
Eppure rimane scritta di pancia, e per quello bisogna prenderla.
Detto ciò, in questa serata torinese, è triste, per un torinese che segua il teatro contemporaneo, sapere che la decisione definitiva infine è giunta, bando ai tavoli di (inutili) trattative, e pur sembra in via definitiva.
Il Teatro Stabile di Torino abbandona la Cavallerizza Reale, uno dei “crogioli” del contemporaneo in città.
E si aveva un bel dire, qualche settimana fa, quando titolavamo “ll contemporaneo a Torino va fuori città“: oggi più che mai quel titolo torna come una previsione azzeccata.
Perché è proprio del tardo pomeriggio di oggi il comunicato ufficiale in cui si annuncia, nero su bianco (ma senza ulteriori spiegazioni o fronzoli), che il TsT sposta gli spettacoli della stagione previsti alla Cavallerizza Reale fra Teatro Gobetti e Fonderie Limone di Moncalieri (sia data in questo contesto allora anche una comunicazione di servizio: la sostituzione dei biglietti avverrà a partire da giovedì 14 novembre presso la biglietteria del TsT, al Teatro Gobetti, in via Rossini 8).
Insomma, il tempo delle trattative con il Comune non c’è più, lo Stabile abbandona un luogo simbolo della rinascita della Torino culturale perché l’ennesimo taglio (500 mila euro dal Comune + 200 mila da altri enti locali, così da toccar quota 700 mila euro in meno per il 2013) non permette più di sostenerne i costi (300 mila euro necessari per adeguare gli impianti).
Sì, è vero, si potrà dire che il Teatro Gobetti in fondo è solo dall’altro lato della strada, e che il TsT – per sua fortuna – può contare su altri spazi. Ma è evidente che l’abbandono della Cavallerizza ha una valenza simbolica non di poco conto. Se non ce la fa lo Stabile, chi può farcela in questa crisi che tutto spazza e in cui gli enti locali non hanno che da far cassa (s)vendendo tutto, anche ciò che andrebbe semmai tenuto stretto e rivalutato?
Se si pensa che, controcorrente a questo tempo, in quello spazio ben circoscritto a due passi dall’università, avrebbe potuto nascere (in altre epoche, in altre fantasie, in utopici pamphlet) una vera cittadella del teatro (per gli spazi, la centralità, l’adattabilità dei diversi palchi, la potenzialità enorme – mai utilizzata o così raramente – dello splendido spazio esterno), il pensiero rattrista ancor di più.
Se poi volessimo buttarla sul melodrammatico, staremmo allora qui a sottolineare cosa ciò comporti, in una sorta di domino più o meno secondario, per tutta una serie di altre compagnie legate al “sistema teatro” torinese: compagnie che finora hanno utilizzato la Cavallerizza per i propri spettacoli grazie alla collaborazione tecnica offerta dallo Stabile.
Volessimo esser cinici chiuderemmo con un Amen la questione: questa pare la giusta decadenza del nostro sistema, che lo si voglia chiamare teatrale, cittadino, culturale o metteteci voi la connotazione che preferite.
A chi non avesse voglia, stasera, di accender la tv e seguire l’ennesimo talk show che ripropone cloni di arene politiche sugli effetti impattanti della crisi, proponiamo allora un gioco, non sia mai che la si faccia troppo triste (è poi solo teatro, ci ricordava su queste pagine un mese fa Eimuntas Nekrosius): chi vorrà potrà allora lasciare un suo ricordo a fondo pagina, come iscrizione su lapide, di una serata alla Cavallerizza.
Perché quell’atmosfera particolare (quel “mood” incorniciato d’inverno da freddo e nebbiolina, d’estate afosamente caldo, mentre anche l’ultima sigaretta viene lanciata prima d’entrare, con tir o camioncini a scaricare allestimenti variegati), falsamente understatement come piace alla cultura torinese, in fondo un po’ unica lo è.
Ma chi lo dirà, a quella piccola comunità di clochard e punkabbestia stanziati ormai da anni al fondo dei portici che, da stasera, il teatro non abita più lì?
C’è da augurarsi che non arrivi, rapida, una cordata di imprenditori a farci un centro commerciale (Palazzo Civico stima il valore della Cavallerizza attorno ai 12 milioni). O, da domani sera, anche i clochard non abiteranno più lì.
