
Simbolo di “Totem” è un crocifisso che, all’inizio dello spettacolo, campeggia sul fondo della scena e si pone come una sorta di suo contraltare muto.
Rispetto al disordine del teatrino familiare in basso, questo Cristo addormentato, né ferito né sanguinante, riesce pur ad acquisire una certa grazia; ma la scritta Ikea, che sul legno sostituisce quella di INRI, invita a non confonderci: non si tratta che di un Cristo dozzinale, da grande magazzino, che non ha nulla di dolente o di sacro.
Quando si ridesterà dal suo sonno ed entrerà in scena, andando a confondersi con la miseria della famiglia, dimostrerà inevitabilmente come anche la sua grazia immobile sia illusoria. Nessun miracolo dunque per lui, nessuna moltiplicazione dei pani e dei pesci, tutto il contrario: perché nel momento in cui vedrà una cernia e una pagnotta, questo povero Cristo penserà bene di farcisi un panino, che mangerà probabilmente fuori dal palco, subito dopo aver indossato davanti a noi l’immancabile giacca di pelle che, pur se passata un po’ di moda, resta sempre facile e inconfondibile simbolo del nostro contemporaneo.
Tolto il fardello del crocifisso dalla stanza, la famiglia avrà poi tutto l’agio di perdersi nel suo dramma, che si muove sulla falsariga semplificata e un po’ distorta di alcune tesi freudiane, fra cui su tutte, un po’ modificato ma non irriconoscibile, il complesso di Edipo e le sue dinamiche: lo scopo (o la condanna) è dunque quello di uccidere il padre (il padre in carne e ossa e il Totem alle sue spalle: la tradizione insomma) e andare a letto con la propria madre.
Ma per questo spettacolo del 2006, presentato dal 16 al 19 febbraio al Nuovo Teatro Colosseo di Roma dalla compagnia OlivieriRavelli_Teatro, con la regia di Claudio Di Loreto e la drammaturgia di Fabio Massimo Franceschelli, non vorremmo proprio adagiarci in un elementare resoconto del récit; perché troppe questioni questa messinscena lascia aperte.
Innanzitutto il dramma viene presentato come un incubo postmoderno (chissà poi, sia detto per inciso, quando riusciremo veramente a liberarci di questo incubo del postmoderno), categoria in sede critica invero oramai piuttosto superata, ma da cui gli artisti sembrano ancora riuscire a trarre non poca ispirazione.
L’unico rischio è che questo gioco, che si vorrebbe nuovo, non si riveli alla fine un poco vecchio; del resto non è certo Lyotard a venire chiamato in causa in queste riscritture disinvolte, quanto semmai un concetto di postmoderno formato Ikea, se vogliamo, per cui per postmoderno si intende forse la licenza di mischiare un poco tutto e di buttarlo in allegra e simpatica bagarre.
Di ogni grande autore è come se venisse colta una sorta di essenza liofilizzata, maneggiabile e a buon mercato, che i citati siano, come in questo caso, Freud, Frazer o Beckett poco cambia; gli stilemi di ciò che si vuole definire come un testo della “nuova drammaturgia” sono sempre gli stessi e non hanno nulla di nuovo, a ben vedere.
Un dubbio sorge di fronte a questo tipo di riscritture: ma con questa storia del postmoderno cosa ci abbiamo guadagnato veramente? Davvero ci vogliamo abituare a questi Cristi in stile vintage e a queste Pietà piene di malagrazia che, al posto del bambino in braccio, hanno un fantoccio, e ci accolgono con maschera d’argilla, bigodini e un improbabile vestito da sera?
Sono figure che sembrano più grottesche che eretiche, e le abbiamo già viste troppe volte; sarebbe bello, se questo è l’intento, si avesse il coraggio di bestemmiare veramente, altrimenti queste farse rischiano di essere moralistiche e concilianti, presentandoci invece che un eretico ben cotto, un eretico fritto e rifritto.
Anche lo stile drammaturgico di “Totem” lo conosciamo bene, perché è improntato sul modello televisivo, e tende ad intervallare una trama simbolica volutamente contorta (e tuttavia trasparente) scandita da citazioni pseudo colte con battute volgari e parolacce, che mai mancano del resto il loro effetto, e permettono il dilagare di una scoppientante risata catartica.
Sono alte le pretese intellettuali del testo di Franceschelli, e si sarebbe forse dovuto metterlo in scena con maggiore accuratezza, lavorando ad esempio di più sulla recitazione degli attori. Ma lo stesso testo, per le istanze che lo muovono, avrebbe dovuto essere più curato o forse, ancora meglio, adeguarsi ad una leggerezza che più gli compete, buttando – senza resistenze intellettualizzanti – tutto in farsa.
A quel punto allora sarebbero stati benvenuti i polli squartati in scena, la birra buttata sul pubblico della prima fila, la puzza di pesce e i croccantini del gatto tutti per terra.
TOTEM
drammaturgia: Fabio M. Franceschelli
regia: Claudio Di Loreto
interpretazione: Claudio Di Loreto, Silvio Ambrogioni, Angelo Rinna, Diego Cortes, Claudia Matera, Marco Fumarola
assistente alla regia: Francesca Guercio
foto di scena: Mariano Fanini
scene e costumi: OlivieriRavelli_Teatro
una produzione Ass. Cult. Figli di Hamm
in collaborazione con Ass. Cult. amnesiA vivacE e CONSORZIO UBUSETTETE
durata: 50′
applausi: 30″
Visto a Roma, Colosseo Nuovo Teatro, il 16 febbraio 2012