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The Making of Berlin: la memoria storica fra realtà, finzione e responsabilità collettiva

The making of Berlin (ph: Koenbroos)

The making of Berlin (ph: Koenbroos)

Il viaggio multimediale del collettivo belga Berlin sfida la nostra comprensione del passato attraverso la storia di Friedrich Mohr, musicista nel Terzo Reich

Un’inquietante pagina di storia è meno inquietante se i fatti narrati mescolano elementi fantastici alla realtà? Fino a che punto si può forzare l’uso della fantasia?

Il ruolo dell’arte nella rappresentazione della realtà. Il rapporto tra verità e finzione. Presentato al 39° Romaeuropa Festival, “The Making of Berlin” arriva anche al TeatroLaCucina di Milano all’interno della stagione “Geografie” di Zona K. Il lavoro multimediale, che coniuga linguaggio filmico, musica dal vivo, teatro e documentario, è una riflessione complessa sulla memoria storica e sulla responsabilità collettiva e individuale.

“The Making of Berlin” esplora come la narrazione storica, in particolare quella legata agli eventi traumatici del passato, sia mediata da una costante tensione tra realtà e rappresentazione. Qui il collettivo belga Berlin affronta in particolare il racconto del direttore di scena Friedrich Mohr, che visse in prima persona nella capitale del Terzo Reich l’esecuzione della “Götterdämmerung” di Wagner, suonata sul finire della Seconda Guerra Mondiale nei rifugi sotterranei della Berlino assediata dall’Armata Rossa.

È questa l’ultima tappa del ciclo “Holocene”, con cui la compagnia fondata da Yves Degryse, Bart Baele e Caroline Rochlitz, che proprio dalla capitale tedesca prende il nome, ha cercato di ritrarre in modo immaginifico alcune città. Berlino, martoriata dalla storia, sospesa tra passato e futuro, ha saputo ricostruire il proprio presente con impulsi avanguardistici che la rendono esemplare in Europa e nel mondo.

Quello che colpisce in “The Making of Berlin” è il delicato gioco tra realtà storica e narrazione teatrale. Il collettivo belga riempie la quarta parete con le immagini catturate da un drone in soggettiva e una serie interminabile di piani sequenza. Il lavoro non si limita a rievocare eventi storici, ma solleva domande fondamentali sulla verità della memoria storica stessa.

Mohr è un vecchietto in cardigan e camicia a quadri, con una barbetta antica che giunge fino a noi dalla prima metà del secolo scorso. Racconta le proprie fragilità di uomo alle prese con l’amore per la musica, con il sentimento per una donna, dentro un regime nazionalista sempre più razzista e autocratico.
Nel suo presente dai colori sbiaditi, nulla rimane dei fasti del Terzo Reich. La casa in cui vive richiama la grigia sobrietà della Germania finita nel dopoguerrra sotto l’egida di Mosca e dalla Stasi. Il suo passato richiama le responsabilità, le connivenze, i silenzi, l’acquiescenza di fronte all’antisemitismo dilagante, che fece sparire i cittadini ebrei anche quando erano musicisti della prestigiosa Berliner Philharmoniker, fiore all’occhiello della musica sinfonica tedesca ed europea.

La vicenda di Mohr, che visse l’esperienza del concerto di Wagner, potrebbe essere anche solo una costruzione narrativa, un atto di fantasia che si sovrappone alla storia ufficiale, mescolando il vero, il verosimile e il falso.
In questo contesto, lo spettatore non è solo osservatore passivo, ma è chiamato a prendere una posizione etica rispetto alla rappresentazione che gli viene offerta. Il teatro si confronta con la realtà, ma non si limita a raccontarla: l’intenzione è quella di interrogare il pubblico sulla natura della memoria e della verità. Si pone quindi una domanda fondamentale: come possiamo essere responsabili, sia nel raccontare la storia, sia nel viverla come testimoni? E soprattutto, come possiamo distinguere tra ciò che è realmente accaduto e ciò che è stato successivamente costruito, reinterpretato o manipolato dalla memoria collettiva o individuale?

Il momento decisivo di “The Making of Berlin” arriva quando il filmato sullo schermo si solleva e svela il processo stesso della rappresentazione, dando vita alla frammentazione della memoria storica. A quel punto il palcoscenico si trasforma in una scatola, che rivela (o nasconde, dipende dal punto di vista) retroscena e filigrane. Le immagini filmiche si scompongono, e interagiscono anche con rappresentazioni grafiche live proiettate sulla quarta parete in presa diretta. I piani si ribaltano continuamente.
In mezzo al palco la consolle della regia, e un musicista che suono il corno. Anche i protagonisti del film a un certo punto sembrano instabili, incapaci di distinguere: spettatori, forse complici, forse artefici dello stesso processo di manipolazione della verità.

Non è quello che succede nelle dittature? Non è quello che accadde in quegli anni? E noi, nella quiete apparente dei nostri sedili del nostro XXI secolo, come reagiamo? Siamo spaesati? Siamo parte integrante e connivente del gioco? Oppure lo disattendiamo?
La realtà e la finzione si intrecciano in modo tale che il pubblico è costretto a riconsiderare tutto ciò che ha visto fino a quel momento. Questa messa in scena diventa riflessione metateatrale, dove la messa in discussione della veridicità dei fatti ci sfida a rivedere il nostro ruolo come spettatori e, forse, come giudici morali di quella realtà.

In definitiva il collettivo “Berlin” ci chiede di riconoscere il nostro coinvolgimento nella costruzione della memoria storica, e di essere consapevoli del fatto che la verità può essere modellata dalla narrazione, dalla rappresentazione e dall’immaginario collettivo.
La nostra comprensione del passato è sempre mediata e filtrata, e quindi non possiamo che mettere in discussione le storie che accettiamo come “vere”, invitati a ricordare che la memoria è sempre un atto di responsabilità.
Come possiamo dunque affermare di conoscere la realtà del passato, quando anche la memoria di chi l’ha vissuto è permeata da dubbi, distorsioni e reinterpretazioni? E, soprattutto, come possiamo affrontare le colpe del passato senza cadere nel rischio di costruire una memoria selettiva o deformata?
“Berlin” non offre risposte definitive, piuttosto ci sollecita a riflettere sulla complessità di tali questioni etiche e storiche. Che è, in definitiva, il significato dell’arte.

THE MAKING OF BERLIN
Regia Yves Degryse
con (sul palco): Fien Leysen, Jonathan van der Beek, Koen Goossens
con (film) Friedrich Mohr, Martin Wuttke, Stefan Lennert, Werner Buchholz, Alisa Tomina, Krijn Thijs, Chantal Pattyn, Symfonisch Orkest Opera Ballet Vlaanderen, Alejo Pérez, Yves Degryse, Caroline Große, Michael Becker, Claire Hoofwijk, Alejandro Urrutia, Marek Burák, Marvyn Pettina, Farnaz Emamverdi
team BERLIN: Jane Seynaeve, Eveline Martens, Jessica Ridderhof, Geert De Vleesschauwer, Sam Loncke, Manu Siebens, Kurt Lannoye
team Opera Ballet Vlaanderen: Jan Vandenhouwe, Lise Thomas, Eva Knapen, Christophe De Tremerie
video e video editing Geert De Vleesschauwer, Fien Leysen, Yves Degryse
internship video editing Maria Feenstra drone shots Yorick Leusink, Solon Lutz
behind the scenes footage Fien Leysen
scenography Manu Siebens
set construction Manu Siebens, Ina Peeters, Rex Tee, Joris Festjens
set design and construction film Jessica Ridderhof, Klaartje Vermeulen, Ruth Lodder, Ina Peeters
musical composition and mixing Peter Van Laerhoven
live music (horn) Rozanne Descheemaeker / Matea Majic / Diechje Minne / Jonathan van der Beek (alternating)
music film Peter Van Laerhoven, Tim Coenen, Symfonisch Orkest Opera Ballet Vlaanderen olv Alejo Pérez
mixing orchestra Maarten Buyl
sound design and mixing Arnold Bastiaanse
sound recordings Bas De Caluwé, Maarten Moesen, Bart Vandebril
technical coordination Manu Siebens, Geert De Vleesschauwer
production management Jessica Ridderhof
production support Germany Daniela Schwabe, Gordon Schirmer r
esearch Wagner Clem Robyns, Piet De Volder
research internship Annika Serong
photography Koen Broos, Gordon Schirmer
technical coordination berlin Marjolein Demey
day-to-day coordination and production assistant Jane Seynaeve
production BERLIN
coproduction DE SINGEL (Antwerp, BE), le CENTQUATRE-PARIS (FR), Opera Ballet Vlaanderen (BE), VIERNULVIER (Ghent, BE), C-TAKT (Limburg, BE), Theaterfestival Boulevard (Den Bosch, NL), Berliner Festspiele (DE)
with the support of the Flemish Government, Sabam for Culture, Tax Shelter of the Belgian federal government via Flanders Tax Shelter
spettacolo multimediale in inglese con sottotitoli in italiano

durata: 1h 50’
applausi del pubblico: 2’

Visto a Milano, TeatroLaCucina, il 15 novembre 2024

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