La mostra allestita al Museo d’Arte Orientale fino a giugno ripercorre anche i progetti per la scena dell’artista giapponese
E’ senz’altro fra le mostre di arte contemporanea più viste di sempre a Torino. Ad ospitare “The Soul Trembles” dell’artista giapponese Chiharu Shiota è il Mao – Museo d’Arte Orientale, che ha già registrato, dal 22 ottobre ad oggi, circa centomila visitatori. Numeri record per una mostra d’arte contemporanea, che affascina ed è diventata iconica anche sui social per la particolarità e l’effetto dirompente delle opere.
Classe 1972, Chiharu Shiota è cresciuta nella fabbrica di casse per il pesce dei genitori. Un’esperienza che – come spiega lei stessa nel bel documentario che accompagna l’esposizione – sarà decisiva per intraprendere una strada professionale molto diversa da quella imprenditoriale di famiglia.
La sua formazione parte all’università di Kyoto, dove inizia a studiare pittura per seguire un istinto che coltiva fin da bambina, ma che, paradossalmente, abbandonerà già a 24 anni per avvicinarsi a nuovi codici dell’arte, complici le esperienze che la porteranno prima in Australia e poi in Germania: qui conoscerà Marina Abramović, che la spingerà ad esplorare la resistenza fisica e i limiti del corpo, parte del suo percorso successivo.
L’esposizione di Torino, curata da Mami Kataoka (direttrice del Mori Art Museum di Tokyo) e Davide Quadrio (direttore del Mao), con il supporto di Anna Musini e Francesca Filisetti, ripercorre oltre vent’anni di carriera attraverso disegni, fotografie, sculture e installazioni monumentali, tra cui opere divenute celebri come “Uncertain Journey” (2016), “In Silence” (2008) e “Where Are We Going?” (2017).
I fili rossi e neri intrecciati creano un viaggio tra fascinazione e inquietudine, simboleggiando connessioni invisibili, ricordi personali e collettivi, sogni e temi esistenziali a cavallo fra identità e relazioni, vita e morte.
Concepita come un’unica grande installazione immersiva che avvolge gli spazi del museo settecentesco, la mostra riesce a dialogare perfettamente con le collezioni permanenti, includendo anche alcuni interventi site-specific.
Ma Chiharu Shiota annovera fra le sue esperienze artistiche anche un’importante produzione scenografica per il teatro e l’opera lirica, che trasferisce l’uso di fili intrecciati in spazi performativi dinamici. Dal 2003 ha infatti progettato nove scenografie di grande impatto visivo, rendendo questo un capitolo significativo della sua carriera.
A differenza delle installazioni museali – statiche e per certi versi “inaccessibili” -, nel teatro i fili (spesso di cotone) possono essere percorsi e modificati dai performer, simboleggiando connessioni emotive, memoria e conflitti relazionali in modo vivo e interattivo. La mostra dedica una sezione finale a questi progetti, con fotografie di scenografie e bozzetti.
Per Shiota, la cui pratica artistica è incentrata sulla “presenza nell’assenza”, lo spazio del palcoscenico diventa invece luogo in cui sperimentare un coinvolgimento attivo degli interpreti nelle installazioni montate sulla scena.
Nel 2011, in occasione del debutto di “Matsukaze”, opera Nō di Toshio Hosokawa diretta e coreografata da Sasha Waltz (con cui ha realizzato anche altri progetti), il palco del Théatre Royal de la Monnaie di Bruxelles era occupato da un’installazione lunga 14 metri e alta dieci: una sorta di grande ragnatela nera che veniva attraversata dai danzatori.
Mentre nel 2009 aveva debuttato a Berlino, dove ha da molti anni il suo studio, l'”Edipo Re” su libretto di Jean Cocteau, con regia e coreografie firmate da Constanza Macras, di cui Shiota aveva realizzato la scenografia.
Fra i principali progetti teatrali da lei curati, anche “Idomeneo, re di Creta” di Mozart (2024, Grand Théâtre de Genève) con regia e coreografia di Sidi Larbi Cherkaoui, in cui i fili rossi e neri venivano abitati e manipolati dai cantanti, rappresentando dinamiche di potere e relazioni umane attraverso nodi e tagli. “Götterdämmerung” di Wagner (2018, Opernhaus Kiel), in collaborazione con Anna Myga Kasten, per la regia di Daniel Karasek. Ancora Wagner anche per il “Sigfried”, l’anno precedente, terza opera dell’Anello del Nibelungo. Nel 2016 “Il racconto d’inverno” di Shakespeare, sempre per la regia di Karasek. E poi “Carmen Rhapsody” (2023, Colonia) e “Nuqta – The beginning” (2022, Düsseldorf).
I progetti scenografici vengono realizzati attraverso una stretta collaborazione con registi, interpreti, coreografi e tutte le figure coinvolte nello spettacolo, in un lavoro corale che ha arricchito il percorso dell’artista verso nuove direzioni.
Dal palco al museo, Shiota evidenzia una capacità di oltrepassare i confini spazio-temporali, offrendo anche margini di silenzio e contemplazione; riesce così a coinvolgere la parte più intima e vulnerabile dell’essere umano, costruendo con ogni fruitore della sua arte un dialogo essenziale e unico.
A Torino fino al 28 giugno 2026.
