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Tommaso Ragno: “Il teatro è un rischio, una vertigine”. Videointervista

Una relazione per un'accademia (ph: Chiara Lucarelli)

Una relazione per un'accademia (ph: Chiara Lucarelli)

Iniziamo il nostro 2025 teatrale con le parole del regista e interprete de “La relazione per un’Accademia” nel centenario, appena passato, della morte di Franz Kafka

Genova. Una giornata piovosa, che sembra sospesa tra passato e presente, accoglie il nostro incontro con Tommaso Ragno.
Ci accomodiamo ad uno dei tavolini della sala Agorà del Teatro della Tosse, con la sua architettura da cabaret che sembra trattenere ogni parola mai pronunciata sul palco, diventa lo sfondo di una conversazione che va oltre lo spettacolo, oltre la scena, oltre il mestiere, addirittura oltre Kafka (del quale ricorre il centenario della morte) e del progetto che porta l’attore a incarnare una delle voci più straordinarie e inaspettate della letteratura del Novecento: quella della scimmia/uomo protagonista de “La relazione per un’Accademia”.

Il racconto, scritto nel 1917, è la confessione di un animale che, ferito e catturato, sceglie di adattarsi agli uomini per trovare una forma di libertà. Una libertà ambigua, conquistata al prezzo di una trasformazione profonda e forse irreversibile. Pietro il Rosso (così ribattezzato dopo lo sfregio ad opera dei cacciatori) non è solo una scimmia che imita gli uomini: è uno specchio che ci costringe a riflettere su cosa significhi davvero essere liberi, quali compromessi siamo disposti a fare per sopravvivere e quanto possiamo perdere lungo la strada.

Con Ragno abbiamo parlato a lungo, in un dialogo farcito da silenzi che si è presto trasformato in un’esplorazione. Ci ha raccontato del mestiere dell’attore, abbiamo parlato di teatro, della sua natura intima e brutale, del legame diretto che si crea con il pubblico. “Il teatro è vivo, ogni sera è diverso. È un rischio, una vertigine”. E poi del cinema, dove il tempo si dilata, dove ogni dettaglio può diventare essenziale, dove si costruisce un altro tipo di dialogo, più sottile ma altrettanto intenso. Ragno ha condiviso aneddoti, ricordi, momenti che hanno segnato la sua carriera, ma ogni racconto sembrava tornare a un punto centrale: il rapporto con il testo, con la parola, con ciò che sul palco e sullo schermo diventa presenza. E poi la poesia. Una parola che è tornata spesso. Non una poesia chiusa nei versi, ma quella che si manifesta nei luoghi più impensabili: nel respiro di un attore, nel silenzio tra una battuta e l’altra, nei movimenti più semplici che, se autentici, rivelano una verità. “La poesia non si può forzare – ci dice Ragno – Si manifesta dove vuole”.
Una storia di adattamento, di ricerca di un senso. Forse non c’è una libertà assoluta ma c’è la possibilità di creare, di trovare uno spazio in cui essere qualcosa di più. Questo, forse, è il vero senso del teatro, dell’arte”. Alla fine, rimane l’eco di una voce inconfondibile che sul palco e fuori, ci invita a guardare, a interrogarci, a non smettere mai di cercare.

Vogliamo iniziare il nostro 2025 teatrale così. Buona visione!

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