla presentazione del Fondo Antonio Attisani. Più che un luogo di conservazione, Heliopolis appare come un organismo vivo: un archivio in espansione, aperto al dialogo, capace di far sedimentare la memoria ma anche di generare nuove domande. I suoi materiali, oltre 200 nuovi documenti e 1.800 volumi generosamente donati da Attisani, non definiscono un repertorio chiuso, bensì una piattaforma attraverso cui studiosi e artisti possono interrogare il Novecento e il contemporaneo, mettendo in relazione ciò che è stato con ciò che ancora non conosciamo. È un archivio che non si limita a custodire, ma sollecita, provoca, invita a pensare: un gesto profondamente coerente con la vocazione del festival.

Strangers in the night (ph: Lorenzo Crovetto)

Dentro questa stessa tensione si inscrive “Strangers in the Night” della C&C Company, un lavoro che con feroce ironia smonta l’illusione di una linea netta tra essere e apparire. C’è Kafka, certo, come traccia lontana, ma ciò che domina è la metamorfosi del linguaggio scenico: un continuo scivolamento tra pantomima e verità, tra comicità e violenza, confessione e maschera.
Jos Baker, Linus Jansner e Carlo Massari (spesso presente nella programmazione del festival) costruiscono una drammaturgia che non offre mai un appiglio definitivo, unendo humor nero, realismo sociale e improvvise esplosioni di assurdo.
Il pubblico è coinvolto, chiamato a reagire, a entrare in quel gioco disturbante in cui la sconfitta, anziché annichilire, si trasforma in una forma di resistenza.
La scrittura di C&C continua a essere “anfibia”, capace di attraversare modalità diverse senza perdere coerenza né lucidità politica.

Di segno completamente diverso, ma altrettanto radicale, è “Arsura” del Gruppo Nanou, un lavoro che sembra nascere da un movimento di sottrazione. Rhuena Bracci attraversa lo spazio come un’apparizione, un corpo reso “figuro”, privo di identità riconoscibile, immerso in una composizione di luci e colori che costruisce un paesaggio più mentale che narrativo. L’azione procede per apparizioni e dissolvenze, come una sequenza cinematografica interrotta, come un sogno che non si lascia possedere.
Nanou continua la propria ricerca sul rapporto tra corpo, immagine e suono, restituendo allo spettatore una percezione alterata del tempo, un luogo in cui la storia è assente e ciò che resta è una qualità del vedere.
È un’esperienza che chiede disponibilità, non interpretazione: essere presenti al vuoto, lasciarsi attraversare dalla sua arsura.

Arsura (ph: Lorenzo Crovetto)

Infine, “Life under Water” di Natsuko Kono porta il festival in un territorio ancora diverso: quello del corpo-memoria del Butō.
La coreografa, partendo dalla ferita collettiva di Fukushima e dal proprio vissuto, costruisce una danza che è immersione, sospensione, meditazione fisica sulla vita e sulla morte. L’acqua (specchio, soglia, inganno, rinascita) diventa materia simbolica del lavoro, un luogo in cui le certezze si dissolvono.
La presenza di Kono è fragile e radicale, come se ogni gesto riportasse alla superficie un ricordo che non si può trattenere. L’opera non racconta il disastro, ma il suo dopo: quel momento in cui si deve imparare nuovamente a respirare.

Queste performance tracciano con chiarezza un filo comune: l’idea che la ricerca non sia un genere né una nicchia, ma un modo di stare nel mondo. Ciò che emerge è un movimento che “scava”, interroga, che non si accontenta di descrivere il presente ma tenta di attraversarlo. In questo, Teatro Akropolis continua a essere uno dei luoghi più coerenti e necessari della scena contemporanea: un laboratorio in cui l’arte offre domande urgenti.

E su questa linea si colloca anche il riconoscimento ricevuto a Bologna lunedì sera, dove Akropolis è stato insignito dell’Ubu 25 per il progetto speciale grazie al film “La parte maledetta. Carmelo Bene”, ultima tappa del loro “Viaggio ai confini del teatro”, un ciclo di film-documentari dedicati a protagonisti dell’arte e della cultura che, nel loro lavoro, hanno messo in crisi il sistema delle distinzioni specialistiche delle varie discipline. Tra loro Carlo Sini, Paola Bianchi, Massimiliano Civica e Gianni Staropoli.
“La parte maledetta. Una notte con Teatro Akropolis” include sei documentari, tutti visibili gratuitamente su Rai Play.

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